Archivio | aprile, 2017

Morte a Roma – 3

4 Apr

   Quello che andiamo a trattare è, probabilmente, l’argomento correlato alla vicenda Via Rasella- Fosse Ardeatine più coinvolgente, sotto il profilo psicologico ed emotivo, per i lettori delle generazioni più giovani, per chi voglia riflettere su quegli avvenimenti che risalgono ormai ad oltre 70 anni fa.  Non è dunque un caso se lo proporremo privo di fotografie e senza alcun rinvio a fonti documentali, che il cortese lettore ricercherà in misura proporzionale al proprio interesse storico, ed al desiderio di voler comprendere le circostanze di quella guerra, avente per teatro una Capitale.

Ci accingiamo alla stesura di questo articolo proprio nei giorni in cui  ricorrono 73 anni dalla vicenda che siamo andati trattando ed è venuto a mancare uno degli ultimi partigiani del GAP romano.                        Alfredo Reichlin, nato a Barletta nel 1925,figlio di un avvocato di successo che negli anni ’30 trasferì residenza e studio a Roma. Compiuti gli anni del liceo ed affacciatosi all’Università, Alfredo si legò a giovani antifascisti tramite i quali approdò nelle file della guerriglia urbana. Bisogna sfogliare pagine di memorie dei suoi compagni di lotta per cogliere tratti del suo coinvolgimento nelle missioni cui fu associato nei mesi dell’occupazione nazista della Capitale. Arrestato nell’adempimento di una di queste, sfuggì alla fucilazione grazie ad un espediente posto in essere da Arminio Savioli(1), che diverrà giornalista de l’ Unità  di cui Reichlin  divenne  direttore negli anni ’60, dopo esservi entrato nel 1955. Nel 1946 aveva aderito al PCI  assumendo poi incarichi di sempre maggior rilievo, che vengono  diffusamente ricordati in questi giorni dalle pagine dei giornali. Dei gappisti romani, Alfredo Reichlin è stato indubbiamente quello che poteva “vantare” una carriera politica di maggior spicco e notorietà. Nella vita politica italiana di questi ultimi 70 anni, A.Reichlin fu uomo di pensiero alto, non fu individualità passeggera!      
   Reichlin  vice direttore de l’ Unità          ALFREDO-REICHLIN1                       WCCOR2_0ISF1X3A_MGTHUMB-INTERNA

 

…alla soglia dei 90 anni

 

 

                                                                                     Responsabilità  personale e colpa collettiva 

Il processo al nazismo, alla prassi del sistema , non è riducibile alla disamina dei comportamenti individuali di militari sottoposti ad ordini superiori; il massacro delle Fosse Ardeatine resta un crimine di guerra! L’etica, la cultura e la forma mentis accolte e radicatesi nei ranghi di corpi nati  espressamente per reprimere, ne avevano fatto uomini consapevoli e consenzienti ad accogliere ogni tipo di ordine, assolutamente incapaci di concepire la discutibilità ed il rifiuto di questi. Si erano posti nella posizione di volerne essere naturale strumento di affidabilità ed esecuzione ferrea!   Tutto ciò rende questo crimine cosa ben  distinta dal cogliere responsabilità individuali…dalla possibilità di condanne per imputazioni personali.      Per dare il massimo di chiarezza alla nostra asserzione diremo: tutti i Kappler, Priebke, Kesserling e torturatori d’ogni grado e livello di efferatezza, non agirono in spregio alle leggi di uno Stato di diritto, bensì in assoluta congruenza ed ottemperanza del sistema ideologico,dottrinale e politico del nazismo che, appropriatosi dell’ avallo istituzionale e giuridico, se ne era fatto strumento di violenza assolutista contro ogni forma di opposizione interna, di criminale intolleranza verso i diversi.  Si ricordi che i primi campi di internamento ed eliminazione, nascono in Germania fra il 1933 ed il 1939 (Dachau ’33, Sachsenhausen’36, Buchenwald ’37,Flossenburg ’38, Mauthausen ’38(appena l’Austria annessa al Reich!),Ravensbruck ’39.          Bisogna innanzitutto evidenziare che la “leggenda” secondo cui i partigiani avrebbero potuto evitare la rappresaglia o minimizzarla, consegnandosi ai tedeschi, fu lanciata   sin dal 30 marzo ’44 dal federale fascista di Roma Pizzirani, e raccolta pochi giorni dopo dal giornaletto monarchico clandestino “Italia nuova”. Come abbiamo già avuto modo di scrivere, da quel momento  e per decenni, tale consapevole bugia fu divulgata ed amplificata, divenendo senso comune di una certa Italia.   Un esempio?   “Il Tempo”, in Roma liberata, scriveva << Via Rasella è stato il fatto politico più rilevante dei 9 mesi di occupazione nazi di Roma.  Scopriamoci riverenti davanti ai martiri delle fosse Ardeatine, e non offendiamoli col sospetto che il loro sacrificio sia stato vano>>…….Nel 1948, questo giornale, il 7 giugno ha dimenticato quanto sapeva 4 anni prima e scrive:  << Bentivegna scappò a nascondersi in convento, lasciando massacrare i 335>>.  Persino Marco Pannella,nel 1996, su  “Il Giornale” del 10 aprile diede voce a questa fandogna: << Vi fu chi chiese ai capi  della Resistenza di consegnarsi ai tedeschi, per cercare di impedire la rappresaglia>>.  Il leader radicale, non dice da chi sarebbe provenuta una tale richiesta né perché, non gli autori dell’attentato bensì i capi della Resistenza avrebbero dovuto presentarsi spontaneamente alla Gestapo.    Nel 1949, vi fu il caso limite di familiari di trucidati alle Fosse, che denunciarono i gappisti ed i dirigenti del CLN romano adducendo  motivazioni che preferiamo riportare testualmente:  ……vi si afferma che l’ordine di eseguire l’attentato era stato impartito <<pur essendo a conoscenza delle rappresaglie preannunciate, minacciate ed eseguite dai tedeschi>> e che <<dopo l’arresto in massa  degli abitanti di Via Rasella e l’annuncio della rappresaglia, gli autori dell’attentato si erano mantenuti nell’ombra ed avevano consentito che l’esecuzione collettiva avesse luogo>>.         Asserzioni  che venivano smentite dall’assenza di qualsiasi tentativo probatorio (Sentenza Tribunale Civile di Roma 9.VI.1950) e dagli atti stessi del processo a Kappler.                                                                                                                                 Resta indubbio che una profonda, ineludibile domanda abbia posto radici circa il rapporto fra cause e conseguenze, sulla natura delle responsabilità, fra strage delle F. Ardeatine ed azione di Via Rasella.                                                                                      

                          Dovevamo presentarci?

Poiché risulta ben difficile proporre al lettore uno “stato d’animo medio”, sul sentire profondo che i protagonisti di Via Rasella hanno inteso affidare ad interviste o pagine dei loro ricordi, intendiamo riallacciarci alla riflessione con cui concludevamo “Morte a Roma -2” offrendone i pensieri personali, su come vissero le ore ed i giorni che seguirono, su quanto hanno portato in se, per il resto della loro vita.

Ad Alessandro Portelli -autore de “L’ordine è già stato eseguito” – che in una intervista chiede a   Rosario Bentivegna : Tu ci sei stato alle Fosse Ardeatine?  Questi risponde: Si, subito dopo la Liberazione di Roma, ci sono andato da solo, mi presi la bicicletta e ci rimasi parecchio tempo. Era una cosa….vabbè ci sono dei problemi proprio personali che non puoi dire a tutti, non si raccontano, sono fatti propri…perdonami.

Carla Capponi racconta come, dopo aver lasciata Via Rasella, con Bentivegna raggiunsero la casa della madre di lei, che diede a Rosario della Coramina in quanto questi aveva accusato una specie di collasso. Spostatisi a casa di una vicina amica della madre, e ben disposta ad offrire loro un rifugio più sicuro, <<Rosario si mise a giocare a scacchi con i 2 figli della signora, mentre io cercavo invano di captare alla radio notizie sull’agguato, in quanto non avevamo ancora percezione della portata. Io mi misi a scrivere, ero molto depressa…sai “dopo”c’è quel crollo, no? Questo fa parte di una sensazione che, evidentemente, mi aveva preso l’animo nell’attesa, probabilmente perché erano passate oltre 2 ore. Si sono resi conto che l’azione è andata oltre le aspettative; la perfetta organizzazione dell’agguato ha prodotto effetti che sono andati ben al di là delle aspettative degli autori stessi.

Valentino Gerratana (2)  racconta: …<< E’ scoppiata nel momento giusto, e quindi vi è stata una cosa…che non ti aspettavi fosse riuscita così bene. Potevi calcolare che ce ne rimanesse certamente qualcuno, e già sarebbe stato un successo; è andata così! Nessuno, quindi, era preparato ad una reazione di quella entità….che non vi era mai stata>>.

Di Marisa Musu, abbiamo già avuto modo di annotare in “Morte a Roma-2” come avesse vissuto un “grosso trauma” quando si appresero le dimensioni della rappresaglia. A quanto già riportato ella aggiungeva: <<..Quindi per noi fu indubbiamente un grande, grande shock, eravamo sconvolti perchè era una cosa…certamente non l’avevamo previsto>>. Mario Fiorentini testimonia: << Quando iniziammo a preparare l’azione sapevamo che potevamo andare incontro alla rappresaglia. Come si sarebbero sviluppate le cose?  Come ci saremmo comportati? Ma noi pensavamo ad una trattativa, ad una fase negoziata>>. Ragguardevole  quanto scrive Maurizio Pacioni, Giudice per le indagini preliminari del processo intentato da quel gruppo di familiari nel 1949 : << …se era certamente prevedibile una dura reazione tedesca all’attentato, non  lo erano, però, le forme ed i modi in cui questa si sarebbe realizzata,essendo  quella della rappresaglia(ed in particolare quella su persone detenute!) solo una delle possibilità preventivabili>>.   Dovremmo forse ritenere che se i militari del Bozen uccisi a Via Rasella fossero stati 70, i trucidati delle Ardeatine sarebbero stati attendibilmente 700?                                     Triplicando la cifra delle vittime fra i cittadini inermi?

Rosario Bentivegna puntualizza nella sua intervista: << L’ipotesi non era quella di arrendersi dopo avere sparato, poiché poi ognuno di noi, pochi o molti, dei segreti li aveva e non sai mai prima fino a che punto sei capace di resistere alle torture>>.      Aggiungerà Valentino Gerratana:    << Assurdo che il combattente si presenti per..riconoscere che non  doveva far niente, che si offra dopo aver rischiato la vita…La guerra partigiana è una guerra, sarebbe ben assurdo che al fronte uno vada all’attacco e poi….si presenti.>>

Bisogna ben dire che queste risposte razionali non paiono interamente soddisfacenti neppure ai partigiani; all’angoscia  ed al mutismo di alcuni, si aggiunge lo sbigottimento di tutti.  

Alla domanda, “Che cosa avresti fatto se ti avessero chiesto di presentarti?”, Carla Capponi risponde: <<Non presentarmi avrebbe significato morire tutti i giorni per il resto della vita. Mi sarei costituita anche sapendo benissimo che i tedeschi non si sarebbero comportati da gentiluomini, non si sarebbero certo accontentati di una sola vittima. Mi avrebbero ammazzata assieme agli altri.>>   Il 13 giugno 1948, dopo un’udienza del processo Kappler, Pasquale Balsamo riferisce a l’Unità che, ad una donna che si scaglia contro R. Bentivegna gridandogli: “Perché non ti sei presentato? Mio figlio è stato ucciso”, lui le aveva risposto che, se ci fosse stato un appello<<nessuno di noi avrebbe rifiutato di presentarsi, perché entrando nei GAP,  sapevamo di aver messo la propria vita al servizio dell’Italia.>> In una intervista del 1964 dirà: Non so…credo che avrei reagito non presentandomi..non avrei accettato il ricatto; forse, di fronte alla sconvolgente minaccia di quel delitto, qualcuno di noi avrebbe preferito morire al posto dei Martiri delle Ardeatine…Sappiamo che era nostro dovere non presentarci ad un bando del nemico, credo che avrei comunque ubbidito agli ordini.>>   ……………Non mancarono plausi ed apprezzamenti all’attacco di Via Rasella, da fonti militari alleate(Gen. Alexander, dal Gen. Alphonse Juin) e da ambienti operai partigiani – a Ponte Milvio ed a Trastevere:  rilevato un comune smarrimento e terrore, concludono laconicamente <<Semo ‘n guera>>, <<Ma se non se fa così non se vince>>.   Ci sembra assolutamente opportuno riferire al lettore  il commento  che dell’azione dei GAP espressero 2 dirigenti politici della lotta di Liberazione: Giorgio Amendola – ” Lettere a Milano” pgg.293-294 Einaudi – “” Accettare  il ricatto delle rappresaglie voleva dire rinunciare in partenza alla lotta. Noi partigiani combattenti avevamo il dovere di non presentarci; anche se il nostro sacrificio avesse potuto impedire la morte di tanti innocenti….facevamo parte di un esercito combattente,non potevamo abbandonare la lotta e passare al nemico con tutte le nostre conoscenze della rete organizzativa”. Nella riunione della Giunta militare del CLN, svoltasi il 26 marzo ’44, il rappresentante DC Spataro lamenta di non essere stato avvertito del piano(!) e pertanto disapprova l’attacco condotto dai GAP delle formazioni comuniste. Anche Sandro Pertini, per il PSI, si lamenta di non essere stato avvisato ma perché…per quel giorno erano previste azioni comuni. Dirà poi:<< Le azioni contro i tedeschi erano coperte dal segreto cospirativo.  L’azione di Via Rasella fu condotta dai GAP comunisti. Naturalmente io non ne ero al corrente. L’ho però totalmente approvata, quando ne venni a conoscenza>> ( in “Pertini racconta”  di Gianni Bisiach- Mondadori pag.183).

Per la chiusa di questo articolo, crediamo di poter proporre, quale elemento di equilibrio storico, la riflessione di Lucia Ottobrini, gappista e moglie di Mario Fiorentini : << Uno dei nostri rimpianti fu di non aver saputo trasformare il lancinante dolore popolare dopo il massacro delle Fosse Ardeatine in uno slancio di rivolta verso quelli che furono i veri responsabili.>>

Non potremmo passare alla “pubblicazione” senza offrire al lettore qualche nota biografica riguardante due membri del GAP romano, che ebbero ruoli importanti nel corso dei 9 mesi di occupazione nazista della Capitale d’Italia.

Note :  Arminio Savioli  (1)                                                                                  Nato a Roma nel 1924,  giovanissimo, fu inquadrato nella “rete”  diretta da Franco Calamandrei “Cola” .  La più audace operazione cui partecipò fu certamente l’attacco all’ Hotel Flora, divenuto sede del Comando piazza germanico di Roma ( Gen. Stahel),oltre che del Tribunale militare tedesco. Un’ala della struttura era stata adibita a ricorrenti feste e “convegni” per alti ufficiali del reich e dei vertici militari e politici della repubblica. Il 19.XII.1943,  Con Maria Teresa Régard ed Ernesto Borghese, al comando di Franco Calamandrei, deposero sui davanzali dell’edificio 3 spezzoni a forte esplosivo. Immediatamente eclissatisi, non ebbero modo di rilevare le conseguenze dell’attentato – neppure nei giorni successivi,contattando personale con cui tenevano rapporti informativi : i nazi, dopo ore di trambusto seguito all’esplosione, non fecero filtrare alcuna notizia di morti e feriti, ad evitare che divenisse di dominio pubblico la vulnerabilità di primarie strutture logistiche.  Dopo la liberazione di Roma, il 4.VI.’44, proseguì il suo impegno nella lotta partigiana arruolandosi nel Gruppo di Combattimento “Cremona”  – seguendo l’indicazione del PCI –  come fecero Mario Fiorentini, Franco Ferri e molti altri. Già iscritto al PCI, dai primordi della lotta clandestina, al termine del conflitto entrò a far parte della redazione de l’Unità, per maturare un ragguardevole curriculum di inviato speciale in M.Oriente, Giappone, Vietnam,Africa ed America latina. Fu il primo giornalista italiano ad intervistare Fidel Castro (1961).  Alla fine degli anni ’80 lasciò l’attività al quotidiano del PCI, pur non facendo mancare collaborazioni, per proseguire quella di saggista. Morto a Roma, nel novembre 2012, fra i testi che ci ha lasciato, ricordiamo: ” I giorni delle pietre” -viaggio nei territori occupati da Israele (1988), “Gheddafi” (1991).          

download                                       Savioli al centro della foto

Valentino Gerratana (2)  : Nato a Scicli (RG) il   14.2.1919, è deceduto a Roma nel giugno 2000.  ebbe i primi contatti con l’organizzazione comunista clandestina nel 1939 a Salerno – presso la scuola allievi ufficiali -dove ebbe compagno di corso Giaime Pintor, che lo presentò pochi anni dopo a Carlo Salinari col quale, già nel 1942 – collaborava nell’attività antifascista.   All’ 8 settembre’43 fu fra i promotori della Resistenza romana. Valoroso combattente nei GAP con il nome di “Santo”, in quei frangenti conobbe Marisa Musu che sposò a Roma liberata, ma dalla quale i separò nel primo dopoguerra, quando concluse gli studi universitari. Laureatosi in Giurisprudenza, occuperà la cattedra all’Università di Salerno che manterrà sino al 1989.  Impegnato nell’attività giornalistica e letteraria, collaborò con molte riviste(Rinascita, Società, il Contemporaneo, Critica Marxista), fu responsabile culturale dell’edizione romana de l’Unità. A Gerratana, letterato di riconosciuta eccellenza internazionale,va il merito di aver contribuito – con l’edizione critica dei “Quaderni dal carcere” (1975) – a rilanciare lo studio e l’approfondimento del pensiero di Antonio Gramsci.                                           images                                                                             Valentino Gerratana                                                                                                                                                            La struttura politico militare dei Gruppi di Azione Patriotica di Roma  

GIORGIO AMENDOLA  – Responsabile politico             ANTONELLO  TROMBADORI  –  Comandante militare (all’arresto il 2.2.’44) viene sostituito da ALFIO MARCHINI che verrà sostituito,a sua volta, quando inviato ad organizzare le formazioni partigiane operanti nella zona sud-est del Lago Trasimeno, da CARLO SALINARI . TROMBADORI riassume il comando quando Salinari(14.5.’44) viene arrestato.                                            I gappisti romani erano suddivisi in due reti,ciascuna strutturata in due Gruppi, operanti su 8 zone urbane.                                                      La prima, diretta da Carlo Salinari, era suddivisa in 2  GAP : “Antonio Gramsci”(Mario Fiorentini “Giovanni” ) e “Carlo Pisacane” (Rosario Bentivegna “Paolo”)                                                                         La seconda, diretta da Franco Calamandrei, suddivisa nei 2 GAP : “Gastone Sozzi”  e “Garibaldi”.                                                                                                         gappisti-roma-con-MARISA-MUSU-1024x677                                  Non tutti….ma quasi!

Da sinistra:  seduti sul muricciolo o in piedi: Alfredo Reichlin, Tullio Pietrocola,Giulio Cortini, Laura Garroni, Maria Teresa Régard, Franco Calamandrei, Valentino Gerratana, Duilio Grigioni, Marisa Musu. Accovacciati:  Arminio Savioli,Francesco Curreli, Franco Albanese, Carla Capponi, Rosario Bentivegna, Carlo Salinari, Ernesto Borghese, Raoul Falcioni. In 1°piano, a dex. di Carla Capponi, Fernando Vitagliano e alla six. Franco Ferri. Sdraiato al primo sole: Pasquale Balsamo.