Archivio | aprile, 2014

Memoria, ricordo e ….memoria corta.

23 Apr
Ancora oggi molti confondono il Giorno della Memoria con il Giorno del Ricordo.  Il primo, che cade il 27 gennaio, è stato istituito con la legge n.211 del 20 luglio 2000 “in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni sofferte dal popolo ebraico e dai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”. E’ ben noto che nei lager  morirono circa 6 milioni di di ebrei, mentre i deportati italiani furono all’incirca 860.000 ( 810.000 militari e 23.826 oppositori al nazifascismo). La leggen. 211/2000 fu votata dal Governo Amato, espressione della coalizione dell’ulivo.
Il Giorno del Ricordo, che cade invece il 10 febbraio, è stato istituito con la legge n.92 del 30 marzo 2004 ” in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale”. Il numero delle vitime delle foibe – fra quelle istriane dell’autunno ’43 e quelle triestine ( molto meno numerose) dell’aprile-maggio 1945, è controverso, ma comunque nell’ordine compreso fra 2000/3000.
I profughi del  “confine orientale” si aggirano sui 300.000, poco meno dell’1% dei profughi causati dalla modifica dei confini fra gli Stati, conseguenti dal 2° conflitto mondiale, sul suolo europeo. La legge n.92/2004 fu imposta dal Governo Berlusconi.
Lo scopo che la destra si proponeva di raggiungere con tale provvedimento era di contrapporre alla “memoria” degli orrori del nazifascismo           nel mondo il “ricordo”  della ferocia comunista contro gli “italiani”, mescolando e rendendo onore alle vittime innocenti come agli squadristi, ai collaborazionisti, ai massacratori ed ai criminali di guerra.
La giornata delRicordo ha dato un contributo potente allo sdoganamento del neofascismo ed al volgare revisionismo storico.  Ha portato fango ed acqua sporca alla sistematica denigrazione delle Resistenze e della lotta partigiana. Ha dato nuovo fiato al negazionismo ed alla attività dei gruppi neofascisti, sotto varie sigle. Ha aperto le porte delle scuole italiane alla propaganda politica diretta della destra più nostalgica.
Chi non ricorda i disordinati attacchi e le campagne contro i libbri di storia ed il grottesco assalto di Fini ai dizionari della lingua italiana che….non davano la definizione corretta della parola “foiba“?
Ovviamente non sempre, né ovunque, è stato così, ma è innegabile che queste sono state il prodotto di quella legge, che  tanto giubilo destò in Ignazio La Russa, l’inventore della…..mininaja.
……..Come è possibile comprendere le foibe e l’esodo senza scalzarne al sole le radici dell’odio seminato ed accumulato dal nazionalismo e dal fascismo in quei territori?  La madre comune di quelle tragedie è stata quella seconda guerra mondiale cercata, preparata meticolosamente , voluta ed imposta all’umanità – e persa – non da Tito o dai comunisti o dai partigiani, bensì da Hitler e Mussolini.
Quando si tireranno le dovute somme di questa inoppugnabile realtà storica (l’Italia non ha avuto la sua Norimberga!), e quando sarà ben compreso che i primi, inequivocabili, responsabili delle tragedie di quelle terre di confine, sono proprio quei fascisti che si mimetizzano dietro ad un nome che hanno insanguinato e trascinato nel fango, quello di “italiani”, annettendo e martirizzando territori altrui in nome dell’ ” Italia fascistissima”,  allora il Giorno del Ricordo potrà essere veramente tale per tutti gli italiani, e non un giorno….della memoria corta!

Per quanto attiene gli italiani – militari, civili od oppositori politici – deportati nei campi nazisti d’Europa, essendo la bibliografia italiana assai ricca, ed agevole la ricerca documentale mediante internet, mi limito ad indicare due fonti : http://www.schiavidihitler.it    – museo virtuale della deportazione-     http://www.xxsecolo.it/internati/internati1.htm  gli internati italiani nei lager nazisti –

Affinché non sfugga ai più….di cosa stiamo parlando, propongo alcune immagini autoesplicative di quali valori e di quale “onore” sia stato apportatore ed esportatore il fascismo nostrano, nelle  amatissime terre redente:

terza                                                                                               seconda

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   Buon 25 aprile, anche a quelli che non avevano capito!

GUERRA PARTIGIANA – La VI Zona operativa ligure ” Sutta a chi tuca! “- 4° parte

22 Apr
L’attività bellica delle formazioni partigiane della ” VI zona” si svolse su un territorio che può ben identificarsi nel retroterra di Genova, con una significativa espansione verso quel sistema montuoso trasversale che, orientandosi da Ovest ad Est  dal “Bric di Gorrei”(870 mt.) nel basso alessandrino, comprende in successione il M.te Figne,il M.te Antola il Carmo, il Lèsima, il Penna e l’Aiona,tutte cime sui 1700 mt. ubicate nelle provincie di Pavia, Alessandria e Piacenza.   La VI° è stata indubbiamente cuore e sistema nervoso  della lotta antinazifascista in Liguria, che si andò progressivamente strutturando e consolidando con particolare efficacia. Chi osservi attentamente la distribuzione di questi Appennini, ne comprende bene la portata strategica di questi insediamenti partigiani, e la costante minaccia che dalle loro azioni derivava alle vie di traffico dell’occupante, verso tutta l’area del Nord-Ovest d’Italia. Il primo nucleo di una decina di uomini, da Lavagna e Chiavari, salì al Monte Antola -la “montagna dei genovesi” –  che, dominando ad un tempo la Val Trebbia, l’alta Val Borbera e la la Valle dello Scrivia, costituiva base con grande possibilità di irradiazione di operazioni militari, e prezioso osservatorio sui movimenti  del nemico .Capanne di Carega sarà a lungo sede del Comando di zona, ed il Rifugio Musante fu  costante luogo di incontro e bivacco per distaccamenti e staffette.                   Chi  ci segue potrà notare che, tracciando le dislocazioni delle forze partigiane in Liguria, non facciamo riferimento ad una 3° zona, che in effetti non ci fu, in quanto avrebbe dovuto ubicarsi nell’Est della provincia di Savona, oltre il fiume Bormida e comprendere quelle formazioni che, colpite nei primissimi eventi bellici dai rastrellamenti e dai forti attacchi tedeschi dell’inverno ’43-’44, sull’alpe del retroterra savonese, dovettero invece ripiegare ben oltre  le  camionali Savona-Torino, Genova-Alessandria-Torino e Genova-Milano.   Nella VI° zona furono predominanti le formazioni Garibaldine, che costituirono nel capoluogo i primi Gruppi di Azione Patriottica, già a settembre 1943 e, nei 20 mesi della lotta di liberazione,poterono fare affidamento su 40 Squadre di Azione Patriottica, coordinate su 4 settori della città.      Facciamo ora un poco di cronologia, e diamo un quadro delle formazioni che operarono nella VI°:   Costituitasi la 3° Brigata Garibaldi “Liguria”, con la primavera-estate 1944, il numero dei partigiani è cresciuto a tal punto da trasformare le bande in Brigate. Raggiunta, alle soglie dell’estate, la forza di 3000 combattenti, daranno vita in agosto alla 3° Divisione Garibaldi “Cichero”  che risulterà costituita da :  3° Brig. Garibaldi “Jori”  –  57° Brig. Garibaldi “Gavi”  – 58° Brig.Garibaldi .  Nella VI° zona opereranno,inoltre, la  59° Brig. Garibaldina “Caio”,  La Brig.”Coduri” , nata sui crinali del M.te Capenardo,  pur schierata lontano da Cichero, strinse sin dall’inizio rapporti di cooperazione con le formazioni ivi dislocate, e finirà per integrarsi in quella Divisione, nel settembre 1944.   Nell’area  considerata operavano, inoltre, 2 Battaglioni “Matteotti-Valbisagno”, ed una Brigata” GL-Matteotti”. E’ ben noto che in alcuni casi la cooperazione fra formazioni di diverso orientamento politico (particolarmente fra autonomi, monarchici e garibaldini) non fu facile o addirittura  nulla, talvolta con momenti di vera e propria conflittualità. In particolare,   i dissapori furono particolarmente aspri fra la “Cichero” ed una di queste Brigate GL che, nell’estate del  ’44 fu disarmata -per ben due volte – dagli uomini  al comando di  Aldo Gastaldi “Bisagno”. File0215
      Clicca per ingrandire                                         partigiani                                                                                sosta in alta Val Trebbia!
         Di questo amato e stimatissimo comandante partigiano mi pare doveroso tracciare  una sintesi biografica, almeno per quanto attiene la sua militanza antifascista, il carisma conquistato alla guida delle formazioni affidate al suo comando, alla coerenza etica vissuta nella dura lotta intrapresa contro l’occupante nazista.  “Bisagno”, nasce a Rivarolo – oggi quartiere di Genova – il 17 settembre 1921, sin dall’infanzia appassionato di grandi escursioni in montagna. Giovane, consigliato dai suoi mezzi fisici, si cimentò nella squadra di rugby del suo istituto scolastico e praticò intensamente la voga come canottiere   . Diplomatosi Perito industriale, fu subito assunto     all’Ansaldo di Sestri Ponente; intrapresi gli studi universitari di economia, all’entrata in guerra dell’Italia, fu richiamato alle armi. A 20 anni, sottote nente del Genio, fu assegnato al presidio di Chiavari, con funzioni di marconista.  Il 25 luglio 1943 è alla guida del suo plotone, nell’abbattere i simboli del regime dalla Casa del Fascio del capoluogo del Tigullio.  Con l’armistizio dell’ 8 settembre Aldo Gastaldi si affrettò a nascondere armi presso il castello di Chiavari, onde impedirne la requisizione da parte delle sopraggiunte truppe tedesche.
bisagno    Pochi giorni più tardi fu contattato dal PCI, tramite Giovanni Serbandini “Bini”, col quale avviarono la costituzione di una prima banda partigiana, sulle alture di Cichero, alle pendici del M.te Ramaceto. I tratti salienti del giovane genovese che diverrà “Bisagno” : forte personalità, fervente cattolico, senza una precisa collocazio ne partitica (come poteva averla una generazione interamente educata dal regime fascista?! ). Con il comunista Serbandini stabiliranno le regole di comportamento insite nel famoso “Codice Cicheroche, pur in condizioni ai limiti della sopravvi venza, tutti i partigiani della futura Divisione si impegna rono a rispettare :
                                                                                                                 att_531868
            
                                                                                                     
                                                                                                   il piano promette bene!
   “….in attività e durante le operazioni si eseguono gli ordini dei comandanti; vi sarà poi sempre una assemblea dei combattenti per discuterne la condotta; il capo viene eletto dai compagni; è il primo nelle azioni più rischiose, e l’ultimo a ricevere cibo e vestiario; al capo spetta il turno di guardia più faticoso; alla popolazione contadina e dell’alpe si chiede, e non si prende; possibilmente si paga o si ricambia quel che si riceve; non si importunano le donne e non si bestemmia….”                                                                                                                                                                                                                                                              
    “Bisagno”  morirà il 21 maggio 1945 – a Desenzano del Garda- cadendo accidentalmente dal tettto del camion su cui viaggiava, mentre riaccompa gnava alle loro terre di origine gli alpini del Btg. Vestone della ” Divisione Alpina Monterosa”( che il 4 novembre del ’44 avevano deciso di lasciare la RSI e schierarsi in blocco con i partigiani), verso i quali temeva si scatenas sero atti di ostilità o vendetta sommaria. Negli anni della “guerra fredda” – ma non sono mancati rigurgiti di faziosità in tempi ben più recenti, ci si è esercitati ad addebitare ai garibaldini ed      ai comunisti di aver tramato per provocarne la morte. Alla fine degli anni ’90, una dichiarazione comune di tutti i comandanti delle formazioni liguri – di ogni ispirazione ideologica ed appartenenza politica – hanno rinnovato l’omaggio alla   M.O.V.M.  Aldo Gastaldi e fatta giustizia di ogni strumentale calunnia. Per conoscere le circostanze ed i dettagli del passaggio della “Vestone” nelle file della Resistenza, raccomando la testimonianza di Marco Galione in ” La resa degli alpini della Vestone” facilmente reperibile in  http://www.altavaltrebbia.net/la-resistenza-in-val-trebbia/22.

Nel proporre alcune fonti testimoniali e bibliografiche, per una più approfondita conoscenza della figura di “Bisagno”, includo alcuni passaggi che Gianpaolo Pansa – da anni votato ad un acri monioso revisionismo storico, senza freni e senza cautele – riela bora a fini editoriali:   http://www.tuttostoria.net/focus_recensione_storia_contemporanea.aspx                                                        http://www.anpi.it  (sezione caduti partigiani)          http://www.raid.informare.it/docs/pdf/AldoGastaldi.pdf                                                  http://www.webalice.it/inv1pue/bisagno/aldo_gastaldi/bisagno_partigiano_rt.htm.             Di Elena Bono, “Per Aldo Gastaldi “Bisagno” – Ed.Le Mani     2003  Infine,alcune “rivelazioni” di G.P Pansa:da “La grande bugia” (pagg. 201-204)  Morti misteriose e dal recentissimo “Bella Ciao” (pagg.229-241)  L’oscura morte di Bisagno. Monumento_di_Bisagno_a_Fascia

25 aprile 2014 a S. Anna di Stazzema

10 Apr

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