Archivio | marzo, 2014

GUERRA PARTIGIANA – poi venne la Benedicta, ma non fermò la lotta – 3°parte

23 Mar
I tedeschi ed i fascisti avevano un vitale interesse a spadroneggiare nel tratto di costa ligure che va da Vado a Genova, e di non avere sorta di intralci sulle grandi linee di traffico – ferroviarie e stradali -che attraversandone il retroterra ne colle  gano porti, depositi petroliferi  ed aziende chimiche ai capoluoghi del  “Triangolo industriale”.  E’ per tale ordine di ragioni che concentrarono ed impiegarono intensamente unità militari di  alta specializzazione: SS e polizia antiguerriglia gli uni, SS italiane,“S.Marco” e parte della “Monterosa” gli altri.   I comandanti ed   i comissari politici delle prime formazioni  partigiane, il CLN a seguire, capirono bene quanto fosse importante sabotare alla fonte la produzione ed il trasferimento dei prodotti, danneggiare ed interrompere le vie ed i mezzi  di trasporto (dopo la primavera del ’44), avviando l’organizzazione della rete del vettovagliamento per chi combatteva in montagna.  Così si spiega la crescente ed intensa attività nei centri di Vado e Savona, e sotto la direzione del Comando Piazza di Genova, di “Squadre di Azione Patriottica” (SAP), perché le città sopracitate furono così intensamente bombardate dell’aviazione alleata.
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   Gli anziani di Ovada ancor oggi ricordano….

….. con la tristezza nel cuore, quello che è costato alla resistenza italiana e alla zona intorno a Ovada, il massacro della Benedicta, sul Bric(colle) dell’ Arpesella, nella zona a sud-ovest del Tobbio, sorgeva quell’antico convento, che quando ormai era semidistrutto, venne trasformato in un cascinale, in cui i Partigiani, durante la Guerra di liberazione, avevano stabilito la sede dell’intendenza della 3° Brigata d’assalto Garibaldi “Liguria”. Tanti ragazzi di tutta la zona, tra i quali molto ovadesi, per sfuggire all’arruolamento obbligatorio dei repubblichini, fuggivano verso la Benedicta, preferendo unirsi ai partigiani contro i tedeschi. Ben presto le due unità presenti nella zona, la Brigata Autonoma “Alessandria”, comandata dal capitano dei granatieri Gian Carlo Odino, e la “Liguria”, comandata dal capitano degli alpini Edmondo Tosi, si ingrossarono, arrivando ad avere complessivamente circa mille uomini, che tuttavia essendo sia male equipaggiati, che male addestrati non costituivano per i tedeschi un grave pericolo, ma sarebbero potute diventare pericolose, in caso di un eventuale tentativo di sbarco degli Alleati nelle coste genovesi. Cascinale d'inverno                              il cascinale della Benedicta sotto la neve
Nel quadro dell’offensiva anti partigiana, scatenatasi in tutta l’Italia settentrionale nella primavera del 1944, i comandi tedeschi decisero di distruggere tutte le formazioni partigiane, presenti nei territori attorno alla Benedicta, con un massiccio rastrellamento. Dai dati passati alla storia a quella feroce rappresaglia parteciparono circa 5.000 uomini, in maggioranza tedeschi, con l’appoggio di carri armati, autoblindo e pezzi di artiglieria, le varie colonne erano coordinate da un aereo “Cicogna”. L’operazione iniziò all’alba del 6 aprile del 1944, i tedeschi circondarono tutti i territori compresi tra, la valle Stura, la valle dello Scrivia, e la val Polcevera, chiusero tutte le vie di accesso e fuga del territorio, e divisi in 3 colonne, che marciarono verso il centro del territorio occupato dalle bande partigiane, partendo dai Piani di Praglia, da Voltaggio e da Lerma. La colonna proveniente da Voltaggio costrinse gli avamposti della Brigata Autonoma “Alessandria”, a ritirarsi verso il cascinale della Benedicta, rimasero come retroguardia una trentina di uomini, comandati da Giuseppe Merlo, che avevano il compito di distruggere i materiali non trasportabili  ed i documenti. Il 1° Distaccamento della Brigata Garibaldi. esclusivamente compo sto di partigiani russi, oppose un accanita resistenza, contro la divisione tedesca partita dai ” Piani di Praglia”, ma poi dovettero cedere e si recarono verso le Capanne dl Marcarolo, per congiungersi con altri uomini della “Liguria” , un gruppo formato da ex militari, esperti e sufficientemente armati, e giovani inesperti. Sotto l’urto delle colonne tedesche diversi gruppi si dispersero, e formando piccoli drappelli, e cercarono la fuga, altri piccoli drappelli tentarono una disperata resistenza nelle zone del Monte Colma e il Monte Tugello, sulle pendici del Tobio, ai laghi della Lavagnina, e a Passo Mezzano, dove riuscirono a provocare notevoli perdite ai tedeschi. Il nucleo maggiore della Brigata Autonoma, era stato bloccato dai tedeschi, nelle zone fra il Roverno e il Tobbio, una volta frazionatosi in due gruppi più piccoli, uno composto da più uomini, comandato dal capitano Odino era riuscito a valicare i monti, mentre l’altro rimasto bloccato, veniva raggiunto dagli uomini della retroguardia guidati da Giuseppe Merlo, un terzo gruppo di partigiani, sotto la guida di lsidoro Maria Pestarino, riusciva a congiungersi con gli uomini di Odino. A questo punto la situazione divenne ancora più tragica, con l’arrivo della terza divisione tedesca, partita dai laghi della Lavagnina, i gruppi di partigiani si divisero, alcuni cercarono di raggiungere la Benedicta, altri puntarono verso il torrente Gorzente, dove si rifugiarono in una grotta. Il gruppo che tentò di raggiungere la Benedicta venne immediatamente fatto prigioniero dai tedeschi, gli altri, una quarantina di persone raggiunsero la grotta, e come si erano prefissati, ne minarono l’entrata. Nel pomeriggio vennero scoperti dai tedeschi, ma neanche il fatto di far saltare con l’esplo sivo l’entrata della grotta, li salvò dalla cattura, e vennero rinchiusi insieme ad altri sventurati compagni, nell’antica cappella dell’ex convento. A questo punto i tedeschi avevano fatto prigionieri la maggior parte degli uomini della Brigata Autonoma, e all’inizio della notte si concentrarono sull’inseguimento dei superstiti della brigata Garibaldi. Il Venerdì Santo, all’alba del secondo giorno del rastrellamento, i tedeschi raggrupparono 75 ragazzi, per la maggior parte sotto i vent’anni, li condussero nel cortile del convento, e una volta privati di tutti i loro effetti personali li spinsero a gruppi di 5 per volta, verso il sentiero che porta al torrente Gorzente, e li fucilarono. La zona venne ancora rastrellata nei giorni del 7 e 8 Aprile, e vi furono altre vittime. Alcuni nuclei di partigiani riuscirono a svincolarsi dai blocchi dei tedeschi, o risalendo verso la val Borbera, spostandosi sulla sponda destra del torrente Scrivia, altri guidati da Fillak, si diressero verso Pian Casta- gna, altri piccoli gruppi cercarono di fuggire in direzione di Novi Ligure e di Serravalle Scrivia. Purtroppo in grande numero caddero in mano ai tedeschi, e diversi di loro vennero fucilati sul posto.Rexupero                                         il recupero dei caduti
Nei pressi del passo Mezzano, una trentina di partigiani ebbero un violento scontro a fuoco con il nemico, e combatterono al limite del possibile, 14 di loro caddero nel combattimento, il loro comandante il tenente Casalini, venne catturato, e fucilato a Voltaggio, luogo dove in due riprese vennero fucilati altri 16 partigiani. 40 Partigiani venero catturati tra Rossiglione e Campoligure, una volta condotti a Masone, 13 di loro vennero fucilati a Villa Bagnara.

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I tedeschi avevano raggiunto il loro scopo, le formazioni partigiane erano state debellate, ma non erano ancora contenti; continuarono a fare indiscriminate rappresaglie contro tutta la popolazione della zona, e fecero sapere che avrebbero usato clemenza nei confronti dei ragazzi che si fossero presentati ai loro comandi. Nello stato di paura che si era formato, molti ragazzi credettero a questa promessa, il risultato fu che circa 300 persone, tra i partigiani fatti prigionieri nel rastrellamento, e i giovani che si presentarono volontariamente ai comandi tedeschi, vennero portati a Novi Ligure, da dove tra il 10 e il 12 Aprile, vennero mandati verso i campi di deportazione in Germania, da cui 149 di queste persone non ritornarono più.    Altri 19 partigiani insieme a una quarantina di detenuti politici, vennero fucilati sul Turchino, il 19 maggio del 1944. Tra le 97 persone che persero la vita nel rastrellamento, venendo immediatamente fucilati gli Ovadesi, furono, Camera Pio, Canepa Rocco Renato, e Pastorino Romeo.   A Mauthausen si sa che fu deportato Repetto Agostino.  Accedendo ad uno o l’altro dei più importanti “motori di ricerca”, chi voglia documentarsi attraverso fonti bibliografiche od inserimenti “on line”  di ricordi e testimonianze di questi avvenimenti, non avrà che da digitare… eccidio, strage o massacro della Benedicta.Benedicta_Funer
                          i funerali postumi per i fucilati della Benedicta                                                                                                                                                      Anche i boia muoiono!                                                                                                                                                                                                                                                                                 Amburgo, a 97 anni è morto Engel ex comandante delle SS in Liguria.
E’ morto ad Amburgo Friedrich Engel, ex comandante delle SD (la polizia politica delle SS) in Liguria, condannato nel 1999 all’ergastolo dal tribunale militare di Torino per quattro stragi costate 246 vittime: Benedicta, Turchino, Olivetta di Portofino e Cravasco. Il 31 gennaio aveva compiuto 97 anni.  Lo ha stroncato una forma di leucemia che lo affliggeva da tempo. Il decesso, avvenuto nei giorni scorsi, è stato reso pubblico da fonti della procura di Amburgo. I funerali si sono già svolti e Engel è stato sepolto.
Per 56 anni Engel aveva vissuto indisturbato nel sobborgo amburghese di Loksted.  Nel dopoguerra aveva dovuto rinunciare alla  sua professione di insegnante (era laureato in storia e letteratura tedesca) ed era diventato manager in un’azienda di legnami. Un’esistenza tranquilla, al riparo dai ricordi. Fu la procura militare di Torino a contestargli l’accusa di aver ordinato e fatto eseguire le fucilazioni di massa alla Benedicta (Alessandria, 145 persone messe a morte nella settimana di Pasqua del 1944), al passo del Turchino (19 maggio 1944, 59 ostaggi  crudelmente abbattuti per rappresaglia contro la bomba partigiana al cinema Odeon di Genova che uccise cinque marinai tedeschi), all’Olivetta di Portofino (fra il 2 e 3 dicembre 1944, 22 prigionieri politici uccisi e affondati in mare) ed a Cravasco (23 marzo 1945, 20 detenuti politici fucilati). Il processo ad Engel, contumace, si concluse nel 1999 con la condanna all’ergastolo. Ad escludere la prescrizione furono le circostanze particolarmente efferate nelle quali avvennero i fatti. Nel 2002 anche la Germania portò Engel alla sbarra.    Di fronte al tribunale penale di Amburgo, Engel dovette rendere conto di aver ordinato la fucilazione di 59 ostaggi, nove in più rispetto alla allucinante regola stabilita da Hitler dei dieci italiani per ogni tedesco ucciso. Un errore di calcolo rimasto senza spiegazioni.
Fra i testimoni a suo carico, l’avvocato genovese Raimondo Ricci. Era fra i detenuti politici del IV° braccio del carcere di Marassi, gestito dalle SS, da dove furono prelevati gli ostaggi condotti alla morte. Inserito nella lista dei condannati, Ricci scampò alla fucilazione per motivi che nessuno è mai riuscito a ricostruire. «Engel se ne va senza aver pagato per i crimini che ha commesso – commenta Ricci – Era un esponente delle Richtiges SS, le SS legate a Hitler da un patto di vita e di morte. Non ha mai rinnegato le sue azioni e tuttora vedeva nel sistema nazionalsocialista la grandezza della Germania. Spero che uomini come Engel non nascano mai più, altrimenti il mondo conoscerà ancora l’abominio di ideologie come quella nazista».
Durante tutte le udienze di Amburgo, Engel  tentò di accreditare la tesi di aver cercato l’accordo con i partigiani, anche attraverso i buoni uffici della curia genovese. Ma venne smentito dai testi e dai documenti agli atti del processo. Si dichiarò dispiaciuto di aver dovuto impartire l’ordine di fucilazione, sostenne che era stato suo dovere obbedire ai superiori. Non mostrò alcun autentico pentimento. La corte penale di Amburgo il 5 luglio 2002 lo condannò per omicidio plurimo aggravato a sette anni di carcere. Engel evitò ‘ergastolo perché erano trascorsi quasi 60 anni dai fatti. A causa dell’età avanzata e della salute malferma i giudici tedeschi gli risparmiarono il carcere. Con una decisione assunta in camera di consiglio e senza contraddittorio – che scatenò forti polemiche – la Corte Suprema di Lipsia (l’equivalente della Cassazione italiana), il 24 giugno 2004 archiviò la sentenza di Amburgo. Non dichiarò l’innocenza di Engel, ma stabilì che sui fatti del Turchino era intervenuta la prescrizione. Engel era troppo vecchio per essere nuovamente processato.

GUERRA PARTIGIANA – Verso la tragedia della Benedicta -parte 2

4 Mar
Carpasio Museo della Resistenza imperiese   Non possiamo spostarci verso Savona ed il “Genovesato”,verso le imprese che videro protagoniste le Brigate Garibaldine della II°e VI° Zona Ligure, senza rendere un doveroso omaggio a quanti lottarono contro i nazifa- scisti in quello spicchio di Liguria posto fra il mare di Arma di Taggia ed il suo retroterra collinare.

      L’orgoglio di Carpasio, il Museo che racconta una storia viva  

I partigiani erano ormai accerchiati, nascosti nel bosco di Rezzo – il Bosco nero, ci si perde nel folto ancora oggi, una reliquia vivente – e nei dintorni: murati negli sgabuzzini delle case, sepolti in buche scavate nel terreno e ricoperte di foglie, nelle grotte, erano qualche centinaia allo sbando, senza collegamenti, ai primi di settembre del ’44, in attesa dei nazisti e dei bersaglieri repubblichini. Che avevano organizzato nei dettagli il rastrellamento per fare piazza pulita dei ribelli, particolarmente minacciosi perché operavano sul confine con la Francia (e poco prima avevano osato fondare una repubblica indipendente a Pigna e Castelvittorio, paesini delle valli vicine).
La Brigata Garibaldi “Felice Cascione” partì con due mortai presi al nemico dall’alto del Monte Grande, mentre il distaccamento Garbagnati – 17 uomini contro 500 – aspettava al riparo del Bosco nero. Ora era il nemico a trovarsi accerchiato o, almeno tra due fuochi. Liberare quei compagni di molte battaglie, marce forzate nella neve alta, notti al gelo e fettine trasparenti di pane condiviso, non era solo un dovere o una necessità strategica. La battaglia di Monte Grande durò due giorni, sino all’assalto finale, alla fuga, alla salvezza dei partigiani nascosti. Poche armi e molta determinazione, con grandi perdite da parte del nemico.
È un episodio dei tanti avvenuti in tutta Italia, i protagonisti sono famosi soltanto qui, sui loro monti, perché Felice Cascione, il giovane dottore che compose Fischia il vento, era già stato ucciso; Italo Calvino – Santiago si chiamava da partigiano – stava difendendo Baiardo; il comandante Erven – Bruno Luppi, se ne riparlerà – di cui Calvino scrisse più volte, era ferito gravemente; ma è bello e giusto cominciare a parlare della Storia con una storia, evocare certe condizioni di vita oggi inimmaginabili.    E questi sono ottimi motivi per raccomandare la visita al Museo della Resistenza di Carpasio, che si trova nel casone rurale dove si riuniva la Brigata Garibaldi, donato dai proprietari per conservarne la memoria. L’intera vallata ha contribuito a restaurarlo, ingrandirlo e riempirlo di residuati bellici, mappe, carte, lettere, foto.
Il museo.
Costa di Carpasio, una piccola frazione raggiungibile lasciando la Strada Provinciale che unisce Montalto Ligure a Carpasio.
Il casone è a due piani, accanto c’è ancora il castagno cavo, antico e complice che, tra le radici poteva nascondere anche sette feriti.    Eh, i miracoli della natura… Per tornare a Calvino-Santiago, viene in mente la complicità degli alberi in Il barone rampante.
Il materiale esposto nella grande sala al piano terra è assai istruttivo: bene in mostra si trova la grande carta topografica con le zone operative delle varie brigate del Comando della 1a Zona Liguria. Farsi un’idea è importante, anche se una passeggiata sino al museo la dice già lunga. Poi ci sono le divise originali, l’automatica Sten, i Mauser e il terribile Mayerling – capace di sparare 2000 colpi al minuto – in dotazione all’esercito tedesco, armi leggendarie, e le lanterne che illuminavano i sentieri ai partigiani nel buio della notte. La sala è arricchita da documenti e fotografie, che offrono un quadro pressoché completo della vita e dell’ambiente ligure. Particolarmente significativa la motivazione della Medaglia d’Oro concessa alla Provincia di Imperia per l’attività partigiana.
L’esposizione nella sala superiore parte dai contenitori di armi paracadutati ai partigiani dagli alleati, cassette che contenevano armi e cartucce, rottami di un aereo tedesco caduto, pezzi di una camionetta recuperata al passo Teglia, ricetrasmittenti da campo e altro materiale ancora.
Notizie sul Museo della Resistenza:                                                                                  http://www.isrecim.it/it/museo_carpasio.cfm:                            
  Alto (CN), alle spalle di Albenga,di cui si vede il mare, il cippo                                             a ricordo di Felice CascioneCippo
Il Comandante Erven . La sua Resistenza l’ha raccontata Italo Calvino: aveva vent’anni, suo fratello Floriano diciotto, portavano rifornimenti.  Il che non toglie loro un grammo di eroismo, ma appunto, i suoi racconti li ha già pubblicati. Tra cui uno sul Comandante Erven e le sue battaglie.
Bruno Luppi, classe 1916, modenese, padre antifascista, primo arresto a 19 anni, quando esce si trasferisce a Taggia e inizia – ovviamente – a frequentare la cellula comunista di Sanremo. La seconda volta sono i tedeschi a prenderlo, nel ’43, ma riesce a scappare, raggiungere Roma e combattere a Porta San Paolo. Figurarsi se qualcosa riesce a fermarlo: eccolo di nuovo in Liguria, con il nome del fratello Erven, morto anni prima in un incidente, a mettere su il CLN locale. La 9a brigata Garibaldi – poi intitolata a Felice Cascione – viene fondata nel casone di Carpasio. E non solo quella. Ma i partigiani vivevano alla macchia, non nei casoni. Nel ’44 Erven ha il tempo di partecipare all’assalto alla caserma di Badalucco, alle battaglie di Castelvittorio e a quella di Sella Carpe. Poi, proprio in quest’ultimo posto, a luglio, partecipa all’assalto a un convoglio tedesco e viene ferito molto gravemente a una gamba. Da allora la sua resistenza sarà una lunga fuga – senza tuttavia l’abbandono del ruolo di commissario politico – con un paio di compagni, in condizioni impossibili. Che cosa ci piace di Erven in particolare? L’immensa statura morale che si scopre leggendo Saltapasti, un romanzo introvabile se non in qualche biblioteca o a Carpasio «È un bene che i luoghi e le persone che hanno vissuto e combattuto in quei luoghi, e che hanno riportato la democrazia e la pace, non vengano dimenticati» dice Paolo Luppi, magistrato, figlio di Erven, che tuttavia preferisce passeggiare per i boschi che hanno protetto il padre. «Oggi i giovani potrebbero chieder loro: ma che Italia avete costruito? Rispondo che hanno costruito un’Italia in cui si può fare questa domanda. E che i valori della Resistenza sarebbero retorica se non vivessero nella realtà della Costituzione e nell’impegno di tanti ancora oggi a difenderne i valori, come l’articolo 11, il principio di uguaglianza, la difesa della scuola pubblica. E soprattutto voglio ricordare – mio padre ne parlava sempre- che questa Nazione non è stata costruita soltanto dai Partigiani: senza la gente comune, i contadini, i preti che hanno rischiato la vita, la Resistenza non avrebbe vinto».  E’  a questo punto che bisogna richiamare l’attenzione  di chi segue il nostro percorso,sulle particolarità della Resistenza savonese, che ebbe nel capoluogo ed in Vado Ligure due centri di grande concen-trazione industriale, di una forte classe operaia – e quindi del formarsi di un quadro politico antifascista -che visse le complessità di un retroterra aspro,privo di risorse e di ruvidi rapporti con un retroterra alessandrino di orientamento politico in gran parte monarchico-autonomo.
Zone Liguria
    Click per ingrandire!555px-Savona_mappa         Per quanto attiene la Resistenza vadese mi limiterò ad indicare un testo, piuttosto voluminoso, ma indub biamente esaustivo, che traccia il formarsi del polo industriale di Vado-dal primo dopoguerra – la crescente insofferenza al regime mussoliniano dei lavoratori,  dopo le avventure belliche in Etiopia e Spagna).           

“La resistenza vadese”: 

http://www.isrecsavona.it/pubblicazioni.