Archivio | febbraio, 2014

GUERRA PARTIGIANA – La Resistenza ligure. I primi mesi, dal mare alla Benedicta – parte 1

27 Feb
liguriac1          Chi percorra, almeno una volta, l’ ascella che da Bocca di Magra scorre sino alla frontiera con la Francia di Ponte S. Luigi, si rende ben conto di come la Liguria sia lunga,  i suoi tratti di pianura vadano poco oltre le aree di servizio sull’autostrada, noterà,infine, che le creste dei suoi monti vadano vieppiù innalzandosi da Est verso ponente. Questa osservazione consente di comprendere meglio come, dal punto di vista ambientale, geostrategico e del vettovagliamento, la Resistenza ligure dovesse organizzarsi in distinte ( molto distinte!) zone operative, darsi tattiche di lotta differenziate, operare in modi diversi per assicurarsi il legame ed il sostegno della popolazione.   Mi pare giusto iniziare con qualche cenno a quelli che furono gli esordi della I° zona operativa, quella dell’Imperiese dove, con lo sbando dell’8 settembre’43, rifluirono quei corpi di occupazione del R.E. dislocati fra Mentone, la Provenza e Tolone.

LA RESISTENZA NELL’IMPERIESE (1943-1945)
(FRANCESCO MORIANI)

 ” La firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943, la costituzione della Repubblica Fascista (RSI) nel Nord Italia e la conseguente occupazione tedesca segnarono anche nel nostro territorio l’inizio della Resistenza e della lotta di liberazione. Assieme al costituirsi del Comitato di Liberazione Nazionale della provincia di Imperia presero vita le prime spontanee formazioni partigiane costituite principalmente da quei giovani che, in età di leva, rifiutarono di militare nella Repubblica di Salò al servizio della Germania nazista.  A guidarle furono uomini di specchiate virtù morale, come il Dott. Felice Cascione “u Megu”, medaglia d’oro al V.M. (che prima della sua tragica fine, avvenuta ad Alto nel Gennaio del 1944, fu autore tra l’altro di “Fischia il vento”, la canzone che divenne l’inno di tutta la Resistenza italiana), come Nino Siccardi “u Curtu” (che fu dai primi mesi del 1944 il Comandante della “Prima Zona Operativa Liguria” compresa tra Ventimiglia e l’albenganese) e come, in Valle Argentina, il Comandante Guglielmo Giuseppe “Vitò” (già volontario nel 1936 con le Brigate Internazionali in difesa della Repubblica Democratica Spagnola). 
L’entroterra montuoso del nostro territorio con i contrafforti delle Alpi Liguri fu il naturale teatro della Resistenza armata, resa possibile, per venti lunghi mesi, dal sostegno delle popolazioni rurali che pagarono a fianco dei partigiani un alto prezzo in privazioni e ritorsioni nazi-fasciste; queste  produssero la perdita di
numerose vite umane, circa 650 solo tra i civili, oltre a deportazioni e distruzioni di interi paesi. 
Nel dicembre del 1943 si ebbe il primo vero scontro a fuoco tra il gruppo di F. Cascione e i nazifascisti a Colla Bassa, tra Montegrazie e S. Agata di Imperia. All’inizio dello stesso mese a Imperia ci furono le prime deportazioni politiche con l’arresto, in seguito a una delazione, di un gruppo di antifascisti che organizzavano la Resistenza: tra questi i fratelli Enrico e Nicola Serra, Bruno Gazzano, Raimondo Ricci e i fratelli Alberto e Carlo Todros, tutti deportati a Mauthausen, da cui i primi tre non faranno più ritorno…..

”   La preoccupazione di non rendere monumentale quella che, nell’intento del progetto GUERRA PARTIGIANA, intende essere una traccia cognitiva ed uno stimolo a più approfondite ricerche bibliografiche e documentali, mi propongo di offrire qui alcune notizie che si rapportano agli episodi salienti della lotta nella I° Zona e ad alcuni personaggi che a quell’impegno diedero un segno distintivo.

      Felice Cascione, il partigiano che fece fischiare il  vento                                                                                                                                                                         CascioneFelice_G                La  ricostruzione storica del prof. Brizzi,…..  riporta l’attenzione sulla battaglia dell’Università.  Al centro della ricerca le vite degli studenti che animarono la resistenza. Compresa quella del ligure Cascione, rivelatosi autore del celebre motivo “Fischia il vento”.
      20 ottobre 1944. Nel cortile dell’Istituto di Geografia sei giovani partigiani sono fucilati dalle brigate nere. Un epilogo di sangue a un pomeriggio di sparatorie che il prof. Gian Paolo Brizzi, dopo un primo opuscolo dal titolo “La Battaglia dell’Università“, torna ad affrontare per combattere il luogo comune che vuole gli studenti dell’Alma Mater estranei alla Resistenza.

Tra gli aneddoti di speranza e di delusione trova spazio anche la storia dell’autore di “Fischia il vento”. Dietro alle parole del celebre motivo c’è il giovane Felice Cascione, uno studente di medicina nato a Imperia nel 1918 e venuto a Bologna per coltivare la sua passione per l’arte medica, per lo sport e per quella politica che poi l’assorbì fino alla morte.
Attivo antifascista sin dal 1940, Cascione, l’anno dopo la laurea conseguita nel 1943, si affianca alla madre nella guida delle manifestazioni popolari a Imperia per la caduta del fascismo. Una marcia per le strade che presto diventa lotta armata: dopo l’8 settembre, Cascione raccoglie infatti un piccolo numero         di giovani e nella località di Magaletto Diano Castello anima la prima banda partigiana dell’Imperiese. Guida i suoi ad azioni vittoriose, ma lui, definito da Alessandro Natta “bello e vigoroso come un greco antico”, non tralascia mai di prestare soccorso ai montanari delle valli da Albenga ad Ormea.

Una fedeltà alla professione così assoluta da condurlo all’errore. Durante la battaglia di Monterenzio i partigiani catturano un tenente e un milite della Brigate nere (M. Dogliotti). Un impaccio di cui la squadra si vorrebbe eliminare, ma che “U megu” – il dottore – vuole salvare, vedendo l’uomo sotto la divisa:    “Ho studiato venti anni per salvare la vita di un uomo – dice Cascione – e ora voi volete che io permetta di uccidere? Teniamoli con noi e cerchiamo di fargli capire“. Così i due fascisti seguono la banda in tutti i suoi spostamenti e Cascione divide con Dogliotti, il più malandato, le coperte, il rancio, le sigarette. C’è chi diffida, ma il medico replica a tutti che “non è colpa di Dogliotti, se non ha avuto una madre che l’abbia saputo educare alla libertà”.
Passa circa un mese e il brigatista nero fugge. Pochi giorni dopo, Dogliotti guida alcune centinaia di nazifascisti verso le alture intorno ad Ormea, che sa occupate da unità garibaldine. All’alba la battaglia divampa dal versante di Nasino di Albenga. “U megu”, con i suoi, tenta un colpo di mano per rifornirsi di munizioni. Il tentativo fallisce. Cascione, gravemente ferito, rifiuta ogni soccorso e tenta di coprire il ripiegamento dei suoi uomini. Ma due di loro non se la sentono di abbandonarlo e tornano indietro: Emiliano Mercati e Giuseppe Castellucci incappano nei fascisti. Mercati sfugge alla cattura, ma Castellucci, ferito, è selvaggiamente torturato perché dica dov’è il comandante. Cascione, quasi agonizzante, sente i lamenti del suo uomo seviziato, si solleva da terra e urla: “Il capo sono io!”  Viene crivellato di colpi.                                                                                                                                                                                                              Per il coraggio dimostrato, a Felice Cascione fu conferita la medaglia d’oro alla memoria.

Italo Calvino, con lo pseudomino di “Santiago”, 

   combattè nelle formazioni partigiane dell’imperiese, e ne trovate una succinta, quanto esaustiva documentazione, della partecipazione alla lotta di liberazione della sua terra, nella ricostruzione che ne fece Francesco  Biga – a 20 anni dalla morte dello scrittore – sulle pagine di ” Patria indipendente”, il mensile nazionale  dell’ ANPI.                                                                                                                                                                                                                                                                      Italo Calvino,nato a Santiago de las Vegas (Cuba) il 15 ottobre 1923, come partigiano garibaldino sceglierà poi il nome di Santiago”.
È in montagna in vari periodi  All’8 settembre 1943, dopo un lasso di tempo di alcuni  giorni di preoccupante attesa, quando era difficile                              prevedere come si sarebbero delineati  gli avvenimenti, nell’ambito di una catastrofe immane,Italo Calvino, come tanti giovani,prende                                          contatto con chi, per più di vent’anni,aveva sofferto o sopportato la dittatura fascista. Gli avvenimenti incominciano a  delinearsi quando                                        le truppe tedesche, da alleate, diventano truppe di occupazione e quando il colonnello Lodovig, comandante del 178° Reggimento Fanteria,                                         da Savona raggiunge Sanremo nella serata del 9 di settembre, mentre il Regio Esercito si dissolve nel nulla.                                                                                                  Quando viene costituita la RepubblicaSociale Italiana, con a capo Mussolini, il suo Governo richiama alcune classi per organizzare                                   l’esercito repubblicano. Vengono, come è noto, affissi i bandi con la chiamata alle armi della classe 1923, Calvino non si presenta e rimane                                        nascosto. Poi vaga per qualche tempo sulle colline a monte della città, in terre di proprietàdel padre, fino a che non è obbligato a prendere                                           definitivamente la via dei monti per non venire arrestato dalla polizia fascista come disertore.   Entra a far parte di una formazione partigiana                     denominata Brigata Alpina, che è stanziata in località Beulla o si muove nei territori dei Comuni di Baiardo e di Ceriana.
La formazione è comandata da Candido Bertassi detto “Capitano Umberto”. Calvino vi rimane finché non inizia il suo graduale sfaldamento.
Dopo lo scontro vittorioso con il nemico in località Carpenosa, avvenuto il 15 giugno 1944, con alcuni studenti suoi amici, Calvino entra a Vasta.                             Immensa e variegata è la letteratura che riguarda lo scrittore Italo Calvino e le sue opere. Ci limiteremo a   descrivere, per quanto ci è nota, la sua
esperienza partigiana. Una vicenda molto meno conosciuta, ma fondamentale nella
vita del personaggio……  per una più approfondita conoscenza del coinvolgimento di Calvino nella Resistenza rinviamo a                                                                        http://www.anpi.it/media/uploads/patria/2006/1/29-31_BIGA.pdf

 

Imperia giugno 1946 Calvino tiene un comizio     1° maggio 1946, Italo calvino tiene un comizio a Imperia

GUERRA PARTIGIANA – I primi partigiani sui monti lecchesi

11 Feb
Lecco è una cittadina di 50.000 abitanti, civile e laboriosa, che dal finire del XIX° secolo ha visto insediarsi nel proprio circondario una moltitudine di imprese a conduzione artigianale, di importanti aziende manufatturiere -piccole e medie – volte al tessile ed alla meccanica; un presupposto decisivo per il formarsi di una classe lavoratrice inurbata e di una mutualità sindacale, terreno fecondo per il maturare di una coscenza di classe e di ostilità al regime fascista.  La statale che da Sondrio  e  Colico, percorrendo la Valtellina, la raggiunge  fiancheggiando  la riva orientale del lago, è arteria fondamentale per la movimentazione di persone, mezzi e merci; si tratta quindi  di una via strategica da controllare per un esercito occupante e ben determinato nella sua strategia. Si pensi alla “Guzzi” di Mandello Lario od alla “Fiocchi”, militarizzata per la produzione di proiettili ed esplosivi!
Lecco_dai_Piani_d'Erna
Alle spalle del capoluogo, con  varia altitudine, si ergono il “Resegone”, i l Pian dei Resinelli”,  poi le” Grigne” (2000-2400 mt. ) e i  “Piani d’Erna” territori di bosco ed alpeggio, agevole e naturale rifugio dei primi sbandati dell’8 settembre, dove in ciascuna zona si organizzarono le formazioni partigiane. Fu  imperativo salire al monte con rapidità in quanto i tedeschi, presidiati i valichi subito dopo il 25 luglio 1943   (e si vedrà con il tentativo di fuga di Mussolini e dei suoi gerarchi verso la Svizzera quanto fossero preziosi!), erano ben determinati a disporre senza  disturbo di quei luoghi. File0203
     Per fornire un orientamento  essenziale al lettore, sugli esordi della Resistenza in quella parte d’Italia mi pare cosa buona offrire la ricostruzione che ne fa   Marco Vegetti dell’ ANPI di Quarto Cagnino(MI) :
…..“Nei primi mesi del ’43 tra gli operai e i ferrovieri lecchesi rinasce il bisogno di farsi “opposizione”; un comitato antifascista viene presto attivato, composto dai fratelli Pasquale e Giuseppe Mauri (socialisti), da Giuseppe Gasparotti (repubblicano), da Leonardo Lanfranconi (azionista), da Gabriele Invernizzi e poi da Vittorio Ravazzoli (comunisti) e da don Giovanni Ticozzi (cattolico).
La guerra imposta dal regime, Africa Grecia Russia, continua ad ammazzare giovani e a far crescere il malcontento che però il 25 luglio 1943, alla deposizione di Mussolini, si traduce solo in colpi di piccone ai simboli fascisti presenti ormai ovunque; ma nei 45 giorni seguenti nulla cambia, la guerra non finisce, la repressione è la stessa e incombe un peggior pericolo che, alla firma dell’armistizio dell’8 settembre, si avvera: l’occupazione tedesca…
Bellagio e Canzo sono occupate già il 9 settembre, l’11 i tedeschi entrano in Lecco.
In città i giovani militari si sono sbandati e hanno lasciato deserte le caserme, facendo però piazza pulita dei materiali e anche delle armi che vengono nascoste al Pian dei Resinelli e ai Piani d’Erna e che serviranno alle prime “formazioni” partigiane.
Per giorni, dalle città della pianura, transitano per Lecco decine e decine di militari che si son dati alla fuga, cercando rifugio in Valsassina o nella più lontana Valtellina, e con loro, anch’essi a decine, russi slavi inglesi americani francesi, fuggiti dai vari campi d’internamento della bergamasca…
Gli uomini, per adesso, passano e scompaiono, aspettando sulle montagne, dove più facile è nascondersi: 120 uomini al Pian dei Resinelli, 130 al Pizzo d’Erna, 140 al sottostante Campo de’ Boi; e poi altri ancora sul monte Legnone, sulle pendici delle Grigne, in Val Varrone…
L’eco dell’eccidio di Boves (Cuneo) arriva anche nel Lecchese e i gruppi sulle montagne capiscono che è l’ora di organizzarsi, politicamente certo, ma anche e soprattutto militarmente: il comando viene affidato ad un ufficiale dell’ex-esercito regio, il colonnello Umberto Morandi che, come prima cosa e seguendo il suo istinto militare, traccia un primo organico delle bande e la loro divisione in settori.

– Settore Lecco: Resinelli (110 uomini), Campo de’ Boi (140), Erna (170).
– Settore Barzio: Introbio, Moggio.
– Settore Brianza.
– Settore Valassina con distaccamento al Pian del Tivano.
– Gruppo Grigna Occidentale

Se da un lato questa visione militare va benissimo, dall’altra il colonnello Morandi vuole anche imporre una gerarchia ed un ordine su tutto, razioni e abbigliamento; e ancora, non vuole che nessun gruppo compia fatti d’arme senza l’autorizzazione del Comando di Lecco.
Prime avvisaglie di dissidi interni che, già ad ottobre, vedranno il gruppo di Erna staccarsi dal Comando lecchese e costituire un gruppo autonomo, il “Carlo Pisacane”…
E, se il gruppo d’Erna è molto eterogeneo, quello dei Resinelli sembra una succursale dei bar di Lecco: tutti amici, tra loro Dell’Oro, quello che alpinisticamente tutti conoscono come il Boga, compagno di Cassin in tante scorribande alpestri. E questo gruppo è anche il più armato, visto che tutto il materiale degli alpini è arrivato quassù: un mortaio da 81 mm. e due da 45, due mitragliatrici pesanti, tre fucili mitragliatori, due mitra, 110 tra fucili e moschetti.
A Erna invece hanno solo 4 mitragliatrici pesanti, 12 fucili, 72 moschetti, 4 mitra e 25 pistole.
E se il primo piccolo rastrellamento tedesco, all’eremo di San Genesio sul Monte di Brianza dove si trovavano qualche decina di sbandati, è quasi uno scherzo, i nazisti, che hanno orecchie ovunque e lasciano che i ribelli facciano qualche piccolo colpo di mano, preparano la vera ondata repressiva…
Il 16 ottobre 1943 una divisione di alpini bavaresi si piazza lungo il lago, da Calolziocorte a Varenna mentre un’altra imponente colonna ha già risalito la Val Brembana; l’obiettivo è chiaro: chiudere tutti gli sbocchi della Valsassina e stringere la rete intorno a tutti coloro che vi si rifugiano.
I gruppi di ribelli, appena possono si disperdono, chi verso il Pizzo dei Tre Signori chi verso la Valtellina chi ancora a ai Piani di Bobbio o a quelli di Artavaggio.
Lo stesso 17 ottobre, in tarda mattinata e dopo aver rastrellato Introbio, i tedeschi si ritrovano in massa a Ballabio: la prossima meta saranno i Resinelli, dove le colonne naziste stanno salendo anche da Balisio, da Mandello, da Abbadia Lariana in modo da circondare completamente le Grigne.
Ma stavolta non troveranno nessuno, visto che i ribelli sono già lontani, più in alto o a nord o, secondo la regola della guerra di guerriglia “quando loro salgono noi scendiamo”, verso la valle attraverso la Val Cololden; il materiale è in gran parte al sicuro, nascosto nella piccionaia di Villa Falk e nessun colpo è stato sparato.
Ben diverse le vicende a Erna, dove il rastrellamento sfocerà in battaglia: il 18 ottobre, i pochi rimasti dei 150 partigiani decide di dar filo da torcere ai tedeschi. Al Campo de’ Boi, al Passo del Fò, alla capanna Stoppani si spara fino a sera: i tedeschi useranno anche mortai da 81 mm. e cannoni da 152 mm. mentre chi riesce si defila verso zone più alte o verso le valli bergamasche.
L’ultimo giorno del rastrellamento, il 20, un gruppo formato in gran parte da slavi, con qualche italiano e altri pochi ex-prigionieri è impegnato in combattimento: si spara fino a sera, fino a quando, grazie al buio imminente ci si può sganciare dal nemico verso Morterone.
Ma i tedeschi hanno impartito la loro lezione, vero scopo dei rastrellamenti: paura, terrore, morte verso chi osa contrastarli e verso chi li aiuta.
A Lecco il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) si costituisce solo nel novembre 1943, composto dai rappresentanti di tutte le forze politiche, dai comunisti ai cattolici; insieme a loro, un piccolo gruppo di persone aiuta come può la Resistenza: tra loro l’industriale Aldo Cariboni che già dall’8 settembre con Riccardo Cassin, ha dato una mano agli sbandati di Sommafiume.
Oltre a fornire armi, cibo e materiali ai ribelli nascosti in montagna, il CLN lecchese opera per formare delle squadre armate in città, chiamate “formazioni territoriali”, con lo scopo di sabotare vie di comunicazione e produzione industriale, di agevolare la fuga dei ricercati e, nel caso dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica), colpire direttamente il nemico.
Anche se non tutti i ribelli di Erna sono stati uccisi o catturati dai tedeschi (alcuni hanno raggiunto altri gruppi provenienti dalla Valsassina e dalla Val Gerola alla Capanna Grassi), un nuovo pericolo si affianca a quello nazista: la GNR (Guardia Nazionale Repubblicana), formata dopo l’8 settembre dal regime fascista “rinato” a Salò.
Anche al rifugio Pio X stazionano dei ribelli che presto si uniranno a quelli della Grassi: una quarantina di uomini in tutto, riuniti dopo che il 12 febbraio del ’44. Gli aerei tedeschi hanno bombardato il rifugio Pio X e pochi giorni dopo un gruppo di nazi-fascisti, circa 400 militari, raggiunge i ruderi del rifugio e lo radono completamente al suolo.
Con l’arrivo dei gappisti dalle città, ormai invivibili per loro perché ovunque ricercati, l’organizzazione partigiana si rafforza e matura: l’esperienza militare di molti comunisti che hanno combattuto la guerra civile spagnola sarà, come in altre zone d’Italia, fondamentale. Ordine, addestramento, vigilanza sono le mansioni di questa fine d’inverno.
In valle, nelle industrie belliche lecchesi, la vita si fa difficile. La produzione dura 17 ore al giorno, i tedeschi controllano tutto, la paura è forte, soprattutto di fronte alle minacce delle SS di deportare tutti in Germania; ma il 7 marzo, come nel resto del Nord dell’Italia occupata, i lavoratori incrociano le braccia: nessuna astensione vera dal lavoro (la deportazione era la risposta tedesca), ma scioperi bianchi, cioè essere presenti al posto di lavoro ma non lavorare.
E’ così in tutte le industrie lecchesi, dalla Bonaiti alla Fiocchi, dalla Badoni alla File, dall’Arsenico alle Acciaierie e Ferriere del Caleotto; ma il coraggio sarà messo alla prova: dei 24 deportati per attività antitedesche, solo 8 torneranno dai campi di concentramento nazisti.
Ma gli uomini, soprattutto i giovani, scappano dalle città per tornare in montagna: le ripetute chiamate alle armi del regime fascista sono disertate in massa e nel solo distretto di Como ben 1272 ragazzi su 1582 richiamati alle armi disertano tra marzo e aprile ’44.
Vengono ricostruiti i gruppi “Cacciatori delle Grigne” (apolitici) e la banda “Carlo Marx” (comunisti) anche se molti salgono sui monti non per combattere ma solo per non farsi arrestare o deportare o per espatriare nella vicina Svizzera neutrale
La repressione è feroce e non risparmia neppure chi è sospettato di aver aiutato i ribelli: ne è l’esempio la triste vicenda di don Achille Bolis, arrestato a Calolziocorte, trasferito a Bergamo, poi alla sede delle SS all’Hotel Regina di Milano ed infine nel carcere di San Vittore dove una sera, ritornando in cella grondante sangue dopo l’ennesima tortura, morirà tra le braccia dei compagni di reclusione.
In montagna, il problema non è tanto quello dell’abbigliamento o del mangiare: le popolazioni sono vicine ai loro ragazzi e spesso anche i carabinieri chiudono uno o tutte e due gli occhi. Il problema sono le armi: qualche colpo di mano frutta pochi moschetti e qualche pistola, ma ci vuole di più.
Cominceranno a tarda primavera gli aviolanci alleati (il primo a maggio sui Piani di Artavaggio) ma spesso il vento disperde i paracadute ed è impossibile ritrovare tutto il materiale lanciato.
La prima banda ad agire è quella chiamata “Carlo Marx”, formata da comunisti e guidata da Spartaco: un gruppo di una trentina di uomini che comincia a tessere contatti con altri gruppi e a compiere azioni militari partendo dal proprio comando a Premana.
Sono piccole azioni, ma nella gente dei paesi rimane impresso il “rastrellamento” del 24 maggio quando i partigiani setacciano Casargo, Taceno, Primaluna e Introbio: già si parla di “zona libera della Valsassina” ma in realtà essi non fanno altro che controllare la zona compresa tra la Val Varrone e Introbio, senza per altro istituirvi (come in altre zone liberate, vedi Ossola o Montefiorino) né un governo né un’amministrazione.
Al contrario, a Lecco la situazione peggiora: i tedeschi hanno praticamente distrutto l’organizzazione clandestina, arrestandone sia i capi che i gregari.
La casa delle sorelle Villa rimane l’epicentro dell’organizzazione, attraverso la quale transitano decine e decine di ex-prigionieri che cercano di scappare verso la Svizzera: sono russi, slavi, sudafricani, inglesi. Non tutti però scappano: molti decidono di rimanere e combattere al fianco dei partigiani, come Zaric Boislav, un sottufficiale serbo, che con il siriano George Tigiorian diventerà una delle bestie nere dei nazisti a Lecco.
Tutto questo via vai di uomini di diverse nazionalità permette ai nazisti di infiltrare due ucraini che, carpita la fiducia dei comandanti partigiani, tendono loro una trappola: saranno arrestati e deportati tutti i leader della Resistenza lecchese così come le stesse sorelle Villa”…… foto_partigiani
           Ai Piani d’Erna, alle spalle di Lecco, si svolge dunque il primo scontro a fuoco fra tedeschi ed una formazione partigiana in Lombardia, fra truppe alpine adeguatamente formate e fortemente armate. Lesito era comprensibilmente segnato, ma sarà alla vigilia dell’estate 1944 che avranno luogo i conflitti  più cruenti della prima fase della resistenza lecchese.
19033131                                                   Piani d’Erna – Primo atto della Resistenza lombarda

   Mi piace segnalare, per un approfondimento, qualche testo ed alcune  fonti sulla rete :

Per quanto attiene la bibliografia attinente la Resistenza lecchese, cliccando      http://www.anpilecco/bibliografia.asp?L=17                                                          vi saranno proposte alcune letture mirate ad avvenimenti specifici.  Troverete, con il motore Google un pdf  ” I cattolici nella resistenza lecchese”                     Per fonti che affrontino più complessivamente la ricostruzione storica della lotta di liberazione in quei territori lombardi, suggerisco:         http://www.resistenti.altervista.org/tesi.htm  e http://www.valsassinanews.com/indexphp?page=articolo&id=547