Archivio | gennaio, 2018

Baranca: il colle dei ribelli

29 Gen

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          Il Colle Baranca con vista sui ruderi della villa dei Lancia

In genere nei nostri articoli trattiamo di accadimenti, di episodi, di scontri salienti della guerra partigiana, di insidie, di documenti o proclami che ne segnarono momenti importanti. Dei luoghi si citano le condizioni naturali, favorevoli o meno ad accettare il confronto col nemico, a resistere a forze soverchianti od a tendere agguati.             Molte volte li ricordiamo come scenari di rappresaglie sulle popolazioni, di fucilazioni, per i canaloni o contrafforti in  cui era bene sganciarsi quanto prima dal combattimento, col favore della nebbia o trascinandosi sotto una grandine di proiettili. Spesso dirupi e mulattiere infinite offrono l’idea  delle privazioni e delle notti all’addiaccio sofferte dai partigiani nei durissimi inverni del ’43 e ’44.   Vogliamo proporre un sito, il “Colle Baranca”, nelle alte Alpi vercellesi,  che nei lunghi 20 mesi della Resistenza assolse un ruolo decisamente strategico:per il passaggio in Svizzera di famiglie ebree, militari alleati fuggiti dai campi prima e dopo l’8 settembre ’43, spostamenti di formazioni partigiane per sfuggire ai nazifascisti durante le azioni di rastrellamento, od impegnarli per  ritardarne o respingere le operazioni, volte ad annientare le formazioni garibaldine della Valsesia e del Biellese.   

Da Varallo Sesia(450mt.), risalendo la valle in cui scorre il torrente Mastallone, si raggiunge il paese di Fobello da qui, di bel passo , in meno di 50 minuti ci si porta alla frazione S.Maria dalla quale si diparte un sentiero che porta a quello che un tempo era il lago Baranca. Attraverso boschi, in prevalenza faggete, ci si inerpica per una buona ora e ci si ritrova ai margini della piana dellAlpe Baranca; da dove, costeggiando    il “lago” si prende per un sentiero erboso (d’estate!), che dopo poco ci consente di raggiungere il Colle ed un’ampia vista sulle solide baite dell’Alpe Selle.  In estate, e con una buona gamba, tre ore di cammino da Fobello; negli inverni aspri del ’43 e  ’44 le cose erano un poco più complicate!    Volgendo lo sguardo sulla piana, si notano subito i ruderi della Villa Aprilia della famiglia Lancia, distrutta con accanimento nella primavera del 1944 dalle bombe dei nazifascisti in caccia di ribelli.
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                             I ruderi di Villa Aprilia                                                       

Il Colle Baranca ha sempre rappresentato una posizione di passaggio strategica: per i Principi di Savoia nel 1858, e l’anno successivo come via di congiungimento fra truppe piemontesi e francesi  per opporsi agli austriaci, nella seconda guerra d’ indipendenza.  Per comprendere meglio quale importanza assunse il Baranca” nel pieno della lotta di Liberazione, è opportuno segnalare che Fobello fu al centro  di tragici eventi di devastazioni, rappresaglie indiscriminate sulla popolazione, incendio di abitazioni e di stalle, fucilazioni e deportazioni.  I fascisti, e per tali vanno ricordati i “ramarri” della Tagliamento ed i Legionari della “Muti” che, avuta  carta bianca dai tedeschi per i rastrellamenti, non risparmiarono efferatezze agli alpigiani, che consideravano a priori conniventi  e fiancheggiatori  dei garibaldini di quelle vallate.     Quando la Resistenza era ai suoi “preliminari” (sett.-ott. ’43), l’area del “colle” e le sue mulattiere furono subito importanti, alle soglie dell’inverno, quando antifascisti valsesiani e generosi alpigiani si fecero guide volontarie (non sempre esperte!) per avviare verso la Svizzera militari alleati sbandati o dispersi dopo la fuga dai campi di prigionia, o paracadutati per le prime missioni sul suolo italiano occupato; un aiuto vitale fu quello portato a famiglie di israeliti soggetti ad altissimo rischio (certezza!) di deportazione.  Vincenzo Moscatelli “Cino”, il notissimo comandante partigiano-operaio di Borgosesia- che all’indomani dell’armistizio diede vita alle primissime formazioni sul M.te Briasco, e divenne in seguito Commissario Politico del Raggruppamento delle Div.ni Garibaldine della Valsesia, ebbe l’intuizione di far presidiare “il Baranca” da 20-30 fidatissimi partigiani, acquartierati all‘Alpe Selle.  Inizialmente la squadra era  guidata dal “Barba”, gran conoscitore di quelle montagne e dotato di grande carisma verso i compagni.   A metà febbraio del ’44, sempre insofferenti alla inattività condussero dal passo, con pieno successo, un attacco al presidio fascista di Pontegrande in Vallestrona. Un mese più tardi il “Barba”  moriva in uno scontro a fuoco con una pattuglia nemica alle porte di Varallo.  Lo sconforto e la rabbia, per la perdita di un compagno che tutti amavano, fu seguita dall’affidamento del comando ad Attilio MusatiPietro Rastelli
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                         La Valsesia verso le cime de Rosa

  Dal 5 aprile 1944, il“Gruppo Camasco”, divenuto ” Squadra Baranca”, sostenne un aspro combattimento contro le milizie della “Tagliamento”, provenienti da Fobello e Maccugnaga, in azione di rastrellamento, ben supportati da corpi “antiguerriglia” della Wermhact.    Fu in quella occasione che venne demolita la Villa Aprilia; l’accanimento era dovuto al fallimento dell’operazione di annientamento sia alle informazioni ricevute dai comandi nazifascisti del territorio, che attestavano un intensificarsi in primavera del transito verso la Svizzera, di passeurs ed esponenti del CLN che tenevano contatti con i partiti ivi operanti.    Per la delicatezza delle missioni, all’andata le guide ed i loro “clienti” passavano per i ghiacciai del Monte Rosa, mentre  al ritorno potevano concedersi un  “più comodo” percorso, dal Vallese alla Valle Anzasca e da qui, passando per Bannio, rientrare in Valsesia
   E’ nella  villa del costruttore Lancia– originario di Fobello – e nelle baite viciniore che i “ribelli”, ripieganti dopo gli attacchi condotti a fine marzo sulle strade di accesso alla media Valsesia, dalle azioni di sabotaggio e dagli agguati tesi  fra le strette gole in cui scorrono gli affluenti della Sesia(al femminile era più intimo, quasi materno!) che scende dalle propaggini del Monte Rosa, trovano riparo ed improvvisano un pasto caldo, frugale….ma caldo!   Di quei ritorni alla base di montagna ebbe a scrivere il partigiano “Turin” nei suoi ricordi:  “”…Brevi soste nel mondo civile, per provvista di viveri, e faticosi rientri verso l’accampamento…con 6-7 ore di marcia fra pareti di neve e ghiaccio.     Ci si rincuorava a vicenda, e quando ad un compagno le forze venivano a mancare, un altro lo aiutava ad avanzare…””       Il lettore può ben immaginare come quegli spostamenti si facessero drammatici, nelle ore buie delle corte giornate invernali! 
  Quelli del“Baranca” erano in buona parte  Alpini che avevano abbandonato i reparti dopo l’8 settembre, tutti reduci dal gelo dei fronti di Grecia e di Russia o rientrati dalla zona occupata della Francia (sovente a piedi!)  I nomi ed i curricula di quegli uomini sono ben reperibili su “Il Monterosa è sceso a Milano”, di Pietro Secchia e Cino Moscatelli Ciò premesso, di alcuni ci pare doveroso dare  ragguagli,  vuoi per il  contributo che essi diedero al proseguio della lotta di liberazione nella loro terra sia per i diversi  destini che ne segnarono la partecipazione all’epopea partigiana della Valsesia. 
   
  
                                               
img090 Attilio Musati                                                                                                 
 Nato a Roccapietra (Varallo) nel 1918. Nel gruppo iniziale comandato da Pietro Rastelli ” Pedar” alle Piane di Cervarolo nell’ottobre del ’43, partecipa allo scontro cruento che quella formazione dovette sostenere ai primi di dicembre a Camasco. Costretti a ripiegare sul M.te Briasco per ricongiungersi alla formazione di Cino Moscatelli, procedono ad acquartierarsi in quel di Rimella. Combattente nella 6° Brig.A. Gramsci, costretto ritirarsi dopo uno scontro a fuoco,di carattere irruento, si separa dai compagni per accorrere a Varallo con l’intento di liberare la sorella di cui ha appena appreso l’arresto.  E’ la sera  del 25 marzo 1944, con lancio di bombe e raffiche di Beretta il Musati si impadronisce della mitragliera  in postazione fissa all’ingressso del presidio repubblichino della cittadina;in quel momento si illumina un forte faro posizionato sull’edificio posto sull’altro lato della strada ed il partigiano viene colpito da numerosi colpi al petto. Per intimidire  i suoi concittadini, viene trascinato per le strade di Varallo ed  impedita per tre giorni la rimozione del corpo. Da lui prenderà nome la 84° Brig. Garibaldi “Strisciante Musati” posta al comando di Pietro Rastelli “Pedar”.  Il partigiano di Varallo verrà decorato di M.Argento al V.M.   Di questo personaggio, segnaliamo la memoria che di lui fece Pietro Rastelli:                                                                 http://www.storia900bivc.it/pagine/editoria2/rastelli382.html

Musati

 

 

    Musati, Alpino in Francia
                                                                                                                         

   Martino Giardini “Martin Valanga”                                                                                              

 Nato a Varallo nel 1919. Per la spiccata conoscenza d’ogni valle e contrafforte alpino compreso fra la catena del Rosa, l’Ossola e le cime che declinano dall’alta Valsesia sul Cusio ed il  Lago d’Ortae per un certo ingegno organizzativo, fu decisivo fra quanti si adoprarono per trarre  fuori  dalla rete del rastrellamento posto in atto , fra il 19 ed il 21 gennaio del ’44, da molte migliaia di tedeschi e repubblichini – dotati di blindati e mortai- con l’obbiettivo di spazzar via le unità partigiane (circa 400) che ne impedivano il libero movimento lungo le strade irradiantesi dalla camionabile di fondo valle.  I patrioti sembravano racchiusi senza scampo in un perimetro di 8 Km.  Sull’ Alpe Sacchi, che si erge sul crinale che separa la Valsesia dal Cusio, si ricomposero le formazioni, compresi gli ultimi 100 garibaldini sfuggiti fra boschi e sentieri impervi.  Dopo combattimenti condotti nel gelo, privi di fuoco e cibo caldo, quei giovani lasciarono al nemico le strade, che salgono da Varallo e Borgosesia, che per pochissime settimane. A giugno, “Martin” sarà fra i più audaci protagonisti dell’attacco che il distaccamento, guidato da Rastelli, porterà alla caserma repubblichina di Crocemosso in Valsessera.   Il Giardini, combattente della 84° Brig. della ” 1° Div.ne Fratelli Varalli” , morirà il 7 novembre 1944 durante uno spostamento fra l’Alpe Tracciora  ed il borgo di Cervatto, mentre si dirigeva verso Rossa, per congiungersi con un gruppo installatosi all’Alpe Fey.  Fu dilaniato dall’esplosione di esplosivo che trasportava nello zaino, che il gran gelo innescò. Molto amato, anche al di fuori della sua formazione, ebbe un partecipato funerale in Rossa dove confluirono comandanti di altre formazioni e di altre vallate. Probabilmente troppi, per non attrarre l’attenzione di spioni, e non concorrere dopo qualche giorno all’agguato micidiale per la squadra che…..lo aveva atteso al Fey. 
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             Scenario su cui operò la   84° Brig. “Strisciante Musati”, entro  la primavera 1944,

                                                                                                

                                                                                                                        Dino Vicario “Barbis”

             barbisNato a Riva Valdobbia il 26.10.1920, un carinissimo borgo Walser, sito alle porte di Alagna  Valsesia ad una quota di 1126mt.  Già combattente in Jugoslavia, all’8.IX.’43, come tanti altri Alpini valsesiani lascia la caserma di Aosta per rientrare a piedi ai propri luoghi.  Si dedica subito alla raccolta di armi e dopo il primo grande rastrellamento invernale  raggiunge sull’Alpe Sacchi le formazioni guidate da Eraldo Gastone “Ciro”  ( Com.te militare) e Vincenzo Moscatelli “Cino” (Comm.rio politico). Dopo aver comandato il Batt. “Camasco”, col quale attaccò aggirandole in Valle Anzasca ed Antrona forze nazifasciste irrompenti durante l’operazione di rastrellamento primaverile (5 aprile’44), che vide impegnati circa 10.000 fra militari e corpi antiguerriglia. Divenne in seguito il primo comandante della 1° Div.ne Garibaldi “Fratelli Varalli”. Alle soglie dell’estate, nell’ambito di un rafforzamento dei quadri militari delle formazioni Ossolane, nell’imminenza della costituzione della “Repubblica dei 40 giorni di libertà”, ( “Cino” era stato nel frattempo nominato Comm.Polit. di tutte le formazioni Garibaldi operanti il Valsessera-Valsesia, Verbano, Cusio ed Ossola), gli affidò il comando della 83° Brig. “Luigi Comolli” operante in Valdossola  e successivamente, per necessità sul campo, assunse quello della 119° “Gastaldi”, che gli valse la Medaglia di Bronzo al V.M. “Barbis” è deceduto a Varallo nel 2010.                             
Dino_Vicario,_-Barbis-                                                                                                                            
                                                                                                                                                                                              “Barbis” alla soglia dei 90 anni, ad un raduno partigiano.      

 

 

 

 

 

              Pietro Rastelli “Pedar”                                               

 Nato a Novara il 15 giugno 1919. La famiglia si trasferì a Varallo e Pietro, dopo aver frequentate le classi dell’Avviamento Commerciale entrò come operaio in una manifattura in cui era già occupato il padre. Chiamato alle armi nel Genio Alpini, fu sui fronti di Grecia e di Francia. Dopo l’8 settembre’43 entrò immediatamente in contatto con antifascisti della sua zona e costituì una delle primissime “Bande” alle Piane di Cervarolo.  Site  a 1220 mt. sui contrafforti della sinistra Sesia, sempre in territorio comunale di Varallo, rimasero snodo preziosissimo di passaggi fra le valli che vi fanno capo (Cusio, Media Valsesia, Valdossola) per tutta la durata della guerra in montagna.      Partecipe di innumerevoli azioni, in cui ebbero spicco il coraggio e l’efficacia delle scelte personali, rimase ferito tre volte. Colpito in modo non grave durante l’attacco al presidio fascista di Pontegrandea fine aprile ’44 rimase ferito al petto in uno scontro all’ Alpe Grosso di Gavala, sul versante che dal Baranca domina la Valle Anzasca, dalla quale risalivano ingenti forze tedesche ed unità della RSI, intese ad eliminare “quelli del Baranca”. Celato dai compagni in una piccola grotta in località Morceie curato per circa 2 mesi dalla famiglia di boscaioli Vigna, di Postua. Alla morte di Attilio Musati aveva assunto il comando del distaccamento che, impinguatesi le file, prese il nome di 84° Brig. Garibaldi “Strisciante Musati”, proprio in ragione della capacità di infiltrarsi e portare la sorpresa dell’attacco al nemico.  Decorato con Med. Br. al V.M., fu primo sindaco di Varallo liberata.   E’ deceduto nella città adottiva il  4.1.1996. img073 

 

 

 

 

               
     
                               
                                                                                                                                                                           
                     
                    Il Com.te “Pedar” con l’Uff.le partigiano Giannni Daverio,                                           reso cieco da schegge di mortaio.

                 

                                        La lotta “spiana”

Venne una stagione in cui il “Baranca” perse il ruolo di base-rifugio per i partigiani dell’Alta Valsesia, pur conservando – assieme ad altre vie della Valdossola e Valtellina – quel valore di “posto tappa”, di sentiero della Libertà di cui fruirono esponenti della Resistenza in missione e varia umanità in fuga dalle grinfie del nazifascismo, sempre più rabbioso per l’insuccesso dei suoi piani di annientamento. Tale mutazione ebbe luogo quando in quella particolare vallata si ravvisò l’opportunità di portare la lotta sempre più vicino alle basi e depositi del nemico, ed averne a portata “di mano” le arterie strategiche( autostrada MI-TO, rotabili  che congiungono Novara con Alessandria, Pavia ed il Sempione).                       Si perseguiva, portando le basi fra le colline e verso le zone agricole, l’obbiettivo di darsi vie di mobilità meno “obbligate”, e quindi meno controllabili dai cacciatori neri.  La maggior presenza in pianura, consentiva alle unità combattenti di compiere azioni di sabotaggio con ritirate più rapide, di attuare incursioni di approvigionamento in depositi    e magazzini del nemico, ai quali i Prefetti  assicuravano il bottino di requisizioni ed ammassi. La vicinanza alle popolazioni produceva la crescita di “reprocità”: a fronte di una tutela contro soprusi e vessazioni d’ogni genere i partigiani ricevevano cure, indumenti, cibo….informazioni!  Questo rapporto di fiducia, con agricoltori ed allevatori, con artigiani ed industrie manifatturiere, con il piccolo clero, non fu rapido a saldarsi ma divenne arma letale contro l’occupante ed i suoi scherani della.   In questo ultimo anno di guerra mancava tutto: carbone, carburante, generi alimentari,medicine, materie prime ed elettricità. Queste priorità sociali, che di per sè erano le ragioni di un odio crescente verso la Guerra e chi l’aveva voluta, esigevano risposte concrete all’immediatezza quotidiana, per questo furono il tema portante dell’iniziativa di propaganda ed orientamento dei CLN territoriali. Nel frattempo si era notevolmente accresciuto il numero dei giovani accorsi ad infoltire le file delle formazioni,  vuoi per renitenza ai bandi della Repubblica Sociale,    quanto per sfuggire alle deportazioni. Bisognava addestrarli, nutrire,armarli e vestirli; con l’esperienza individuale e dei distaccamenti si andavano formando i reparti ed i comandi delle Divisioni Garibaldine in Valsesia, ma anche per le laterali vallate dell’Ossola e del Biellese orientale( tutte poste al Comando generale di Milano). Non si trattava più di condurre sporadici attacchi “volanti” sull’autostrada MI -TO, o sabotaggi  a linee telefoniche.  Con un tale orientamento a portare “più in basso”, più “vicino al cuore del nemico” la guerra partigiana, verso la fine di maggio il Comando della 6° Brig. Garibaldi, usualmente insediato sul territorio della “Cremosina”, decide di spostare la propria base  a Valduggia, industrioso piccolo paese della media valle, a due passi dalla carrozzabile della Valsesia, ed a pochi chilometri dal consistente presidio della “Tagliamento” a Borgosesia.  La disponibilità di alcune abitazioni e cascine, offerte con generosa abnegazione da alcune famiglie di antifascisti, il concerto di vigilanza e tutela della segretezza che ne derivò, indusse ad installare a Valduggia una preziosa base militare e logistica(tipografia,radio, sartoria e calzaturificio,presidio sanitario) per le unità della Resistenza valsesiana . Non mancarono alcuni scontri a fuoco e caduti, nel circondario della base, che  venne “annusata”  dalle pattuglie fasciste in perlustrazione, ma questa mantenne la sua funzione per circa un anno. Alla fine di maggio’44 , si tenne in un cascinale discosto del luogo un convegno dei comandanti garibaldini  operanti anche nel Cusio e nell’Ossola, teso a riorganizzare il sistema dei collegamenti e delle comunicazioni fra i reparti  ed il Comando generale di Milano che, a quel tempo, richiedevano sino  a 5-6 giorni fra andata e ritorno di un emissario.                                                                                                          Alla “Cremosina” era ritornata, al principio dell’estate la VI° Brigata Garibaldi comandata da Nello Olivieri “Nello”  sottufficiale di fanteria in attesa di nomina a sottotenente alla vigilia dell’8 settembre ’43, reduce dal fronte di Grecia. Era nato a Mocrone (SP) il 31.12.1914 ed aveva seguito verso il Nord un amico d’infanzia; entrambi di famiglia antifascista avevano deciso di agire contro i tedeschi.  Alla fine dell’estate ’44 predispose con i comandanti di reparto un accurato piano, volto a ” tagliare” la camionabile  di fondo valle alle porte di Borgosesia, per impedire l’afflusso di rinforzi, mentre il grosso delle sue forze avrebbe portato un attacco su Varallo con altre unità.  Calato, al comando del 3° Battaglione, prima con marcia forzata e poi con 2 veccchi camion ed un’auto sino alle vicinanze del posto di blocco fascista…..l’operazione fallì.   Era mancata adeguata e tempestiva  informazione  circa l’avvenuta “allertazione” ed esteso pattugliamento del presidio repubblichino, nell’imminenza di una forte concentrazione di unità tedesche ed italiane da Novara e Vercelli, di cui era stata pianificata la partecipazione ai rastrellamenti dell’estate.     In un agguato teso prima della località Montrigone, “Nello” ed altri vennero rafficati.  Colpito ad un ginocchio, si rese conto di una emoraggia che i compagni non potevano fermare;date disposizioni e fatto arretrare il grosso della formazione, resistette con pochi altri in una impari lotta, che consentì ai soccorritori solo di non far prendere ai repubblichini il corpo esangue del comandante (27.8.’44).  img077           

 Ancora arduo rimarrà  il cammino che porterà quei comandanti, “nati nel popolo”, all’appuntamento di Novara liberata il 27.4.’45. A quell’abbraccio mancherà solo “Nello”, cui verrà conferita la Med. O. al V.M.  Il suo nome venne dato alla VI° Brigata d’Assalto Garibaldi.

 
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…..lungo resta il cammino verso la resa  di Novara

il comandante tedesco  della colonna corazzata che voleva forzare   lo sfondamento dell’accerchiamento partigiano della città torna al Vescovado per la trattativa. Con lui Gino Grassi “Tia”, comandante della piazza ed  Eraldo Gastone “Ciro”, Com.te generale delle unità garibaldine della Valsesia. 
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Da sx: “Ciro”, “Cino”,”Tia”,  Don Fiorino (1) , Maria Teresa Mondini(2),                      “Don Sisto”(3) a Novara liberata.                                                                                                                                                                                                       note alla foto: (1)  Cappellano nelle formazioni valsesiane;                     (2) Specialista e responsabile delle radiocomunicazioni per i reparti della Valsesia e Valdossola; (3)   Ossolano ( Ornavasso) passò dagli “azzurri”  ai garibaldini della Valsesia dove divenne Comm.rio Politico della 82° Brig. “Osella”. Gli era caro il motto: “” In ginocchio per pregare, in piedi per lottare!””
 Per la bibliografia ci permettiamo suggerire alcune fonti, a nostro avviso preziose per chi intenda approfondire gli argomenti trattati: 
                              ” La Spezia combatte in Valsesia “  testimonianze sulla 6° Brigata “Nello” – 1979                                               edito a cura degli Ist. Stor.della Resistenza di Vercelli e La Spezia
                                “Ribelli in Montagna”  -Alessandro Orsi  – 2011                                                                                                                    edito a cura degli  Ist. Sor. della Resistenza di Biella e Vercelli
                                 ” La sul Baranca” – Alessandro Orsi e Enrico Pagano  -2015                                                                                          il Comandante Pietro Rastelli e la brigata “Strisciante Musati “                                                                                       edito a cura dell’Ist. Stor. Biella , Vercelli e Valsesia