Archivio | giugno, 2018

Vita di staffette – 3

18 Giu

                           Eva Colombo “Susi”

E’ stata una partigiana il cui nome, per ragioni invero poco comprensibili, non compare nella sezione biografica dell’ANPI!

Di sè ha parlato e scritto ben poco, mentre molto ha raccontato del padre ” Emilio Colombo alias Oreste Filopanti”, nelle interviste concesse a Cesare Bermani autore del libro sulla vita  di questo ferroviere anarco-sindacalista, che la militanza durante il regime mussoliniano, costrinse a molti lavori ed a tanti spostamenti di residenza. Da lui “Susi” trasse la formazione e lo spirito antifascista che la guidò nella lotta di Resistenza.  Nata a Parabiago (Mi) il 26 luglio 1916, è deceduta ad Agrate Brianza il 25.X.2004.    Nel 1939 aveva sposato Jonio Salerno, operaio di una fabbrica produttrice di materiali bellici che l’anno successivo fu trasferito a Firenze e, con l’entrata in guerra, richiamato in Africa. Nei primi mesi del ’43 Eva lascia il capoluogo toscano e si reca ad abitare presso la nonna a Milano: 

“Nel 1944, dopo serrati confronti e battibecchi con mio padre, decisi di partecipare alla lotta partigiana. Mi disse di tutti i rischi cui sarei andata incontro; “Ricordati che se ti prendono non devi parlare,…puoi essere totrturata e fucilata.  Accettai e forse mi riscattai difronte a mio padre che…era molto prevenuto verso le donne”. ..”Mia madre lo aveva lasciato nel 1926, ritenendolo una testa matta, che trascurava lei e gli interessi di casa, assentandosi continuamente e correndo troppi rischi a causa della sua attività sindacale  prima, e nella clandestinità politica dopo essersi iscritto al PCdI, divenuto successivamente PCI.”

…”Mio padre era molto buono, ma a volte arrivava all’eccesso. Ho avuto con lui litigate infernali; era antifemminista ma lui diceva di no, portando come esempio il fatto  che era stato lui – quando era sorta la Repubblica dell’Ossola – a proporre per primo il nome di Gisella Floreanini come Commissario all’Assistenza….Forse quando agiva come “compagno”, riusciva a spogliarsi da questo atteggiamento”.

           Arrestata in Valtellina, dove svolgeva compiti di collegamento fra i centri urbani di Como, Sondrio  e Lecco e le formazioni della 55° e 86° Brig. Garibaldi, venne trasferita nelle c arceri di Sondrio e San Vittore(Mi) dove subì interrogatori e sevizie.   “Nel novembre ’44 fui trasferita alla prigione di Novi Ligure (Al), dove si stavano conducendo trattative fra i comandi partigiani e tedeschi, per lo scambio di prigionieri recentemente catturati negli scontri avvenuti in varie aree in cui i nazifascisti avevano avviato i rastrellamenti invernali…”  Fu così che “Susi” ( che valeva molto!) venne consegnata ai suoi compagni, in cambio di 2 ufficiali fascisti ed uno tedesco, ed avviata alle formazioni dell’ Oltrepo pavese.  Qui,aggregata allo“staff”del comando affidato a Domenico Mezzadra “l’Americano”, la cui base era in quei tempi situata fra i contrafforti compresi fra Zavattarello e Pizzocorno, prese a fare la spola con  Milano, accompagnando partigiani in missione, portando e riportando informazioni e direttive. Spostandosi, nel periodo più cruento del terribile rastrellamento 23-27 novembre ’44, Eva Colombo dice: “..Mi nascondevo nelle buche e negli anfratti, con tanto gelo..” Si trattava di vere e proprie tane scavate nella  neve ( a volte alta sino a 2 metri) e fra alberi caduti, con l’aiuto di qualche boscaiolo.
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 Il rastrellamento qui citato dalla “Susi”, iniziò il 23.XI, condotto da poco meno di diecimila unità nazifasciste, costituite da reparti della X Mas,Brigate Nere ed Alpini della Div. Monterosa, affiancati dal “Turkestan” composta da ex prigionieri sovietici dell’Asia Centrale – genericamente definiti “Mongoli” – resisi noti per violenze ed atti di crudeltà compiuti indiscriminatamente su donne e anziani.  Il 27 successivo, i rastrellatori giunti da Voghera, Pavia e Milano raggiunsero Varzi e la vetta del M.te Penice, costringendo gran parte delle formazioni partigiane a ritirarsi nel piacentino, oltre Bobbio, od a scollinare sul versante ligure.

Eva Colombo è fra i 2000 partigiani che entrano a Pavia il 25 aprile 1945; acquartierati nel castello medievale ne ripartirono l’indomani pomeriggio alla volta di Milano, dove furono la prima unità partigiana ad entrare nella capitale della Resistenza.

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Eva Colombo “Susi”, portabandiera partigiana  Milano, 6.5.1945

“Susi” riabbraccerà il marito Jonio che, dopo l’8 settembre ’43, era entrato a far parte del Corpo Italiano di Liberazione( costituito il 22 marzo 1944) ed aveva partecipato alla battaglia di Filotrano, durante le operazioni condotte dall’VIII° Armata Britannica per la liberazione di Ancona dalle truppe della X° Armata del Reich……Dai microfoni della sede milanese dell’EIAR, occupata dai partigiani, sarà quella di Enzo Biagi la “voce narrante”dei primi notiziari, preceduta da “Fischia il vento”, intonata proprio  dalla “Susi”,…di cui il marito aveva riconosciuta la voce!

               Le vicende che accompagnarono Eva Colombo negli anni della lotta per la libertà e la democrazia in Italia, ci consentono di soffermarci sulle peculiarità delle staffette che operavano in e dai grandi centri urbani ed alle quali venivano affidati compiti di collegamento e comunicazione fra centri vitali della Resistenza, di predisposizione logistica e copertura di persone per incontri e permanenza, in occasione di riunioni o nell’imminenza di azioni militari ed in preparazione di scioperi. Per tali compiti i dirigenti territoriali o centrali del movimento di liberazione si affidavano ad elementi di provata fede antifascista, di pregressa militanza nell’emigrazione o nella clandestinità in Italia, per i quali fossero ben ravvisabili carattere ed affidabilità di combattente. Sovente questi veri e propri “emissari” dei Comandi, siti nei principali capoluoghi del nord Italia, od ubicati in città minori “nevralgiche” per una data area partigiana,(Padova,Novara,Ravenna…), si spostavano per centinaia di chilometri e per periodi non predefinibili; trasferimenti compiuti con ogni mezzo( camion militari del nemico, rari treni o corriere, camionette o carretti e…la santa bicicletta!), talvolta trasportando materiale in doppi fondi di bagagli o zaini, esponendosi a rischi d’ogni tipo.

Questi pericoli si moltiplicavano quando i “contatti” erano plurimi o la missione aveva compiti ricognitivi sull’ambiente militare o politico di una data “zona operativa”, sulla preparazione od imminenza di operazioni, per raccogliere gli umori del nemico rilevati sul campo dai comandi di zona,  riscontrati dalle attività di pattuglie o dalle direttrici del movimento di mezzi. Altri indicatori di estrema utilità – se comunicati con tempestività – erano il concentramento di truppe od armamento pesante, il minamento in fase difensiva o di ripiegamento, il “nervosismo” verso la popolazione rivelato da divieti, abusi e provvedimenti coercitivi,  quali la limitazione di movimento, la fornitura  o meno di beni primari.

Provi il lettore a calarsi nella realtà urbana in cui doveva muoversi “il contatto”!

Se si trattava di un abitante  di una data città, si presentavano pro e contro di ogni tipo: conosceva percorsi alternativi e consuetudini dell’ambiente, aveva appoggi familiari od amicali, gli erano noti luoghi ove incontrare “il contatto” o seminare eventuali pedinatori(cinema, bagni pubblici, mercati,stazioni). Per contro, non poteva lasciare  inosservato il lavoro d’officina o l’impiego, tenere un domicilio senza sfuggire al vicino occhiuto, quando partiva per una missione rimanendone assente a lungo. Più agevole era per gli studenti e gli impiegati di pubblici servizi per i quali erano adducibili giustificazioni di loro spostamenti od assenze irregolari: abitazioni e scuole bombardate,mancanza di insegnanti, la famiglia sfollata…  Si comprende come molto dura e particolarmente insicura si facesse la condizione di chi, già in clandestinità, assolveva a contatti delicatissimi in città che non conosceva, con saltuari mezzi di sussistenza( non disponeva delle carte annonarie, non aveva amicizie e, disponendone, non poteva avvalersene), costantemente in  cerca di domicili provvisori, più facilmente soggetto alla “curiosità” di altri inquilini.  Esposti al coprifuoco, al divieto di utilizzare bici ed alla precarietà crescente dei mezzi di trasporto – per mancanza di carburante, assenza di manutenzione o sospensione di energia elettrica.Si può immaginare la tempra e l’abnegazione dei protagonisti che, in tali condizioni, assicuravano collegamenti decisivi per il movimento di Resistenza; se non abbandonavano in tempo la base abituale, compivano errori di tempo o di percorsi, la staffetta, oltre a compromettere  nella sua “caduta” il referente, era condannata ad ogni sevizia, alla morte od alla deportazione se non cedeva agli interrogatori…..in qualche caso alla collaborazione.

             Il lettore, attraverso episodi del tutto diversi, può riflettere sul ponderoso ruolo assolto dalle donne della rete informativa partigiana.

Il 30 agosto 1944, quando a Genova è ormai caduta la rete dei GAP, sotto i colpi dell’antiguerriglia e la difficoltà a reclutare nuove leve di “terroristi” urbani fra i lavoratori, Remo Scappini “Giovanni”  – membro del Triumvirato insurrezionale per la Liguria, Presidente del CLN e comandante militare del CVL nel genovesato, così riferisce al Comando Generale delle Brigate Garibaldi:

 “..Molte donne tennero la bocca chiusa…si sono comportate magnificamente sotto ogni aspetto, mentre molti uomini, quasi tutti, si sono comportati male o poco bene”
1945.04.25_genova_attodiresa_it

                      l’atto di resa delle forze tedesche a Genova

 N.B.  Fra “quelle donne” vi era anche Rina Chiarini, moglie dello Scappini, che per le sevizie subite perse il bimbo prossimo alla nascita.

                                                                                                                  Claudia Banchieri “Anita”

Si, la sorella maggiore della famiglia Banchieri da noi segnalata nel precedente articolo.  Operaia a Parigi dall’età di 14 anni, non appena rientrata dal meridione della Francia nel maggio del 1943, dopo aver affidato il figlioletto di  6 anni alle cure della suocera, partecipa attivamente alla lotta di liberazione nel Piemonte orientale.   Attiva nel Comitato Difesa della Donna della provincia di Novara, ed agente di collegamento fra il Comando Gruppo Divisioni Garibaldi al comando di Eraldo Gastone “Ciro” e ” Vincenzo Moscatelli “Cino” ed il Comando Generale di Milano.    Nei giorni che precedono la liberazione di Firenze (11.8.’44) viene inviata in quella città, latrice di alcune direttive per i comandi di settore, e con il compito di riportarne il rapporto sullo scenario che si andava configurando alla vigilia della ritirata delle truppe nazifasciste. Bene, il giorno che precedeva l’ingresso dei partigiani di Potente e delle unità alleate nel capoluogo toscano Claudia, che all’epoca aveva 28 anni, espletata la propria missione, seppe convincere un sottufficiale tedesco ad accoglierla sul suo camion sino a Reggio Emilia.…prima tappa del suo viaggio di rientro!

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Marcella Balconi     

  Nasce a Romagnano Sesia (No) l’ 8 febbraio 1919 dove il padre Giuseppe, nota figura socialista della zona, esercita la doppia professione di medico assai stimato e di  avvocato difensore delle cause operaie. Scuole medie in un collegio biellese e liceo a Novara, intrapprese poi gli studi di medicina all’Università di Pavia, compiendo le prime esperienze professionali nel reparto Pediatria dell’Ospedale Maggiore di Novara.  Particolarmente attratta dalle tecniche di ricerca ed impiego dei sulfamidici, torna come assistente all’Istituto di chimicabiologica di Pavia,   dove si laurea nel 1943…Intanto la situazione nel Paese è precipitata: la Repubblica Sociale Italiana continua la guerra al fianco dei nazisti e vi si oppongono i “partigiani”…..Con la cugina Mariolina Berrini (sono figlie di sorelle) decidono di partecipare alla lotta e divengono ispettrici sanitarie per il Comando  Generale delle Divisioni Garibaldine.                                                                                                   Durante una missione che da giorni la portava in ogni angolo del Piemonte – nei giorni che precedettero la liberazione di Torino (27.4.1945).   

immagine038 (1)Marcella , che si spostava sotto la copertura di consulti organizzati dalla rete medica della Resistenza, attiva  in molti nosocomi, viene incaricata  dal CLN e dal Comando Militare Regionale – dopo un voto espresso a maggioranza – di recare a Pompeo Colajanni “Barbato”, l’ordine di non tenere in alcuna considerazione la falsa circolare emessa dal colonnello John Stevens, capo missione alleata  presso il CLN del Piemonte occidentale, con cui si ingiungeva alle formazioni guidate  da “Barbato”di non marciare su  Torino, adducendo la pericolosità di una eccessiva concentrazione di truppe e armamenti pesanti tedeschi,  in ritirata dall’ alessandrino e dalla frontiera francese. 

E’ “Marcella” che deve comunicare al Comandante della VIII° Zona operativa del Piemonte (Monferrato),posto alla guida di tutte le forze partigiane convergenti sul capoluogo, che le disposizioni trasmessagli erano esclusivamente opera dell’ufficiale di collegamento alleato, al fine di ritardare l’azione dei patrioti onde consentire il soprag-giungere delle colonne  USA risalenti da Alessandria e Piacenza : così fu possibile attuare con tempestività il piano ” Aldo dice 26 per 1″!.  Alla fine del conflitto,dopo essere stata congedata con il grado di Maggiore, la Dott.sa Marcella Balconi tornò alla sua amatissima professione, specialializzandosi in Neuropsichiatria infantile, dopo aver sostenuti stages di eccellenza presso i più avanzati istituti d’Europa. Nel 1949 le venne affidata la guida del primo Servizio di Neuropsichiatria  nazionale a Novara  fra gli anni ’60 e ’80 fu eletta parlamentare per il PCI (1963) e successivamente Sindaco di Grignasco (No) ed Assessore al Comune di Novara.      “La Dottoressa” venne a mancare il 5 febbraio 1999.