Archivio | aprile, 2018

Vita di staffette – 1

13 Apr

Al messaggero veniva affidato, sin dai tempi antichi, il compito di recare la notizia di eventi, un’ordine od un’informazione alle truppe, e questi adempiva la missione avvalendosi degli scarsi mezzi che la tecnica del tempo  consentiva:  la corsa a piedi di più giorni, lo scambio di cavalli presso una “posta” amica, una barca od un carro di foraggio trainato da buoi.  I piccioni viaggiatori venivano impiegati quando il messaggio doveva superare le linee nemiche od in caso di assedio.  In tempi più recenti  si potè ricorrere a qualche mezzo più evoluto, quali mongolfiere, segnali convenzionali attuati con specchi o bandierine,…sino all’impiego del radiotelegrafo e delle macchine criptatrici di codici.         Già con i giochi di Olimpia, quando ogni conflitto veniva sospeso per dare uno spazio di pace agli esercizi di forza ed abilità individuale fra atleti di  ogni parte dell’Ellade, i greci pensarono che la gara per primeggiare – fra città grandi e piccolissime – non fosse limitata al confronto fra i singoli “campioni”, bensì svolta mediante il confronto fra squadre che le rappresentassero.  Nella corsa comparve così la “staffetta”, quel succedersi di podisti ai quali il compagno, che li precedeva nel percorrere un tratto di lunghezza prestabilita,consegnava un bastoncino colorato (il “testimone”), che l’ultimo della squadra doveva  portare al traguardo.       Detto che staffetta deriva da “essere col piede nella staffa”, pronti a partire, bisogna subito rilevare che ben altra funzione aveva, e ben altra vita conduceva la “staffetta”, il messaggero partigiano, nei 20 mesi della lotta di liberazione dal nazifascismo.

 6 Un drammatico colombigramma del 1918-kRPE-U11011763786316PCC-1024x1446@LaStampa.it

                             Compiti della staffetta

Nella essenzialità il ruolo della staffetta non era molto dissimile da quello del messaggero dei secoli precedenti; ben più vasta era invece la natura, la varietà dei compiti assegnatigli, e con quelli le situazioni ed i rischi cui andava incontro.  La “staffetta” era un tramite fra formazioni combattenti, fra queste ed i comandi; portavano comunicazioni e documenti, ordini e contrordini, informazioni aggiornate su spostamenti o concentrazione di truppe nemiche. La staffetta era tutt’altro che un mero postino. Comunicava a voce o con piantine tracciate su carta, con tecnica “naif”, l’ubicazione di un posto di blocco, le vie di accesso e di fuga di un presidio repubblichino o di un acquartieramento tedesco, i tratti abitualmente percorsi da pattuglie nemiche.  Divenne presto  consuetudine affidare alle staffette il trasporto di stampa clandestina(volantini, bollettini territoriali, manifesti a sostegno di scioperi o rivendicazioni delle popolazioni, giornaletti di fattura artigianale che “uscivano” quando potevano.  Prezioso, di altissimo rischio personale, era il compito di “passeur”, di accompagnatore di feriti, ebrei, militari alleati, agenti paracadutati o dirigenti del CLN, affidati alla loro guida.  Il pericolo per la staffetta, infine, si faceva letale quando veniva sorpresa in missioni che comportavano il trasporto o l’occultamento di armi, esplosivi o materiale bellico in genere.   Dovendo operare in condizioni “ambientali” ben diverse da quelle in cui si cimentavano gli “olimpionici”, la “staffetta partigiana” doveva conoscere molto bene il territorio della sua operatività, disporre di qualche riparo che -nell’emergenza – ne motivasse la presenza lontano dal domicilio, avere una attività lavorativa ed una conduzione di vita che ne giustificassero la mobilità e la ponessero al riparo da sospetto e spiate.  Va da sè che non doveva portare arma personale di alcun genere! Questa specie di decalogo della “staffetta partigiana” rivestiva massima importanza nella prima fase della lotta, quando questa fu prevalentemente condotta in montagna e nelle valli, con il gelo, poca organizzazione, in territori scarsamentepopolati, facile scenario per osservare “movimenti” di persone, specialmente in orari inusuali. 

Olema-Righi-staffetta-di-Carpi-morta-nel-2013                                          Olema Righi, staffetta di Carpi

                                                            resistenza_staffetta-da-lAgnese-va-a-morire                     staffetta nelle valli di Comacchio inverno ’44-’45

                                La Staffetta partigiana

Per le ragioni dianzi accennate, era costante prassi, nella scelta dei messaggeri della Ressistenza, adottare alcuni criteri che ne garantissero l’affidabilità, la puntualità e la rigorosità nell’osservanza delle disposizioni ricevute, la riservatezza assoluta anche verso i familiari ed i partigiani incontrati durante la missione. Se questo codice comportamentale avevavalore generale, vi erano poi alcune caratteristiche soggettive che determinavano priorità nelle scelte : ambiente famigliare di comprovata fede antifascista, non dover strettamente accudire alla prole, essere disponibili a spostamenti e permanenze di giorni lontani dal domicilio o dalla base abituale (se erano già in clandestinità).  Ecco perché la scelta cadeva in genere su donne  giovani e giovanissime,in grado di spostarsi con i pochi mezzi disponibili : biciclette,”littorine”, corriere…o tanto di scarponi.        E’ pur vero che per il determinarsi di circostanze improvvise ( mutamento di piani del nemico, urgenza di trasferimenti dovuti a spiate o alla caduta nelle mani dei neri,ecc.), non si poteva sempre ricorrere a persone di comprovata ” idoneità”.  Quando si trattava di collegamenti fra località distanti e con la città, si faceva affidamento  su  operai addetti a lavori sulle linee (telefoniche, ferroviarie, elettrodotti e simili ). Frequente era l’aiuto (volontario o casuale) di pastori, boscaioli o carrettieri….                  Da:  “Guerriglia nei castelli romani” – di Pino Levi Cavaglione – Einaudi 1944 
1° dicembre 1943 …….“Il trasporto delle armi dal comando alle varie squadre è stato effettuato   da “Nennella”, una  gioviale e chiassosa donna di Albano.     Seduta sul carro carico di armi e di munizioni dissimulate  da fascine di legna, “Nennella” ha guidato il mulo, con la stessa calma e disinvoltura come se  si fosse trattato di portare in giro ortaggi.                                      
 Se gli spostamenti avvenivano su percorsi brevi, che collegassero la base di una formazione con un villaggio, un rifugio od altro reparto dello schieramento, era agevole affidarsi ad un carrettiere, ad un mandriano o ad un casaro. Più difficile era ottenere la collaborazione di un artigiano della zona o di un oste, che temeva ritorsioni sulla propria attività.  Tratteremo in un secondo articolo delle differenti condizioni in cui agivano e delle diverse precauzioni concernenti l’attività delle “staffette in città” o degli addetti ai collegamenti fra comandi di reparti combattenti, e strutture politico-militari della zona, in una data regione, o per vere e proprie missioni per conto  del Comando Generale del CVL o CLN.

                       I pericoli per la staffetta

Diciamo subito che l’adozione delle cautele, dianzi esposte, non mettevavano a sicuro riparo da pericoli la staffetta stessa o l’adempimento della missione affidatale.  Talvolta una forte nevicata,  un guasto alla bici od al vecchio “autostradale” bastavano a compromettere entrambe. Altre volte poteva essere l’improvviso mitragliamento alleato sulla linea ferroviaria, il cadere in contraddizione nell’incontro con una pattuglia in perlustrazione, o nel corso di uno stringente interrogatorio con le armi puntate addosso, a chiudere tragicamente la spedizione. 
Molino Boldrino-partigiani e staffette          Partigiani e staffette sull’Appennino tosco-romagnolo (Molino-Boldrino)                                          Quando la staffetta veniva catturata – per incauta negligenza o per la delazione di un occhiuto compaesano, vicino di casa o collega di lavoro – la minaccia di rappresaglia sulla famiglia, la simulazione di fucilazione sul posto, la tortura e le sevizie, erano gli strumenti usuali con cui i nazifascisti perseguivano “la resa” della staffetta e le rivelazioni.   Vi furono casi in cui tali “cedimenti” costarono molto cari al movimento di Resistenza; vi furono – e ne citeremo alcuni molto emblematici -numerosi episodi  in cui incorsero partigiani combattenti e staffette, in cui il trattamento dei “neri” non valse a vincerne l’abnegazione: basi e compagni di lotta furono salvaguardati col sacrificio della vita!  Val bene rilevare come un “messaggero” vivo fosse di maggiore interesse per i “repubblichini” operanti in una data zona, in quanto si puntava a farlo seguire, a scoprirne la rete di contatti, le basi di appoggio. Sovente si fingeva credulità e generosità, rilasciando la persona fermata……     Va detto, altresì, che dopo tali “incidenti”, la staffetta ed eventuali “appoggi” sul terreno venivano lasciati in “stand by” per un periodo di tempo o sino a mutate “condizioni ambientali”; era prassi, rigorosamente osservata, far seguire al fermo( comunque conclusosi) di una staffetta, l’immediato spostamento del reparto o base cui quella era diretta.In genere, recuperata la s. all’attività ne veniva mutata la zona e, talvolta, la modalità d’impiego.

Ci pare giunto il momento di dare voce ad alcune protagoniste, rinviando ad un articolo successivo l’ argomento della staffetta di città, che operava in ben più difficili condizioni di vita e pericolo.

  Dall’Argine Bruna “Adriana” 

              Nasce a Curtatone (MN) il 27  agosto 1927 da famiglia operaia. Il padre comunista è costretto ad emigrare perché senza lavoro e nel mirino della polizia fascista. Nel 1935 la famiglia si trasferisce per lavoro a Verres(Valle d’Aosta) e nel 1938 ad Ivrea dove, dopo l’avviamento commerciale Bruna viene assunta in Comune in qualità di dattilografa. Inizia il suo impegno nella Resistenza il 1° dicembre 1944, dopo aver assistito dalla finestra del suo ufficio all’impiccagione del partigiano Ferruccio Nazionale .        “Bruna non guardare, Bruna vieni via di lì! continuava a dirmi la signorina anziana…” No, voglio guardare. Voglio proprio vedere quegli assassini, li voglio proprio vedere! Due della X MAS facevano scendere dal camioncino quel povero ragazzo, lo trascinavano, non faceva un gesto. Ho visto impiccare un uomo morto..perchè si seppe poi che era già stato ammazzato in caserma. “Mi è salito subito un odio, un odio che non le dico.       Per  ragioni di lavoro veniva saltuariamente in contatto con il locale comando tedesco, con compiti di ciclostilatura che le diedero modo, per un buon periodo, di sottrarre copie dei comunicati che passava alle SAP (Squadre di Azione Patriotica) della zona. Dopo aver insegnato ad un giovane soldato tedesco ad incidere il foglio incerato delle matrici….“sono andata ancora molte volte al comando, anche se non era più necessaria la mia presenza, con il pretesto di correggere ortografia ed accelerare la produzione , mettere a posto i fogli girare la manovella…Gira, gira, gira e poi…via, dentro il reggiseno!… ” Nei giorni successivi si  veniva a sapere di agguati, di sabotaggi, di rifornimenti  che non erano arrivati…       In seguito mi sono fatto amico un ragazzo della X° di 19 anni…che mi raccontava con enfasi tutto quello che il suo reparto si accingeva a fare:    “Domani andiamo là a fare una schermaglia”     “Ah, si?   “Dove?”  “A Cuorgné“.   Io zitta, e poi subito a casa ad avvisare mio padre. Quella volta, poi, i fascisti le presero di santa ragione. Persino il ragazzo della X MAS ritornò giù .                                                                                             Bruna Dall’Argine nell’autunno ’45    immagine017
….”Di notte scrivevo i volantini che i partigiani volevano far pervenire ai lavoratori della Olivetti. L’originale lo portava mio padre e le copie si riproducevano usando la “carta carbone”.   Per diminuire il rischio di essere notati e fermati con il materiale clandestino, passavo a mio padre il pacco dei volantini fuori dall’abitato: nella bottega di qualche artigiano, nel ripostiglio dell’orto…          Quando “Adriana” ricevette la qualifica di “Patriota”, ben dopo la Liberazione, scoprì di essere stata collaboratrice- staffetta della 7° Divisione Garibaldi.

 

Seren  Bernardone “Adriana”

Nasce ad Alpette il 15 novembre 1926, figlia di un operaio FIAT divenuto poi panettiere. Diplomatasi maestra, si impiega giovanissima all’ufficio postale del paese. Il suo impegno nella Resistenza inizia sin dal 9 settembre 1943, aderendo con il fratello ad una delle prime bande garibaldine  della zona, costituita da Battista Goglio “Titala” . La formazione, ingranditasi vieppiù nel corso del 1944, alla morte del comandante si strutturerà in 77° Brig. Garibaldi “Goglio”.                            “Mi sono coinvolta da sola…io ero una delle persone incaricata di portare viveri ai soldati inglesi e slavi fuggiti dai campi, e poi ai giovani renitenti ai “Bandi Graziani” nascosti a Serrai.      “…Ho mantenuto i contatti coi partigiani  ovunque si spostassero… Sono sfuggita alla cattura durante la battaglia di Ceresole( 29.7-12.8 1944) solo perché mia mamma mi  proibiva di pernottare alle basi..anche se era molto faticoso andare su e giù per la montagna.     “Il mio compito principale era quello di portare messaggi; solitamente non erano fogli scritti, imparavo a memoria e poi riferivo….” Ogni tanto veniva qualcuno a casa mia di notte, parlavamo con la luce spenta, mi dicevano dove andare e cosa fare.  “Non ho mai dovuto trasportare armi; solo una volta dovevo portare a qualcuno una pistola e, perché non me la trovassero me l’ero nascosta nel reggiseno.  ” Più tardi, quando dovevo andare in pianura, stavo via dei giorni interi.   “Nella bella stagione dormivo all’aperto, sotto gli alberi, una volta sotto i portici. D’inverno non si poteva andare tanto in giro, perché rimanevano le impronte degli scarponi sulla neve. Ovviamente evitavo le strade principali e passavo per i boschi.

immagine018  “Dovendo portare una lettera a qualcuno a Pont Canavese, dovetti affrontare i rischi di un posto di blocco repubblichino, che sapevo esserci nei pressi del torrente Orco. Mi chiesero: Dove vai? A trovare il fidanzato?   “No, a trovare mia mamma in ospedale, che sta molto male”. Mi lasciarono passare e, feci così in fretta a tornare al reparto che al comando si stupirono ch’io fossi già di ritorno!

       Seren   “Adriana” negli anni ’50                           

“I miei genitori erano antifascisti, approvavano la scelta partigiana mia e di mio fratello ed erano strettamente vigilati dai “neri” locali, perché mio fratello era di leva e non si era presentato in caserma. ..” Trattenuto a Lanzo una settimana, ed interrogato per molte ore al giorno mio padre non disse nulla; da allora cominciarono a cercare anche me ed a fare presssioni su mia madre… che doveva ben sapere  perché e per dove si fosse allontanata la figlia. Avevano certamente appreso che c’ero anche io nella Brigata “Titala”.
“Nell’agosto ’44 eravamo braccate, con due sorelle, e nessun malgaro voleva darci qualcosa da mangiare né un posto per dormire. Avevamo una fame da morire ed eravamo tanto stanche e così, a stomaco vuoto, andammo a dormire ai margini di un bosco sino alle prime luci del giorno.

“La Liberazione l’ho festeggiata ad Alpette, che è poi una frazione di Cuorgné.    Avevamo vinto, ma non è che fossimo molto felici, proprio felici… avevamo perso troppi compagni, amici d’infanzia o di scuola.   Come potevamo essere felici!”

I 2 ritratti sono tracciati da Maria Paola Capra in “Donne e Resistenza nel Canavese”.  Edito da ANPI Banchette e Provincia di Torino – 2010

Cosa ha indotto la  Prof.sa  Capra, insegnante di materie letterarie, ad un opera così ponderosa e frutto di tante ricerche ed interviste alle protagoniste? Probabilmente la risposta è in alcune cifre, che ci danno la misura dell’apporto delle donne alla lotta antinazifascista in quella parte del Piemonte:                                                                                        

immagine019 (1)

  104 donne operarono nel Canavese con la qualifica di Staffetta                                   Fra le quali, 11 referenti alla 9° Brig. SAP;   58 alla 76° Brig. della VII Div. Garibaldi;  14 patriote e combattenti nella 77° Brig. della IV° Div. Garibaldi; 15 donne militarono nella VII° Div.GL, fra le quali 9 con la qualifica di staffetta; infine, nella Div.Matteotti, 9 risultano le staffette, 18 le partigiane inquadrate e 6 le patriote.