Archivio | dicembre, 2018

Lotta di liberazione nella “Serenissima”

31 Dic

                          Tutti a casa,e poi……

Sul territorio della provincia veneziana, attorno ai presidi militari dai quali mosse il “tutti a casa”, fu ragguardevole l’apporto della popolazione a sostegno dei soldati sbandati con l’armistizio dell’8 settembre 1943, che intendevano raggiungere le proprie famiglie, e nell’offrire abbigliamento e rifugio a quanti – militari meridionali ed alleati fuggiti dai campi di internamento – non in grado di raggiungere i luoghi di origine o le proprie unità a Sud di Roma.        Vi furono zone, come  il Cavarzerese e la Riva del Brenta, dove il movimento bracciantile e le organizzazioni socialiste erano state represse dallo squadrismo fascista;  qui, l’occasione di potersi riappropriare di libertà e diritti, portarono rilevanti energie al movimento di resistenza al nazifascismo.    Come nel resto dell’Italia occupata, saranno i bandi della primavera 1944 – quelli a firma Graziani -a produrre la renitenza delle classi più giovani, consentendo l’ampliarsi delle file partigiane ed una loro maggiore attività.    E’ certamente nella zona industriale di Porto Marghera che si sviluppò più intensa l’iniziativa di sabotaggio della produzione di guerra, dove si faranno sentire le azioni delle SAP (Squadre di Azione Patriotiche) ed ebbero rilevanza le fermate degli stabilimenti e gli scioperi  del marzo ’44.       Chi ponga attenzione alla conformazione del territorio che contorna la città lagunare, non troverà strano che l’organizzazione militare del “partigianato”, vi abbia preso piede ed operato efficacemente con un certo ritardo – alle porte dell’inverno ’44-’45 – rispetto al resto dell’ Italia occupata .  Un chiaro impulso venne da antifascisti (operai, piccoli artigiani, personaggi intelletuali locali), da quadri politici quali Erminio Ferretto ed A.Pettenò, liberati nell’estate del 1943, con la caduta di Mussolini, poco prima che la città ed i centri della cintura ( Marghera, Mestre, Tessera) venissero immediatamente occupati dai tedeschi, che non ebbero alcuna opposizione dalle unità italiane, prive di ordini    ed abbandonate dai propri comandi.    Fu un nucleo dell’antifascismo mestrino a recuperare le prime armi, sottratte a reparti dell’occupante, ed a porsi alla testa dell’organizzazione della lotta armata, in saldo contatto con gli operai della zona industriale di P. Marghera.  Dobbiamo sottolineare come le difficoltà di comunicazione con la terraferma, e  di interazione con le formazioni del retroterra, rallentarono il costituirsi della   Brigata Garibaldi “Francesco Biancotto”, poi strutturatasi nell’area urbana.  E’ bene considerare come il capoluogo veneto ricoprisse, nella geografia della repubblichetta di Salò (RSI) una fisionomia istituzionale del tutto particolare:  ospitava 24 uffici e sezioni ministeriali e vi avevano sede ben 17 comandi nazisti, di polizia e corpi armati.   Ciò può spiegare come, nel periodo bellico, fossero intervenuti taciti accordi fra santa sede, tedeschi ed alleati, per preservarla da distruzioni e bombardamenti. La lotta partigiana in città, quindi, non fu mai esplosiva, anche se si arricchì di azioni simboliche di grande effetto  e si andò articolando, pur con le difficoltà tipiche di quel territorio (laguna, pianura, forti presidi dell’occupante, patrimonio d’arte ed architettonico impareggiabili).   

  Per comprendere i rischi e la complessità insiti nella prima fase attraversata dal movimento di resistenza nell’area veneziana e, primariamente nel territorio urbano del capoluogo, si consideri che il 26 aprile 1945 le avanguardie alleate erano ancora ferme sulla sponda meridionale dell’Adige, e che il Veneto è  attraversato da tutte le vie di comunicazione con la Germania!  Questa regione era quindi destinata ad essere l’ultimo baluardo difensivo della Wehrmacht in ritirata, ed era del tutto naturale che l’iniziativa partigiana assumesse caratteristiche e modi di agire conseguenti dalla conformazione geo-strategica del terreno, dalla composizione sociale degli abitanti, dall’agguerrita rete degli insediamenti militari nazisti oltreché dalla rabbiosa ferocia delle unità repubblichine, terrorizzate dall’imminenza della resa dei conti.     Fra il veneziano ed il limitare della provincia di Padova vennero costituendosi varie brigate  partigiane:  la ” Boscolo” a Chioggia, la “Sabatucci” nella zona di Mirano, la “Piave” nel Sandonatese e la “Ippolito Nievo” nella zona di Portogruaro.    Nell’estate del ’44  il movimento partigiano e le popolazioni si illusero che lo sfondamento del fronte tedesco, e la conseguente liberazione fossero imminenti; gli sforzi e l’efficacia dell’iniziativa di tutte le formazioni si moltiplicarono, ma le rappresaglie anche. La rabbia fascista si sfogava incendiando e devastando botteghe artigiane, masserie, stalle; oltre i patrioti si fucilavano sospetti ed ostaggi.   Chi voglia approfondire, potrà documentarsi sugli eccidi di Cavanella d’Adige, Cavarzere, Riva dell’Impero… Ad un maggiore impegno di truppe nell’ antiguerriglia aveva contribuito la sospensione dell’ Operazione “Olive”. (vedi il nostro articolo “Il proclama Alexander…la porta dell’inverno”   del 25 maggio 2015).

Con l’inverno ’44-’45, altri eccidi segnarono la furiosa rappresaglia naazifascista: a San Donà del Piave il 10.XII. veniva torturato e fucilato il Conte Gustavo Badini, che non fece i nomi dei compagni di lotta. A Mirano, il giorno successivo, venivano fucilati ed esposti nella piazza principale 6 partigiani.    Nel febbraio 1945, cadrà Erminio Ferretto “Venezian”, operaio 29-enne di Porto Marghera.0441 

 Reduce dal campo di internamento francese di Gurs, dopo aver combattuto con       i volontari antifascisti italiani della Brigata Garibaldi in Spagna, arrestato e confinato all’ isola di Ventotene nel ’41. Dopo l’8 settembre ’43 era stato un animatore della resistenza veneta; catturato in combattimento, mentre guidava lo “spianamento”  del battaglione “Felisati” verso la zona compresa fra Mestre e Mogliano Veneto dopo aver combattuto nella Divisione “Nannetti”, fra il Grappa ed il Cansiglioveniva fucilato dalle Brigate Nere il 6 febbraio in questa ultima località.

                La beffa  del Goldoni       

   Il 12 marzo 1945, un commando partigiano interrompe lo spettacolo in svolgimento nel teatro cittadino, gremito di militari, consentendo ad un esponente della Resistenza di tenervi un breve comizio.  L’azione fu progettata da Giuseppe Turcato “Marco” , comandante della Brigata G. Biancotto, che si avvalse – nella preparazione ed attuazione del blitz -di un nucleo di giovani partigiani, reduci dai combattimenti sull’ Altipiano del Cansiglio ( tutti comunisti), che avrebbe consentito a Ivone Chinello “Cesco” di tenervi un comizio volante.

0433 (5)                                                  Turcato fra due compagni  

La data dell’ azione era stata rinviata di 24 ore, per la concomitanza di due contrattempi: l’evaquazione improvvisa del teatro per un allarme aereo, ed a causa di un colpo partito incautamente  da una pistola nell’armeria clandestina, sita nella bottega del fabbro Giacomo Todesini “Massimo”.   Alle 21.15, immobilizzati militi  e pompieri, irruppero sul palco – si era ad un cambio di scena di “Vestire gli ignudi” di L. Pirandello – Arcalli, Chinello ed O. Padoan – lanciarono un appello ai veneziani  di  collaborare  con i patrioti nella fase finale della lotta, a seguire le indicazioni del CLN.  Il colpo di genio fu di Citton, che dal palco annunciò ai molti militari ed ufficiali presenti che……il teatro sarebbe rimasto circondato per mezzora,provocando incertezza e ritardo nella reazione di questi, permettendo così alla quindicina di partigiani di dileguarsi. L’effetto psico-politico in città fu enorme, anche perché… non fu possibile nasconderlo!                                                                                                       Pensiamo di poter offrire una testimonianza originale, del clima in cui si svolgeva l’attività clandestina a Venezia, proponendo la registrazione di una intervista di Adriana Martignoni, qui nata nel 1920 e decedutavi nel febbraio del 2016.   Figlia di uno dei fondatori di Giustizia e Libertà della provincia, staffetta partigiana, fu arrestata nelle prime settimane del ’45, mentre ricercavano il padre – ingegnere Navale, poi decorato con M.A al V.M, per il contributo alla lotta di liberazione- interrogata per 10 giorni nel carcere di Santa Maria Maggiore. Si salva con la complicità di un piantone militare che aveva reperito, nella tasca di un suo giubbotto,appunti sulle decisioni assunte dai leaders alleati a Yalta… ciò che l’avrebbe  certamente consegnata al boia.

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       A. Martignoni, ultima partigiana veneziana deceduta il 21 febbraio 2018                             

 

        Verso i giorni della libertà 

A metà giornata del 26 aprile del ’45 giungono a Venezia le notizie dell’insurrezione delle grandi città del Nord Italia. Nella prigione di Santa Maria Maggiore i detenuti comuni tentano di organizzare una fuga, sottraendo armi individuali agli agenti di custodia.  Fra questi, Leonardo Cotugno, comunista con forte ascendente sui più giovani colleghi, riesce a prendere il controllo della situazione, costringendo i “comuni” a rientrare nelle celle, dopo averne respinto le minacce indirizzate ai “politici” ( fra i quali Franco Basaglia, arrestato da qualche settimana in quanto indiziato di collaborazione con il movimento partigiano). Alle 18.00, consegnate le armi individuali  ad un certo numero di patrioti liberati,il Cotugno si insedia come  primo rappresentante del CLN veneziano.    Non riuscirà il tentativo notturno dei fascisti di riprendere il controllo della struttura carceraria ; l’indomani si espande l’iniziativa partigiana nella città, con attacchi a caserm, l’occupazione del Comando della Guardia di Finanza  con la cattura di copiose armi e la liberazione di altri detenuti.     Solo per il 28 aprile si può parlare di insurrezione generale, con la presa delle sedi fasciste e di presisdi militari.  Il 29 è la volta della stazione di Santa Lucia, dei Cantieri Navali e di alcuni stabilimenti industriali; attorno a Piazza San Marco sono asseragliati i comandi tedeschi (Platz kommadantur, SS). E’ in questo  perimetro della città lagunare che si svolgeranno gli eventi cruciali che la porteranno alla Liberazione.duomopiazza3

             Reparti neozelandesi in avvicinamento

A differenza delle grandi città del Nord Italia, dove le trattative di resa si svolgono con un CLN  irremovibile e senza condizioni, a Venezia si patteggia per una soluzione che  salvaguardi cittadini, monumentalità architettonica ed artistica della “Serenissima”: una ritirata senza consegna delle armi, in cambio di garanzie.

E’ una trattativa complessa, resa costantemente incerta dalle reiterate minacce tedesche di bombardare il centro storico; in essa hanno gran peso il coivolgimento del  Patriarca Adeodato Piazza e la partecipazione degli emissari di 2 missioni alleate presenti in città.  L’accordo non viene sottoscritto dal rappresentante territoriale del PCI nel Comando Militare, mentre analoga intesa viene raggiunta per Mestre.  Il documento di resa venne firmato da Eugenio Gatto (DC) per il CLN,  e dall’Ammiraglio Zannoni per il CVL, pienamente condiviso da Ugo Morini (PSI) Presidente del CLN veneto.

Mentre i tedeschi lasciano Venezia ed il suo entroterra nella notte fra il 28 ed il 29 aprile 1945, i fascisti – privi di tutele germaniche! -si consegnano senza condizioni, ad esclusione di quelli della X° Mas che, asseragliati nel Collegio Navale di S.Elena, si arrenderanno il 30 agli alleati.

 

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Ricorda Luigi Longo, Comandante generale delle Brigate Garibaldi, nel suo “Un popolo alla macchia” :  “….Miracolosamente  salva ed indenne era Venezia..”

Il 2019 è a poche ore, chi abbia piacere di scavare e documentarsi su particolari propri di una lotta difficile, condotta fra calle, campielli e canali, avrà un intero anno per condurre la propria ricerca, con il nostro migliore augurio!

 

 

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