Archivio | luglio, 2017

Vento d’aprile ha 4 anni

3 Lug

      Gentili lettori,                                                                          l’attività del nostro “blog” ha compiuto in questi giorni quattro anni.  Ora ci prendiamo una pausa stagionale, prima di riprendere il compito che ci eravamo proposto quando, nel giugno del 2013, presentammo le finalità del lavoro cui ci accingevamo: ricercare, documentare e stimolare l’approfondimento di eventi che segnarono – nel tempo e nella qualità – la lotta di liberazione dall’occupante tedesco e la definitiva cacciata del fascismo italiano ,vestito da Repubblica di Salò. Sollecitare interesse e comprensione su un periodo storico che segnò il passaggio dalla guerra fascista (1940-’43) alla lotta per la sconfitta del nazifascismo, al fianco degli eserciti alleati.  Certo,conduciamo la nostra attività da un osservatorio di parte, rifuggendo da omissioni ed ipocrisie “neutralistiche”, che non danno mai un contributo di verità storica.

Non vi può essere “equidistanza” fra due scelte opposte, due obbiettivi con cui si schierarono gli italiani all’indomani del 25 luglio 1943 (caduta di Mussolini) e dell’ 8 settembre, alla firma dell’armistizio.  In questa arte eccelsero opportunisti, borsaneristi e speculatori di ogni risma, che si proposero cinicamente il quieto vivere o l’arricchimento personale, sulla fame, il dolore e le sofferenze dei propri connazionali.                                                                                                                                           Ci gratifica oggi il fatto che molte migliaia di accessi siano approdati alla nostra fatica – non scevra di incompletezze ed imprecisioni, in qualche caso eccessivamente sintetica – provenienti da oltre 50 paesi del pianeta.      

    A chi nutra perplessità, diffidenza o pregiudiziale atteggiamento verso questo nostro operare, non resta che una sola strada: cercare fonti di altro versante,leggere ed approcciare la testimonianza orale dei luoghi, che degli eventi furono teatro. Anche questa è fatica, ma non può più essere la nostra: su quella strada troveranno cippi, lapidi e monumenti, a segno indelebile della storia italiana.                                                                                                                                                In tutti i casi, ai nostri lettori auguriamo un buon riposo estivo e proponiamo di non demordere, per comprendere dove nacque la più bella Costituzione del mondo, e quale Italia volessero gli italiani che combatterono per la loro e nostra libertà!

 La Redazione

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“OPE 52”

1 Lug
Che il primo anno di guerra si fosse concluso con un bilancio lusinghiero per il movimento partigiano italiano stanno a confermarlo due  ordini del giorno emanati dallo stesso Maresciallo Kesserling. Con il primo veniva evidenziato che “agguati e sabotaggi alle truppe del reich erano stati condotti in misura crescente, da gruppi di bande piuttosto consistenti e dopo una preparazione piuttosto lunga”. Citava il minamento attuato, con grande efficacia, di un ponte sulla MI-TO presso Agognate, dalla squadra guastatori della 81° Brig. Garibaldi “Volante Loss”, abitualmente operante nella bassa Valsesia.    Nel secondo,  K. rilevava come <<bande sono apparse in zone finora libere da partigiani>>. I colpi portati quotidianamente al nemico nazifascista, avevano alimentato fra i partigiani e nei loro comandi, la speranza che gli alleati avrebbero marciato con passo ben più celere per sconfiggere i tedeschi entro l’autunno ’44, fugando così la prospettiva di dover passare un 2° inverno in montagna.  Il comando della 75° Brig. Garibaldi “Maffei, facente parte della V° Div.Garibaldi “Nello”, operante prevalentemente lungo il crinale biellese della Serra, ci rimase abbastanza male quando, in occasione di una visita effettuata presso la base di Sala Biellese da Francesco Scotti “Grossi” – Comandante regionale della Brigg. Garibaldi – chiese cosa fosse stato predisposto per “il piano invernale”. Lo Stato Maggiore convocò con sollecitudine una serie di riunioni  per orientare i combattenti all’applicazione della  tattica enunciata con il  “Piano OPE 52”.  Come abbiamo avuto modo di rilevare in un precedente articolo di “Vento d’aprile” ( “Il partigiano scende al piano” – 4 marzo 2016 )  la 75° Brig.  avrebbe seguito la direttiva di  trasferirsi oltre La Serra, nel basso Canavese. Tale dislocazione, che veniva un pò tardivamente pianificata, come quella assegnata ad altre formazioni del biellese, doveva primariamente garantire vie  di ripiegamento verso la pianura in caso di massicci rastrellamenti, compiendo un movimento inverso a quello dei rastrellatori. Il piano OPE 52 assumeva la consapevolezza che qualsiasi passo alpino poteva essere aggirato, che fosse assolutamente errato ostinarsi a difendere le proprie basi nel gelo e nell’isolamento.  Sfuggire all’accerchiamento, spostandosi da Nord a Sud, avrebbe consentito ai partigiani di passare alle spalle del nemico e di attaccarne le retrovie. 

                              Forza partigiano!

Nella piena consapevolezza che un altro inverno di guerra attendeva i partigiani al cimento, che da qualche settimana l’VIII° Armata Britannica aveva cessata l’operazione “Olive”- sul versante adriatico della penisola – e che gli alleati non sfondavano sulla Gotica, la Conferenza dei triumvirati insurrezionali del PCI – riunitasi a Milano il 7 novembre 1944 -indirizzava questo messaggio a tutte le forze della Resistenza:       <<Sulla soglia del 2° ed ultimo inverno di guerra, quando il freddo si fa tagliente ed i sentieri impraticabili, il pensiero di ogni italiano è diretto a voi…..in tutte le officine, quanti lavorano al ritmo dei telai e dei colpi di maglio, non sentono più un rumore monotono ed assordante, bensì come un continuo incitamento: forza partigiano!   La prima condizione per per resistere è, innanzitutto, quella di non sentirsi soli proprio nei momenti più difficili>>.  Ricordiamo che,  proprio in questa fase, quando si organizzano le forze per una resistenza decisiva – il 13 novembre 1944 -il Comando supremo alleato aveva emanato, a firma del Gen. Alexander, una serie di istruzioni con cui di fatto si invitavano i partigiani a sospendere ogni azione, a svernare nelle loro case o ad organizzarsi per una impossibile sosta…rinviando alla primavera la ripresa della lotta(!).  A tale proposito rinviamo all’articolo di Vento d’Aprile del 25 maggio 2015 :” Il proclama Alexander….la porta dell’inverno”.   Era stato un colpo serio inferto sull’entusiasmo e la continuità operativa dei combattenti!   Per quei pochi che avessero potuto ritornare alle loro case – con altissimo rischio di essere catturati – significava l’agguato della delazione, della morte certa o il cedimento umiliante di ogni spirito di lotta. Per il movimento avrebbe significato crollare, rinunciare alla responsabilità storica che si era assunta, di riguadagnare all’Italia un posto onorevole nel mondo civile, di darsi  un avvenire.  La risposta la diedero i comandi periferici, ordinando attacchi, i distaccamenti che approntarono ed assestarono duri colpi a presidi, vie di traffico, magazzini e depositi del nemico. Il CVL emise  una  circolare indirizzata alla totalità delle formazioni del Nord Italia, con cui si interpretava il proclama di Alexander, spiegando come alla impossibilità degli alleati di condurre a fondo una “campagna invernale”, bisognava sopperire  con ogni azione di altro tipo. Non era possibile e neppure logico che ai partigiani si dicesse di andare a casa, di nascondersi, e di non fare alcun affidamento sull’aiuto dell’alleato anglo-americano!    Ai partigiani si poneva, dunque, il compito di lottare per salvarsi e resistere, per tener duro ed  affrontare le battaglie della primavera.  Non mancarono disorientamento e defezioni. Non furono solo i garibaldini a reagire; ecco quanto scrisse un ufficiale delle “Fiamme Verdi” sul giornale  “Il Ribelle”, nella veste di una lettera indirizzata ad un commilitone, consegnatosi con i suoi uomini alle autorità fasciste:  

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Non possiamo esimerci  dal sottolineare quale decisivo compito di sostegno solidale, di mobilitazione ed organizzazione assolsero in questa fase i CLN, producendo prime forme di governo democratico, di saldatura fra popolazione e patrioti combattenti. Se da un lato si tutelavano scioperi ed agitazioni per i diritti basilari della quotidianità  ( si pensi ai “Comitati difesa della Donna” ), si provvedeva alla distribuzione di generi requisiti con gli ammassi coatti, o sottratti agli agricoltori ( bestiame, riso, foraggio e caseari) dai nazifascisti.  Per altro verso, si promuoveva la produzione di indumenti invernali, la raccolta di medicinali e si mobilitava con parole d’ordine ad ottenere dai datori di lavoro scorte di viveri accaparrati ed una anticipazione di salari , a far revocare le serrate che le autorità repubblichine della zona imponevano, nell’intento di ricattare e piegare i lavoratori e le loro famiglie.  La campagna contro la fame, il freddo e la guerra furono un  successo dei CLN, del  potere effettivo con cui il popolo indeboliva quello già traballante dell’occupante e della repubbli chetta sociale. Era, innanzitutto, l’affermazione di una capacità di governare con i cittadini, del solo potere rispettato e seguito nell’Italia, ormai prostrata  da 4 anni di guerra.

                 La battaglia di Sala Biellese

Il piano “OPE 52” produsse il suo alto valore tattico nei primi giorni del febbraio 1945. Infatti, fascisti e tedeschi progettavano per quel periodo – segnato da un forte innevamento sui monti ed in pianura – vasti rastrellamenti con cui  si ripromettevano di liquidare, una volta per tutte, le formazioni patrio tiche del biellese. Per la grande operazione,concentrarono  da 8000 a 10.000 uomini armati di armi personali automatiche, mortai  da 81 mm.,mitragliatrici pesanti e blindati. Venne specificamente impiegata una forza di poco inferiore a 6000 unità, per condurre l’attacco su Sala Biellese.          Sanno che i partigiani superano di poco gli 800 combattenti, con munizionamento limitato, dislocati ad Est de La Serra e della Dora Baltea.
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 luoghi della  battaglia di Sala Biellese  e vie di ripiegamento                                                                                                                                         Diciamo subito che il nemico affidava la buona riuscita dell’operazione ad una doppia “manovra a tenaglia”. Per questo aveva concentrato una colonna di oltre 1000 uomini ad Ivrea, che farà salire in parte verso Torrazzo ed in parte ad Andrate, mentre un altro migliaio li farà convergere da Salussola e Viverone. Il contingente più importante, 3500 soldati,vengono, invece, avviati verso Mongrando e Zubiena,  lasciando solo un piccolo distaccamento sul poggio di Muzzano, con compiti di ricognizione.   La 75° Brig.Garibaldi era attestata su tre linee difensive: tra Mongrando e la località San Lorenzo, tra Mongrando e Bornasco e la 3°, infine, tra Sala ed il “Pilone della Scafa”, su un leggero contrafforte da cui si dominavano i movimenti da Zubiena e Bornasco. Lo schieramento partigiano si completava con un distaccamento di non più di 70 uomini della 182° Brig.,disposto al bivio di Torrazzo al comando di Pietro Camona.  Le unità della 182° erano dislocate lungo la cresta de La Serra, al comando di R.Perozzo e Saverio Tutino.  Il Comando della V° Divisione e quello operativo di zona erano insediati a Sala.  L’attacco nazifascista muove ai primi albori del 1° febbraio ’45, dalla strada che da Biella giunge a Mongrando;  da una collinetta che sovrasta questa  località ( Santa Maria), un intenso fuoco di mitragliatrici accoglie il nemico ormai prossimo. Durante tutta la mattinata, il battaglione ” Leslie Parker ” della 75° ricaccia per ben tre volte gli attaccanti che, furenti per gli insuccessi e le perdite, scaricano un inusitato  volume di fuoco. Solo nel pomeriggio, fattasi insostenibile la situazione, la formazione comandata da “Alpino” – e composta da uomini che conoscono perfettamente il terreno – è costretta a ripiegare sulle posizioni presidiate a ridosso di Bornasco. I combattimenti, protrattisi per 6 ore, hanno dato un successo rimarchevole ai partigiani che, oltre a fermare questa prima offensiva, contavano solo alcuni feriti, mentre il nemico aveva riportato 80 uomini fuori combattimento, fra morti e feriti.   La pressione delle colonne impegnate nel rastrellamento portarono, allora, il cuore della battaglia nelle immediatezze di Sala. Le armi pesanti  non risparmiarono abitazioni, chiesa, scuola e strutture civili di ogni genere.  Durante quello che può defenirsi un vero e proprio bombardamento, colpito da una bomba di mortaio, muore Pietro Camona “Primula”, comandante della 182° Brig.; quasi contemporaneamente, le schegge di un’altra bomba uccisero il parroco Don Tarabolo, presso la sua chiesa. Al tramonto, sfidando le minacce dei fascisti, la popolazione di Sala martoriata, troverà  ogni forma per manifestare ammirazione e cordoglio, vegliando i due caduti per onorarne il sacrificio.  E’  già buio quando tedeschi e fascisti entrano in Sala Biellese, che i partigiani hanno abbandonata da oltre un’ora.      Le formazioni, che maggiormente erano state coinvolte nella battaglia, restano appostate poco fuori del paese, in un vallone ove scorre il torrente Viona. A Sala e Bornasco, che l’indomani rigurgitano di unità nazifasciste, queste non celano di voler vendicare le troppe perdite subite, ed ostentano la convinzione che i partigiani non potranno più sfuggire alla rete, tesa con tanto impiego di forze. Constatata la sproporzione di armamenti, e la insostenibilità di una ulteriore giornata di combattimenti, i comandi garibaldini approntano un piano per fare uscire i loro uomini dalle maglie dell’accerchiamento. Vengono, pertanto, organizzate tre colonne: la prima, costituita dal batt“N.Bixio“, che procederà verso Cossano, per raccordarsi alla II Brig. Garibaldi, ripiegando successivamente per Albiano; La 2° e 3° colonna, comprendenti i Batt.”Baudrocco, il “Leslie Parker” e reparti della 182°, dovevano portarsi sulla destra del paese di Sala B., con il compito di congiungersi poi con la II° BrigataG.,passando a sud della strada provinciale Ivrea- Cavaglià.    Il movimento delle formazioni, per sfuggire all’accerchiamento, si svolse in piena notte ed in perfetto ordine. La neve, che in alcuni tratti raggiungeva i 40 cm., rallentava ed affaticava il passo, ma attutiva notevolmente i rumori.  Dall’alba del giorno successivo i nazifascisti avviano la loro operazione di rastrellamento, ormai convinti che alcun patriota vi si sarebbe sottratto. Quando, con il passare delle ore, dovettero cedere all’evidenza di essere stati beffati, sfogano l’immensa rabbia saccheggiando ed incendiando i cascinali ed i pochi beni dei contadini della zona.  Il massiccio rastrellamento era fallito, grazie all’attuazione del piano di ” scivolamento” alle spalle del nemico, al quale era costato 350 fra morti e feriti, senza riuscire  catturare neppure una pattuglia dei partigiani biellesi!     Gli uomini della 75° Brig., – circa 800 combattenti- dopo 8 ore di marcia continua, ed una breve sosta ad Albiano,nella notte fra il 2 e 3 febbraio proseguono il ripiegamento sino a Crotte e Vische, sempre tenendosi sul margine destro della Dora Baltea, nel tratto canavese che va da Strambino a Caluso.   

  Una banale sparatoria intervenuta con una pattuglia di 4 tedeschi montati su una carretta, che trasferiva qualche sacco di alimenti, fece rapidamente smuovere un distaccamento acquartierato a Vische, costringendo i partigiani a riattraversare la Dora B.  per rientrare in territorio biellese; infine si contò un numero assolutamente minimo di perdite.                

 Un encomio solenne venne ai garibaldini, ai loro comandi di zona ed al Comando della V° Divisione – che aveva direttamente partecipato alla battaglia – per aver dato prova della capacità raggiunta di   combattimento in condizioni di chiara inferiorità, oltre che di una limpida capacità di manovra.   Una sola carenza ebbero a recriminare (e non fu piccola cosa!) i comandanti di zona: il nucleo esplorativo del sistema informazioni, dislocato sul poggio di Magnano (543 mt.), a 10 Km. da Ivrea ed a 6 dal ” bivio di Torrazzo” – sulla Ivrea-Biella – non seppe interpretare e trasmettere i risultati ottenuti dall’imboscata attuata dal Batt. della 182° comandato da Pietro Camona, non consentendo, così, di sfruttare a pieno lo sbandamento dei rastrellatori, nelle prime ore di combattimento.                                                                                                  

                               La battaglia della Garella                                             

Durante l’inverno, due brigate garibaldine del Comando biellese,la 50° e la 182° , avevano costantemente operato in pianura, portando sovente la loro azione alle porte di Vercelli, facendo molto male al traffico (MI-TO !) ed agli approvigionamenti del nemico, prelevando armi ed attuando ogni sorta di sabotaggio alle linee telefoniche e dell’energia elettrica.  Inquadrate nelle Divsioni XII° “Nedo” e V° Div. “Maffei”, la continuità della loro iniziativa nelle retrovie del nemico  ne distraeva le forze e consentiva l’alleggerimento della pressione che quello esercitava sulle formazioni operanti più a Nord.  Esattamente quanto si proponeva il “Piano OPE 52”!   La 50° Brigata, si era installata nella “baraggia di Buronzo” ed i tedeschi, che non potevano  tollerare un vero e proprio accantonamento partigiano in un’area tanto strategica, decisero di procedere alla sua liquidazione. Nelle prime settimane di marzo ’45, il comando di brigata conduce una intensa ricognizione sulle forze che il nemico va concentrando.  Il lavoro delle staffette è intenso, le informaazioni che la popolazione dei luoghi fornisce è costante e dettagliata. Così i partigiani vengono a sapere che, mentre le unità che il nemico impiegherà per attaccarli vengono concentrate a Cossato e Buronzo, sta completamente trascurando di occupare Brusnengo e Rovasenda.  

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lo scenario della battaglia de La Garella
La difesa partigiana più avanzata era posta su una altura percorsa dalla strada provinciale che collega Brusnengo a Buronzo, con il compito di predisporre forti postazioni dotate di mitragliere, in località “la Garella”. Qui prende posizione gran parte del Batt. “Aldo Brina”, comandato da “Mosca”.  Il 2° punto forte della difesa biellese è fissato sulla strada che collega Cossato a Castelletto Cervo, con l’incarico primario di proteggere il fianco destro dello schieramento;  qui è Franceso Cola che comanda un distaccamento del Batt.”Lazzarotto”.  Il grosso delle unità partigiane  è dislocato nella parte centrale della “baraggia”, da impiegarsi come forza di manovra nei settori di maggior pressione nemica e per eventuali contrattacchi.  Il 25 marzo 1945, una colonna tedesca affiancata da unità della RSI, per complessivi 1200 uomini, si porta da Biella a Cossato, e da qui una parte viene indirizzata verso la piccola località di Mottalciata e Castelletto.  La dotazione dei rastrellatori consisteva di mortai da 81mm. e mitragliere d 20mm, mentre la seconda colonna, più numerosa, proveniente da Vercelli, disponeva anche di alcune autoblinde, che avrebbero dovuto aprire il passaggio della fanteria, fra le sterpaglie e la brughiera della baraggia. E’ all’alba del 26 che l’attacco muove da Buronzo lungo la strada che attraversa la campagna, con sparatorie alla cieca  che hanno l’intento di provocare “l’ingaggio” delle formazioni partigiane,che si guardano bene dal rispondere e farsi localizzare.  I fascisti si avvicinano guardinghi al poggio, con il sospetto che vi siano appostati i partigiani ma, giunti a qualche decina di metri dall’altura, non ne colgono alcuna presenza. A questo punto abbandonano ogni atteggiamento di prudenza e procedono al raggruppamento dei distaccamenti prima dispersi sul terreno. In questo momento i partigiani aprono un fuoco ravvicinato ed efficace sulle file nemiche che arretrano disorientate; dopo una breve resistenza ripiegano decisamente sulla loro base di partenza, lasciando sul terreno 27 morti e riportandovi decine di feriti. Ovviamente, dopo poco, la battaglia riprende e si scatena in più punti, con tedeschi e fascisti che, resi più cauti dal colpo iniziale, impiegano l’armamento pesante. Poco prima di mezzogiorno, passato il comando esclusivamente ad ufficiali tedeschi, un 2° attacco viene portato alla Garella, ma lo schema difensivo si ripete, ed una nutrita sparatoria costringe al riparo gli attaccanti. I rastrellatori tentano poi un 3°attacco che si svolge con un intenso scambio di fuoco; la poca conoscenza dell’ambiente naturale, che impedisce un agevole schieramento  di unità al combattimento frontale, fa sì che i neri subiscano gravi perdite ed un ulteriore respingimento sino alle porte di Buronzo.      
File0008                 una fase dell’attacco alla Baraggia di Buronzo  
 Il fuoco è molto diminuito ed i tedeschi,sorpresi per la capacità di combattimento delle formazioni biellesi, chiedono rinforzi dei quali viene segnalato l’arrivo nel pomeriggio da Vercelli. L’entusiasmo per il successo riportato è molto forte nelle file dei patrioti ma, altresì, è ben presente la consapevolezza che il nemico vorrà portare a fondo l’operazione di rastrellamento.       Verso le 14.00 del giorno 26 inizia il movimento a ventaglio di centinaia di “neri”, che sul terreno sono preceduti da tre blindati. Questa volta tutte le postazioni della 50° Brig.Garibaldi sono investite da un attacco violentissimo, senza risparmio di fuoco. Sulla strada che collega Castelletto Cervo a Cossato, era situato il 2° punto di forza della difesa partigiana a sostenere l’urto e respingere l’attaccante, che rinnova i suoi sforzi; sotto l’incalzante minaccia degli ufficiali l’azione si protrae per circa un’ora.  I garibaldini, pur combattendo, sono costretti alfine a ripiegare in direzione di Lessona.  Atti di eroismo vengono compiuti da questo o quel distaccamento, nell’intento di proteggere la ritirata del grosso della 50° ed impedire infiltrazioni del nemico alle spalle del Batt. “Acquadro”. Anche questo accerchiamento viene spezzato, grazie alla azione di 12 uomini guidati dal Comandante “Mosca” e dal Commissario “Adrian” ed al sacrificio di 2 partigiani –Gelati e Roberto – che si arresero finite le munizioni, ed ai quali i tedeschi riconobbero l’onore delle armi, facendoli sfilare per le strade di Buronzo, con il mitragliatore in spalla.     File0041                  sentinella partigiana in un cascinale del vercellese                        A sera il comando della brigata valuta che sia necessario prevenire il completamento dell’operazione di accerchiamento, già sviluppata dal nemico con ampia manovra.  Date le disposizioni per il ripiegamento, questo venne attuato con una marcia notturna in direzione di Rovasenda.  Le perdite complessive della 50° Brig. in questa battaglia furono di soli 9 feriti e 2 prigionieri, successivamente scambiati con altrettanti sottufficiali tedeschi, catturati durante il primo sbandamento.  Pietro Secchia e Cino Moscatelli rileveranno, nel loro “Il Monterosa è sceso a Milano”, come … la battaglia del 26 marzo fu, per la 50° BrigataGaribaldi, la prova generale della grande offensiva per la liberazione di Vercelli, un mese più tardi.        img008           la dislocazione delle brigate partigiane nel biellese                           
 Suggeriamo ai nostri pazienti lettori qualche fonte on-line particolarmente significativa, afferente  gli episodi  che abbiamo trattato in ” OPE 52 “, cercando di contestualizzarne l’ambiente storico e sociale in cui ebbero a svolgersi.                                            
   Per la Battaglia di Sala B.:
https://www.frammentidistoriabiellese.it/resistenza-e-guerra-civile-1943-1945/la-battaglia-di-sala-1-febbraio-1945/          

https://youtu.be/Bbklqq5Q9yA

 www.storia900bivc.it/pagine/editoria2/germano482.html       

  Per la battaglia della Garella :             
Presso l’Istituto Storico della Resistenza di Biella e Vercelli, a Varallo, è reperibile il libro “La battaglia della Garella” edito nel 1989 dall’ANPI di Cossato (BI)

http://www.storia900bivc.it/pagine/itinerari/biellese2c.html