Archivio | maggio, 2018

Vita di staffette-2

8 Mag

Il lettore o la  lettrice che abbiano  già scorso il precedente articolo ( Vita di staffette -1 del 13 aprile 2018), avranno rilevato come l’argomento sia stato proposto attraverso i sentimenti, le angosce e le emozioni delle protagoniste, evitando ogni concessione alla retorica. Avranno colto, altresì, che a guidare giovani donne a collaborare con la lotta armata, siano stati motivi – potremmo dire istinti – di solidarietà umana e di giustizia sociale. Per concretezza, un sentire delle donne che prime avvertono la necessità di “fare qualcosa” alla loro portata, per tornare ad una vita normale: avere cibo, luce, di che rascaldarsi, salvare il lavoro e le vite umane dal protrarsi dei bombardamenti, delle deportazioni e da ogni forma di ruberie messe in atto dalle truppe nazifasciste.                 Per ottenere tutto ciò, e sconfiggere l’arroganza e le vessazioni di chi trascinava ormai il Paese in guerra da 4 anni, molte compirono un gesto generoso, assunsero il rischio personale come strumento di lotta.

Questo nostro intento, di rendere omaggio alle donne della Resistenza a 73 anni dall’aprile, non richiede di attestarne il contributo quantitativamente;  il lettore che intenda approfondire potrà per altro essere confortato da una robusta bibliografia e da fonti del “web”.   Preferiamo proporre alcuni “frammenti” della memoria, che hanno la virtù di unire le protagoniste, nel tempo e nella diversità dei contesti  territoriali in cui si trovarono ad operare…..

staffette-biellesi-in-un-dormitorio1                  Staffette biellesi in un dormitorio

                                                                                              …...Rosetta Banchieri ” Carmen”                                               Nata a Feltre (Belluno) il 29 gennaio 1922, quinta di sette fratelli, da genitori antifascisti.   Il padre – sottotenente volontario Alpino nella prima guerra mondiale – fra il 1923 ed il ’25 subì tre aggressioni da squadristi locali, il che lo costrinse ad emigrare in Francia ed a trasferirvi poi  la famiglia. Rientrati in Italia i Banchieri nel 1941 – salvo due sorelle sposatesi nel frattempo in Francia – il padre venne arrestato dall’OVRA a Bardonecchia ed inviato al “Confino” di Ponza mentre il figlio maggiore Giuseppe era già Ventotene  condannato a 12 anni per attività  contro il regime di Mussolini, dopo essere stato arrestato in Italia durante un viaggio clandestino.  Dopo l’8.IX ’43 tutti i membri della famiglia Banchieri erano direttamente impegnati nella lotta antifascista, anche la figlia Vittoria sposatasi con Eldo Cotti, divenuto cittadino francese  nel paese transalpino e collaboratore attivo dei FT- Partisans.   Per un eventuale approfondimento raccomandiamo:      “Un mondo di fratelli”  e “Una famiglia di antifascisti: i Banchieri” -2006  ( Istituto storico  bellunese della Resistenza. Rosetta racconta a Adriana Lotto, che ne raccolse l’intervista  : “…Al nostro gruppo il 12 febbraio 1944 venne consegnata la bandiera di combattimento, per conto del CLN di Padova….Dovendomi scegliere un nome di battaglia io sarò “Carmen”, nome desiderato dal nostro comandante Rizzieri Raveane “Nicolotto”, divenuto poi comandante di una brigata della Div.ne Garibaldi “Belluno” ex garibaldino di Spagna….Stabiliamo un recapito in ogni casa di contadini, fuori Feltre, per costituire il “Comitato di aiuto per la montagna”.  Organizziamo in grande la raccolta fra operai ed impiegati, un laboratorio di cui la proprietaria è moglie di un impiegato. Qui si confezionavano con continuità biancheria e indumenti caldi per i nostri partigiani…..E così, il sabato sera, noi due staffette, quanti zaini colmi e pesanti ci siamo messi in Spalla!…”Impariamo presto a sfidare le pattuglie tedesche ed i brigatisti neri in perlustrazione, nascondendoci velocemente nei cespugli, e così a lottare contro la paura il freddo e la nebbia.  Ho ricordato per tanto tempo la sensazione di sollievo al momento del nostro arrivo in vetta. Perdevamo talvolta i sentieri e l’orientamento a causa della nebbia e, malgrado il sentire le voci non riuscivamo a trovare la baita.  Ricordo la felice accoglienza, con pane, burro e marmellata di ciliege, ne avevo perduto il sapore!”   “Dopo un meritato riposo, sotto coperte fatte con pellicce di pecora, riscendevamo….”   “Carmen” inquadrata sino ai giorni della Liberazione nella Brigata Antonio Gramsci della Div.ne d’assalto Garibaldi “Nino Nannetti”, operante nella zona “sinistra Piave”, avrà compiti primari nell’organizzare e recapitare“Dalle vette al piano” , il giornalino della Divisione, ai reparti ed ai nuclei di propaganda al piano  immagine021

( da Gorgio Amendola in “Lettere da Milano” – Einaudi ,1983) :

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Teresa Vergalli “Annuska”       

Nata a Bibbiano (Reggio Emilia) nell’  ottobre 1927, nel suo “Storie di una staffetta partigiana” premette:  “La Resistenza non è calata dall’alto, è salita dal basso”….”Mio padre non mi voleva nella Resistenza, voleva che continuassi a studiare. Io dissi che non potevo continuare con gli studi, visto che il bombardiere alleato…aveva distrutto la mia scuola in una delle prime settimane del ’44, e che intendevo <dare una mano>.  Il padre, militante attivo dell’antifascismo, che aveva trascorso sette mesi in carcere – amnistiato nel ’33 per il decennale del regime- pensò di utilizzare la determinazione della figlia, incaricandola di contattare con il passaparola le ragazze di famiglie antifasciste da avviare all’attività di staffetta. “Quelle strade le conoscevo benissimo e mio padre mi indicava le case in cui potevo andare… Autentica partigiana di pianura, si sposterà continuamente in bicicletta su strade e sentieri a Sud della Via Emilia, ” ero un vero e proprio telefono vagante” ….Dopo aver organizzato le staffette di Montecchio e Cavriago, nelle ultime settimane dell’inverno’44/’45, era diventato pericoloso rimanere in paese e…dovetti andare anch’io sull’Appennino”. Annuska” diverrà staffetta fra il comando ed i distaccamenti della 144° Brigata Garibaldi “A. Gramsci”.
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Teresa Vergalli a Roma negli anni ’60

per approfondire le note biografiche:

http://www.teresavergalli.wordpress.com/about/

 

Maria Spadacini

Giovane operaia di Suna ,oggi frazione di Verbania, sulla riva Nord del Lago Maggiore, in occasione del suo 100° compleanno( 17 febbraio 2017), ricordava ai convenuti per renderle omaggio: “Ogni volta che uscivo di casa, per fare la missione che mi veniva affidata, pregavo, perché non sapevo se sarei rientrata”…”  Fui fra le prime persone a giungere a Fondo Toce ( Verbania) dopo la fucilazione dei 42 martiri”… (vedi articolo di Vento d’aprile del 16.2.2015 : “Nelle valli senza tregua l’Italia conquista la propria libertà”)…tra i corpi ammucchiati mi colpì la vista di un “rosario” spezzato sui calzoni di una vittima”…”Di fronte alle sofferenze viste, ho pregato ogni giorno perché simili tragedie non accadano più”.

Ravetto Flora “Maruska”

Nata a Marsiglia il 23 ottobre 1925, perde la mamma all’età di 2 anni e viene allevata dalla nonna, in quanto il padre socialista, già costretto all’emigrazione, la riporta alla natia Borgofranco Canavese (TO).  A 12 anni iniziava a lavorare, prima come apprendista e poi come sarta in vari laboratori di Ivrea. Porta il suo primo contributo alla Resistenza nell’estate del 1944, prima occasionalmente prestando aiuto e conforto ai partigiani ricoverati nell’ospedale della città e favorendone  i contatti con le formazioni. Dal 1° ottobre entrò a far parte della 183° Brigata “Caralli della VII° Div.ne Garibaldi.operante fra la  Valchiusella ed il versante occidentale del biellese. “Maruska” racconta:. “..una serie di circostanze mi hanno portata prima ad occuparmi del prossimo e poi ad aderire alla lotta partigiana”….“frequentando anche la corsia degli uomini, per visitare il padre di una mia cara amica, vidi dei partigiani che si sapeva dovessero essere fucilati, ma un giorno vennero i loro compagni vestiti da tedeschi, con la complicità di suore e medici, che erano quasi tutti dalla loro parte, e li portarono via”.  “Fu allora che mi dissi che potevo fare qualcosa anch’io…”

immagine022         Durante una di quelle visite, fattesi sempre più frequenti -al fine di essere maggiormente di conforto e di aiuto ai giovani feriti – per riuscire meglio a farli comunicare con le famiglie o le formazioni di appartenenza –“Maruska venne fermata da un milite che piantonava l’ingresso del reparto ospedaliero.   ” Ma lei viene tutti i giorni in ospedale a trovare i ribelli?”  “Ma no, vengo a trovare tutti, anche lei!…Cercavo di fare una battuta spiritosa, ma intanto mi ero presa un bello spavento..e me ne sono andata”. Nell’ottobre 1944, Renzo Faré “Mix”, capo nucleo nella 183° Brigata della VII° Divisione Garibaldi ( che più tardi ne assumerà il comando) le chiese di entrare in formazione”…”Un giorno, per salvare un giovane partigiano di Borgofranco ferito ad un polmone, fu deciso di proporre uno scambio con 2 tedeschi catturati da poco tempo, e “Mix” mi incaricò di comunicare la proposta al cappellano dell’ospedale…Pur con la febbre e tanto mal di gola volevo andarci io, ma  il direttore delle poste di Ivrea, Emiliano Allera, volle portare lui il biglietto, che nascose sotto il plantare della  scarpa”.  ” Non volevo entrare a far parte della brigata, perché mio papà non sapeva niente della  mia attività ma, dopo molte insistenze di “Mix”…: Non puoi continuare come hai fatto sino ad ora, devi conoscere la parola d’ordine per i contatti, devi poterti muovere senza limitazione di orari…” Divenuta una  vera partigiana, dovetti scegliermi un nome di battaglia..ed ho fatto tante altre cose per il Comando”. “Uno dei compiti che mi era stato affidato era quello di procurare abiti ai partigiani…ed i miei rapporti con loro erano circoscritti ai contatti diretti con “Mix”. Andavo da lui a prendere o portare ordini superiori,ricevere o portare pacchi, portandoli talvolta in bicicletta fino a Tavagnasco (TO) e Quincinetto, cantando allegramente perché la gente non si insospettisse”…a “Mix” avevo detto che di fronte alla tortura io probabilmente avrei ceduto..bisognava fare sempre molta attenzione, perché vi erano molti rancori personali. Le spie era giusto eliminarle, ma sovente fui incaricata di portare lettere di  “diffida” a persone sospette..e non vi furono casi in cui “Mix” avesse dato ordini dei quali avessimo poi dovuto pentirci”. “Nei momenti di difficoltà rivolgevo un preghiera a mia mamma. Una paura che mi accompagnava era quella di essere scoperta, perché vi erano tanti partigiani con la lingua lunga, peggio delle donne.”  “Se non viene presto la pace mi pescano, pensavo sempre…”   ” Sono contenta di quello che ho fatto. Grazie alla mia partecipazione alla Resistenza…non sono rimasta a guardare da fuori”.

La giusta misura dell’apporto dato dalle staffette, e specificamente dalle  donne, alla lotta di Resistenza, è nell’inciso di  PietroSeccchia  (commissario politico delle Brigg. Garibaldi)  in “Il Monterosa è sceso a Milano” (pagg. 603-605)  -Einaudi :                   “…senza i collegamenti assicurati dalle staffette le direttive sarebbero rimaste lettera morta; gli aiuti, gli ordini e le informazioni non sarebbero arrivati nelle diverse zone. Delicato e duro, quasi sempre pericoloso, era il loro lavoro…con materiale pericoloso salire per le scoscese pendici dei monti, attraversare torrenti o posti di blocco, percorrere centinaia di chilometri in bicicletta o su camion: Spesso dovevano predere i fascisti per avvisare i nostri…Se c’era un ferito da nascondere rimaneva la staffetta a vegliarlo…Non di rado, dopo la  battaglia, la staffetta rimaneva sul posto, nel paese occupato dal nemico, per conoscerne le mosse ed informarci….” 

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     Staffette bellunesi festeggiano la liberazione della  città

  ……..e 73 anni fa finiva la guerra in Europa!