Archivio | marzo, 2017

Morte a Roma -2

3 Mar

    Attenzione!   Questo articolo costituisce la prosecuzione fattuale e cronologica di Morte a Roma-1, pertanto la numerazione progressiva dei titoli ne consegue…. 

 

img034                    4. Kappler, il burocrate della morte.

…..superati i boffonchiamenti e le preoccupazioni di Mussolini, Kappler trascorse gran parte della notte fra il 23 ed il 24 marzo a scegliere le vittime -solo per 3 era già stata emessa sentenza di morte-ed a queste ne aggiunse 16 condannate a pene detentive, 65 ebrei non ancora deportati e 10 cittadini rastrellati in via Rasella ed infine altri 175 qualificati come “spie,ebrei e comunisti”, in quei giorni detenuti a Regina Coeli e nelle celle di tortura della “Gestapo”in Via Tasso. Aggiunse il nome del Prof. P. Petrucci – già assolto dal tribunale tedesco- ma…mancavano ancora 50 ostaggi. Per far quadrare la sua contabilità di morte li chiese al Questore repubblichino Caruso, ed alla banda di torturatori ed assassini di Pietro Koch, che operava nella struttura della Pensione “Oltremare”. Il reperimento del luogo adeguato all’esecuzione e la “logistica”, con cui trasferire rapidamente ed in segretezza le vittime designate, furono affidate al Kappler, in quanto il Mag. Dohman-comandante del “Bozen”- rifiutò, come pure il Col. Hauser – Capo di S.M. della XIV° Armata del Gen. Van Mackensen, che lo riteneva un fatto riguardante la polizia.    Il Gen. Maeltzer, disse ” Tocca a voi” e Kappler ubbidì.  L’urgenza e la segretezza con cui bisognava operare, lo indussero ad esporre agli ufficiali suoi collaboratori, l’esigenza di reperire un antro, un tunnel od una miniera raggiungibile alla immediata periferia della Capitale. Fu per tale ragione che il Cap. Koehler suggerì le cave di pozzolana lungo la Via Ardeatina, che si sarebbero potute poi ostruire con mirate esplosioni all’accesso.

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                                    L’attuale accesso alla cava
Le esecuzioni  dovevano essere rapide(dell’attentato non era stato dato alcun annuncio!) in quanto la sicurezza dell’ordine pubblico in città, il rischio di altri attentati, esigevano che non fossero   affissi manifesti né divulgati bandi od ultimatum radiodiffusi a presentarsi.  I romani seppero a cose fatte!
Se mai vi furono “pressioni” di Papa Pacelli (Pio XII)- che era stato informato alle 10,15 del 24 dall ‘Ing. Ferrero, funzionario del Governatorato di Roma- non potevano avere alcun successo in quanto la strage “era stata direttamente ordinata dal quartier generale di Hitler”.   Risulta fossero 73 gli ufficiali e sottufficiali ai quali Kappler spiegò         ” l’importanza di uccidere più di 300 persone”, ingiungendo loro di sparare almeno un colpo alla nuca. Quando iniziò il brutale prelievo degli ostaggi, si diffusero l’urlo, il pianto e la terrificante confusione fra quanti presero consapevolezza della fine incombente e vennero spinti col calcio dei fucili, caricati sui camion con pugni e calci.    Nel buio delle cave, nella ristrettezza dei cunicoli, le esecuzioni richiesero ore; a gruppi di cinque- legate fra loro- le vittime vennero uccise con brevi raffiche ravvicinate, i più con singoli colpi alla nuca. Solo il Ten. Wetjen provò a rifiutarsi “per ripugnanza”, alla vista dei cadaveri che andavano sovrapponendosi in veri e propri strati;  ma Kappler lo affiancò e, rincuorandolo, sparò in sua vece. Preoccupato per la tenuta psicologica e disciplinare dei suoi uomini, il “boia delle Ardeatine” andava di continuo a sincerarsi del sollecito trasferimento degli ostaggi, della continuità operativa di soldati sempre più eccitati ed inferociti,sotto l’effetto del Cognac profuso e delle urla strazianti dei civili portati al massacro. Solo un tedesco non partecipò all’eccidio, Guenther Amon che svenne alla vista dei primi cadaveri, venne portato in un punto di soccorso e non venne ucciso.   E’ ormai ben noto che, per vario ordine di ragioni – a massacro compiuto- risultarono 5 i morti in eccesso.   Brillate le mine, per occultare tracce dell’eccidio e precludere ogni accesso, la ricerca di parenti ed amici giunse tuttavia ad individuare assai presto il luogo, probabilmente con l’ausilio di Nicola D’Annibale, un guardiano di porci che aveva potuto seguire gli avvenimenti da un rilievo non troppo discosto. L’esumazione delle salme iniziò il 26 luglio 1944- quando Roma era già stata liberata- e solo per 13 vittime non fu possibile l’identificazione.
Note biografiche su membri dei Gruppi di Azione Patriottica romani,                                    citati in Morte a Roma -1 e- 2.            
Giorgio Labò:  Modenese, nato nel 1919, studente di Architettura, l’8 settembre 1943 lo coglie mentre assolve il servizio militare come sergente del Genio Minatori, acquartierato nell’interland di Roma.220px-giorgio_labo
Con il nome di “Lamberto” entrò subito nelle file dei primi nuclei partigiani che operarono nella zona di Poggio Mirteto, per passare poi-stanti le sue conoscenze di chimica-ad una attività di preparazione  di armi vieppiù sofisticate, in una santabarbara dei GAP romani, sita in Via Giulia 25bis.   Tradito, con altri 7, dalla spiata di Giovanni Amidei – che fa arrestare Guido Rattoppatore e Umberto Scattoni, sorpresi mentre preparavano un ordigno, e poi dalla rivelazione sotto tortura dell’indirizzo del laboratorio-nascondiglio,addebitata al primo,al quale i nazisti tagliarono le dita della mano destra alla vigilia della fucilazione, venne fucilato sugli spalti di Forte Bravetta il 7 marzo 1944. Per portarlo davanti al plotone di esecuzione dovettero trascinarlo a braccia dal camion, in quanto, come ricorderà nelle sue memorie Antonello Trombadori(1)…. Labò era stato per 18 giorni strettamente legato ai polsi ed alle caviglie, nel suo supplizio che si consumò nella cella 31 di Via Tasso. Costretto a giacere bocconi, onde evitare che il peso del corpo ricadesse sulle mani ormai tumefatte e gonfie, oltre ogni dire. Resistette alle torture inflittegli, non parlò, non fece nomi, salvando così diversi compagni di lotta, fra i quali Marisa Musu (2) che,quando fu trascinata in sua presenza egli disse di non conoscere .   Strade, piazze e larghi sono stati dedicati a Giorgio Labò in diverse città italiane(Roma, Genova,Milano), intestate a lui fondazioni e sedi dell’antifascismo italiano. “Lamberto”   fu insignito di M.O.V.M.    
  Marisa Musu:     Gappista fra i più giovani, nata a Roma il 1.IV.1925228px-marisa_musu1, è stata decorata con la M.A.V.M. Liceale al “Mamiani”, nel 1942 entra nell’organizzazione clandestina del PCI. Attiva alla difesa di Porta San Paolo, con il nome di “Rosa” entra nei GAP operanti nella zona centrale della Capitale. Dopo Via Rasella, operazione in cui assolse il compito di copertura armata alla fuga di Bentivegna e Capponi, dopo varie audaci azioni condotte con grande presenza di spirito, venne arrestata con Pasquale Balsamo ed Ernesto Borghesi; dalle “Mantellate”, ove era rinchiusa in attesa dell’esecuzione della pena di morte già comminatagli dal tribunale tedesco, riuscì a farsi trasferire all’ospedale San Camillo con l’aiuto di medici antifascisti. Dopo la Liberazione fu dirigente della Gioventù Comunista e membro del Comitato Centrale del PCI; per anni corrispondente di Paese Sera e dell’Unità da diversi paesi in lotta o liberatisi dal colonialismo(Cina, Viet Nam,Mozambico), in seguito attiva nell’assistenza ai giovanissimi palestinesi e fondatrice-in Italia-del “Giornale dei Genitori”.   Ha lasciato due libri di memorie:      “La ragazza di Via Orazio”_ una comunista inquieta_e “Roma ribelle”,scritto con il suo compagno Ennio Polito. Marisa è deceduta nella sua città il 3.XII.2002 a soli 67 anni.

                                   5. L’epilogo

                                             “Noi a Roma stavamo molto bene,                                                                                                                   Kappler voleva che fosse una città tranquilla”                                                                                                                                                               Erich Priebke 
Già, il problema era proprio quello: non lasciarli tranquillamente spadroneggiare nella Capitale!  Ricorda Marisa Musu, allora poco più che ventenne, dello stato d’animo attraversato nei giorni che seguirono Via Rasella: ” Quello è stato realmente un grosso trauma, perché nessuno si aspettava un numero così elevato di morti. Nei mesi precedenti avevamo fatto un numero di azioni abbastanza consistenti ma – forse per non dare risonanza all’attività del movimento di resistenza urbano – di rappresaglie collegate direttamenteai colpi inferti ai nazifascisti non ve ne erano state. Certo arresti, sevizie, deportazioni e fucilazioni erano all’ordine del giorno….”  Il “rosario” delle angherie che si protrasse a Roma sino all’ingresso degli alleati, non fu sufficente a fare giustizia di quanto si sosteneva in molti ambienti e trovava assenso in un diffuso senso comune della popolazione:….“dovevano presentarsi”,” dovevano presentarsi spontaneamente…anche se non vi erano stati appelli a farlo”, “troppi morti e ..nel centro della città”. E’ questo un tema su cui ci ripromettiamo di soffermarci in un terzo articolo.        Le omissioni,la mistificazione delle circostanze, hanno fatto sì che perplessità circa l’opportunità di quell’attentato rimanessero e che, negli anni successivi, interessate operazioni propagandistiche ancora dessero giustificazione dell’ “Ordine già eseguito”.  E’ bene quindi ricordare che fascisti e nazisti , fino all’ultimo non rinunciarono ad infierire su civili sospetti o patrioti: 6  fucilati il 3 giugno ’44 a Forte Bravetta; Il giorno successivo i tedeschi caricano frettolosamente su camion i detenuti di Via Tasso, per portarli a Nord. Un mezzo non parte e, nella confusione della ritirata i soldati si disinteressano dei prigionieri,  fra i quali Carlo Salinari(3) , che riescono agevolmente a dileguarsi . Il camion che trasportava altri 14 prigionieri (fra di essi Bruno Buozzi ) si ferma sulla Cassia per una avaria; il pomeriggio, quando gli anglo-americani facevano il loro ingresso in Roma i 14- in un boschetto presso La Storta vennero tutti ammazzati. E non vi era stato alcun attentato partigiano!    Preferiamo non soffermarci sulle testimonianze orali, che ci tramandano gli approcci e le vigliaccherie che caratterizzarono le profferte di far avere notizie e rassicurazioni sui congiunti, già dalle prime ore degli eventi, come pure sui dettagli  ed il clima che pervase centinaia di romani e parenti nei giorni del rinvenimento dei corpi e della loro identificazione.
 Il  “BOZEN” sfila in Via Rasella download-1

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                                                                                                                                     Pochi attimi dopo l’attentato
      Vogliamo ,piuttosto, offrire ai lettori qualche cenno e la spiegazione della mitezza delle pene erogate(o le assoluzioni!) di cui fruirono gli assassini delle Ardeatine. Si pensi che solo il questore Caruso ed il seviziatore Koch(4) furono fucilati a Roma dopo sentenza. L’unico criminale nazista a scontare interamente la pena dell’ergastolo- resosi irreperibile sino al 1998 – fu Erich Priebke,dopo  aver compiuto 100 anni!  Mentre 5 ufficiali, che avevano partecipato all’eccidio, furono assolti come “meri esecutori di ordini superiori”. H. Kappler fu condannato all’ergastolo, cui furono aggiunti 15 anni addebitatigli per l’estorsione di 59 Kg. d’oro alla comunità ebraica del ghetto dopo il rastrellamento del 16 .X.’43. Nel successivo processo del 1947, una capziosa sentenza suscitò indignazione e proteste in quanto, riconosciuto il coraggio dell’azione partigiana…veniva assunta la legittimità della rappresaglia, pur avendo K. disposta la soppressione di 10 cittadini fuori dalla giurisdizione tedesca( dei quali 5 in sopranumero, nella sua contabilità di morte). Vedi in” Morte a Roma -1″ le note biografiche dei due.
Come poteva avvenire tutto ciò? Con una operazione diffusamente praticata nei confronti di ufficiali tedeschi e fascisti di Salò, arresisi o catturati dagli anglo-americani, di cui fruirono persino criminali di guerra e responsabili di ” omicidi continuati” (Graziani, Valerio Borghese, Giorgio Almirante, Pino Romualdi),previo un periodo di internamento e detenzione nell’Africa del Nord, mediante la quale venivano riciclati in prigionieri di guerra.  A quel punto la Convenzione internazionale sul trattamento dei prigionieri di guerra consentiva, in questo nuovo status, la conservazione del grado, l’applicazione dei diritti alle cure sanitarie, la detenzione negli stabilimenti carcerari alle stesse condizioni fisiche  e spirituali adottate per i militari della nazione detentrice.     Fatte le debite proporzioni, molti analisti  ritengono che il pletorico discorso giuridico che, a partire dai processi di Norimberga e ad Eichman, ha accompagnato quelli intentati a  Kesserling, Maeltzer e Von Mackensen(1945-’47) e Kappler(luglio ’47) abbia reso difficile ragionare storicamente su Va Rasella e le Fosse. ” Vento d’Aprile” condivide la più parte di questa riflessione, ma non al punto di sopire un giudizio storico ed umanitario -quindi politico- che ci porta ad individuare gli assassini nell’occupante nazista e nei gregari repubblichini ed in patrioti gli italiani,che con le armi del possibile, contribuirono a cacciarli dalla Capitale d’Italia!     Chiudiamo,pertanto, con la consapevolezza di dover dar seguito ad un 3° ed ultimo articolo, che faccia emergere il mai sopito conflitto fra le regole di una guerra e le remore psicologiche e morali che non rinunciano ad enucleare la natura delle responsabilità, il tragico nesso fra cause e conseguenze! 
   images                                                             L’accesso alla cava, luglio ’44
 Note biografiche:     Antonello Trombadori:      “Romano de Roma”,  nato nel 1917, figlio di un rinomato pittore della borghesia capitolina, in gioventù entrò in contatto con numerosi intellettuali dell’epoca. Occupatosi di critica d’arte sin dagli anni del liceo, collaborò con diverse riviste attente alle arti figurative e partecipò nel 1937 ai Littoriali del GUF da posizioni decisamente avverse all’arte di regime. Laureatosi in Lettere fu richiamato alle armi con il grado di tenente sul fronte greco. Rientrato  in Italia nel 1941, per un periodo di convalescenza a seguito di ferite, evita l’invio in Russia e in Africa del Nord; a Roma entra a far parte di un gruppo di giovani comunisti(con Paolo Bufalini, Romualdo Chiesa..)con i quali diede vita alla attività clandestina antifascista. Arrestato per propaganda eversiva viene condannato a due anni di confino a Carsoli. Caduto Mussolini il 25 luglio 1943, Trombadori  prese contatti con ambienti militari dai quali ottenne una consegna di armi che, pur senza successo, furono utilizzate a difesa della Capitale il 9 e 10 settembre. Sotto la direzione politica di Giorgio Amendola, con Carlo Salinari assunse il comando dei GAP romani con il nome di “Giacomo”. Arrestato dai tedeschi il 2 febbraio ’44, passò prima nelle celle di Via Tasso, poi in quelle di Regina Coeli.  Per un forte attacco febbrile fu ricoverato in infermeria del carcere, sfuggendo così alla strage delle Ardeatine. Dopo la Liberazione entra a far parte dell’apparato del Comitato Centrale del PCI, presenta la raccolta di disegni di Renato Guttuso “Got mit uns” e collabora con Carlo Lizzani e Roberto Rossellini alla realizzazione del film ” Roma città aperta”.  Dal 1968 al ’79 è deputato comunista alla Camera, dopo essere stato Consigliere comunale di Roma fra il 1956 ed il’68. Dopo aver assunto per vari anni incarichi  redazionali e di inviato- per l’Unità e Rinascita -ormai assorbito dalla attività di critico d’arte e poeta dialettale, agli inizi degli anni novanta lascia, non senza polemiche, l’impegno politico nel suo partito. Insignito di M.A.V.M, muore nella sua città il 18.1.1993. Ampia la galleria di immagini dei trascorsi biografici e professionali di A.T. reperibile su internet! 
1359559840b        Trombadori e altri nello studio di Guttuso
download  A. Trombadori parlamentare      franco-citti-e-antonello-trombadori-sorreggono-la-bara-di-pasolini
                                                                         Dietro FrancoCitti alle esequie di Pier Paolo Pasolini- 1975.
Carlo Salinari:     Nato a Montescaglioso (MT) in una famiglia di proprietari benestanti nel 1919, compì gli studi di Lettere nell’Università di Roma.Divenuto assistente di cattedra, nel 1941 entra a far parte nell’organizzazione comunista clandestina della Capitale e, dopo l’armistizio dell’8.IX.’43, diviene uno dei capi dei GAP con il nome di “Spartaco”. Arrestato e torturato a Via Tasso, riesce a fuggire con altri il 4 giugno ’44,dal camion tedesco che li trasferiva al Nord(vedi nell’articolo); decorato con la M.A.V.M, dopo la Liberazione fu funzionario del PCI di cui diresse la Sezione culturale fra il 1951 ed il ’54. Convinto di essere “miglior studioso che uomo politico”, tornò all’insegnamento specializzando studi e produzione bibliografica, con  opere  insuperate sulla letteratura italiana. Nel percorso che lo portò alle Univ. di Palermo, Cagliari, Milano e nuovamente a Roma, venne eletto Preside di facoltà, proprio nell’anno della sua morte, 25 maggio 1977. Fra i numerosi titoli dei libri da lui lasciatici, e facilmente reperibili nella galleria internet delle immagini che lo riguardano, ci permettiamo segnalare: “Profilo storico della letteratura italiana” – “La questione del Realismo” – “Storia popolare della letteratura italiana”.      download-2                  Salinari, relatore in un convegno di studi del PCI                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

 L’incredibile figuro  Pietro  Koch 

 A chiusura di questo articolo non possiamo esimerci dal “presentare” al lettore una figura-purtroppo non unica-che si distinse nella pratica del male, come ragion di vita, quando Roma era sotto il tallone nazista e vigilata da ben 18 sigle tedesche ed italiane di corpi di polizia. Nato a Benevento nel 1918 da padre di origine germanica, nel 1943 Pietro Koch fu chiamato alle armi nel 2° Reg. Granatieri; a seguito dell’armistizio fugge a Firenze dove si iscrive al Partito Fascista Repubblicano ed entra a far parte del “Reparto Speciale di Sicurezza” al comando di Mario Carità ( la”Banda Carità”, delle cui imprese il  Mag. delle SS italiane fu dominus fino a i giorni di “Vila Triste”. Morirà in uno scontro a fuoco con un plotone di soldati USA il 19 maggio ’45 in un albergo delle Dolomiti  dove si era rifugiato con l’amante e copiosa refurtiva).                                                                                                                                                                                                  Al centro della foto il Caritàp076_0_1                 Koch acquista benemerenze e sostegno di Kappler per i successi ottenuti in operazioni condotte a Roma – arresto del Col. Marino violando l’extraterritorialità del Collegio Vaticano di San Sebastiano-ottenendo il comando di un reparto speciale di 70 uomini, denominato “Polizia Repubblicana”; durante la primavera del ’44 riuscì nella decimazione delle file antifasciste, catturando 23 componenti del Partito d’Azione (dei quali 21 verranno fucilati alle Fosse. Dando una brutale esecutività a quello che è stato definito un protocollo di tortura”, ottenne nomi importanti della Resistenza romana( F.Calamandrei, Luigi Pintor,Lisa Giua Foa). Non sfuggì alle sue grinfie il regista Luchino Visconti che, scarcerato per intercessione dell’attrice Maria Denis sarà, poi testimone al processo che porterà P.Koch alla fucilazione.  Liberata la capitale, il Koch ripara a Milano e, con buona parte della sua banda di assassini viene formalmente inquadrato nelle SS italiane, per continuare il suo lavoro in quella che venne ricordata come “Villa Triste”, dalle parti di S.Siro. Accresciuto l’organico ed assunti anche incarichi di indagine e vigilanza interni agli apparati del regime di Salò, persino nei confronti della “Muti”, i metodi brutali e l’alterigia con cui procedeva a ledere l’autonomia stessa dei corpi della RSI, sconcertarono tedeschi e fascisti. Al punto che il 25.IX.1944 il gruppo dirigente fascista ottenne da Mussolini l’avallo a bloccare con la forza delle armi la banda, proprio mediante l’impiego della Legione Autonoma Mobile “Muti”, che ne arrestò 50 componenti circondando Villa Triste. Venne sequestrato gran parte del bottino accumulato con l’attività dei mesi precedenti ed il 17 dicembre, malgrado i tentativi di Kappler di impedirlo, venne rinchiuso a San Vittore. Saranno i tedeschi, proprio nelle ore caotiche del 25 aprile, ad aiutare  P.Koch a svignarsela. Ormai braccato,il pomeriggio del 1° giugno si consegnerà alla Questura di Firenze ; trasferito d’urgenza a Roma e sottoposto a processo il  giorno 4 venne giustiziato il pomeriggio successivo a Forte Bravetta. Fine di un boia che aveva solo 27 anni.   Per chi volesse approfondirne più dettagliatamente la figura possiamo indicare:

https://storiedimenticate.wordpress.com/2012/12/17/17-dicembre-1944-milanoi-fascisti-arrestano-pietro-koch/

download-1 Pietro Koch

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