Archivio | gennaio, 2014

70° Battaglia di Megolo – Una carneficina evitabile – 3° parte

30 Gen

I prodromi della battaglia

Stiamo per giungere al tragico epilogo di quello scontro mortale, svoltosi in luoghi assolutamente inadatti ad accettare un attacco di truppe specializzate,  adeguatamente armate per operare su un terreno, che  il loro “ Hauptman” aveva avuto modo  di visionare agevolmente  in occasione dell’incontro con Beltrami, del 5 febbraio.  L’accerchiamento e l’attacco venivano affrontati con la disponibilità di 80 uomini poco armati ed in prevalenza sfiniti da una estenuante marcia di trasferimento, su quello sperone di montagna privo di spazio di manovra e di un agevole via di fuga.
SU QUESTE CIRCOSTANZE RITENGO OPPORTUNO OFFRIRE AL LETTORE LA TESTIMONIANZA E LE RIFLESSIONI DI ALCUNI PROTAGONISTI CHE FURONO AL FIANCO DEL  “CAPITANO”, DURANTE LO SCONTRO A FUOCO, CHE DURO’ CIRCATRE ORE, E NEI MESI CHE LO PRECEDETTERO.
            E’ forse opportuno iniziare dalle considerazioni concernenti la propensione di Filippo Beltrami ad intrattenere trattative col nemico, volte a creare zone affrancate da conflitti, nella illusoria speranza che nazisti e “repubblichini” non infierissero sui cittadini ed i loro beni….consentendo  a lui  di attrezzarsi per condurre la lotta contro l’occupante in aree viciniore a quelle di “non belligeranza”.                                                                                             Da Albino Calletti  in “Il signore dei ribelli – intervista del 30.x.1987:                D.  Torniamo a Beltrami! Questi divenne ben presto un mito: lo era solo per i partigiani o anche per la popolazione?                                                                   R.   Beltrami divenne un personaggio leggendario non soltanto per noi che eravamo i suoi partigiani, ma per tutta la popolazione del Cusio e delle Valli.                                                                                                                                       D.  E per il nemico?                                                                                              R.  Non credo che per il nemico fosse un mito. Comunque io con il nemico non intrattenni mai relazioni che non fossero di combattimento. pag. 137              D.   Ora una questione molto dibattuta : quella delle cosìdette trattative con il nemico.            Ricordi se ne parlaste?  Se ne discuteste fra voi, con il Capitano?                                                                                                                    R.   L’8 gennaio ’44 ci fu un incontro fra Beltrami, il Prefetto di Novara Tuninetti, il Vescovo ed il Questore che si impegnarono  a liberare Lino e Donato Ferrari ed “Edoardo” Vermicelli, arrestati a Novara (dovevano acquistare qualche mitra! ). Loro ci avrebbero rifornito del necessario(vestiario, viveri ecc.) e noi partigiani dovevamo soltanto stare bravi, non sabotare, non attaccare i fascisti ed i tedeschi. Con il mio distaccamento fui incaricato delle misure di sicurezza. Non partecipai al colloquio,ma alla sera, a Campello, Beltrami riunì tutti i comandanti e fece una relazione circa la proposta prefettizia. Fui il primo a rifiutare l’offerta fascista.  Anche il  “Capitano mascherato” (Alberto  Li Gobbi) fu energicamente contrario alla “zona franca” che finì per essere respinta. pagg.138-139
Da Gino Vermicelli “Edoardo”, nel medesimo libro  – intervista rilasciata il 2.X.1987  :    …..I tedeschi non volevano avere partigiani alle spalle. Per loro i partigiani si dovevano ammazzare, non salvare… D.  Però anche i tedeschi avevano  comportamenti contraddittori su questo problema.                              R. E’ vero, per i tedeschi i partigiani si ammazzano quando sono deboli, si tratta quando sono forti…Se tu avevi in mano dei prigionieri tedeschi trattavano sempre. Moscatelli ha fatto decine di scambi con i tedeschi. Se ne fregavano dei prigionieri fascisti, ma se i partigiani venivano sconfitti venivano massacrati. Pensa a Beltrami, quando fu sconfitto venne massacrato, fin che reggeva lo rispettavano. Anche questa è una “morale” .pag.154  ….” Io credo che Citterio “Redi” non fosse d’accordo con le trattative, però, probabilmente, Beltrami,trattando, voleva giocare d’astuzia. Cioè, non credo si immaginasse di poter passare il resto della guerra occupando non so quali zone dell’Alto Novarese e che i fascisti l’avrebbero lasciato in pace. pag.155
Secondo Alberto Li Gobbi – il ” Capitano mascherato” , nell’intervista del 9.X.1987 :  D. Quale fu la sua prima impressione su Beltrami?                                   R. …. da un lato mi colpì  la sua personalità di vero signore, di gentiluomo, pieno di entusiasmo, molto stimato ed amato. Dall’altro lato però mi colpì, molto negativamente quel suo fidarsi di tutti.  Si fidava del Prefetto, del parroco, del Vescovo, del capitano tedesco comandante di zona: gentiluomo con tutti, un signore d’altri tempi….Insomma, tutto il contrario di Moscatelli, che non si fidava di nessuno: nel dubbio Moscatelli condannava, lui assolveva. …..Da qui nacuero i nostri primi dissidi. Per lui la Resistenza era una cosa da fare alla luce del sole… pagg.176-177
 D. Lei quindi non c’era già più quando Beltrami si incontrò con Simon?         R.  No di sicuro. Non lo avrei permesso.Come ho già detto ero contrario ai “contatti” politici col “nemico”, civile o militare. Io non c’ero da vari giorni, lontano in pianura.   Quel fidarsi del Capitano Simon proprio non riesco a capirlo. Nessuno ammira i tedeschi, come soldati, più di me: sono i migliori che io abbia conosciuto.  Ma proprio per quello non ci si può fidare: non eseguono altro che gli ordini. Quella non era una guerra come le altre: era una guerra partigiana.  Per loro era“antiguerriglia”, l’onore non c’entra, loro non lo applicavano di sicuro……Beltrami, per loro, era solo un comandante di banditi….Tu fai un tipo di guerra che loro non riconoscono e così ti trattano. E tu questo lo devi sapere e a loro non devi dire niente, non devi fidarti di nessuno…di un capitano tedesco poi!…farlo andare a Megolo fu una follia, fargli addirittura vedere dove sei, il terreno e tutto….pag. 181
Ritengo oltremodo interessante riportare più sotto un passo della testimonianza di UGO ABRATE, raccolta da Enrica Andoardi a Novara il 17 luglio ed il 4 .IX 1970.    L’ Abrate, ufficiale degli Alpini rientrato dalla Francia, fu nominato per breve tempo Questore di Novara.                                                                                …….”” In questo clima è avvenuto l’incontro di Ameno.  Abbiamo chiaccherato con Beltrami e Di Dio per tre ore, molto amichevolmente: loro ci raccontavano della vita in montagna, delle difficoltà,si parlava del futuro e di cosa si sarebbe potuto fare, di come avremmo potuto organizzarci. (sic!)   Si era addivenuti ad una specie di accordo, c’erano già le carte stampate e tutto era pronto……Intervenne però il federale Dongo che mandò tutto all’aria: da Salò, alla fine, rifiutarono l’accordo.  pag.229 di “Il Signore dei Ribelli”.       Dal libro  di Paolo Bologna, “La Battaglia di Megolo”, traiamo questa riflessione riferita all’incontro del 5 febbraio fra i due Capitani:File0183 Il giorno dopo è  domenica 6 febbraio, manca una settimana al tragico scontro di Megolo. In giornata giunge da Omegna  Pippo Coppo porta a Beltrami fondi del CLN, poi non si trattiene dal contestare vivacemente quella scelta, quel paesetto affacciato su una strada, stretto fra il fiume e la montagna. La zona è troppo segnalata, troppo nota a tutti,insiste Coppo, meglio andarsene fin che si è in tempo.                                                                                                                  ” Non è il caso -risponde Beltrami – ieri è stato qui  Simon e gli ho fatto vedere di quanti uomini e di quante armi dispongo” (!?)   Pippo non è per niente convinto, : secondo lui , e lo dice al Capitano, la cosa andava condotta in modo diverso.  Occorreva trattenere Simon e l’Avv. Macchioni come ostaggi, facendo sapere al comando tedesco che, se qualcuno avesse osato muovere un passo, si sarebbe fucilato l’intermediario M. e rimandata la testa di Simon. Beltrami non accetta un di scorso del genere….Pippo Coppo se ne va dunque senza un nulla di fatto. 

L’epilogo

Si avvicina il momento (7,30 del 13 febbraio 1944) in cui verranno sparati i bengala rossi che danno il segnale dell’attacco ed  è bene dare qui spazio alle considerazioni mosse circa  il luogo in cui Beltrami accettò battaglia    clicca per ingrandire! File0189
   Possiamo iniziare con alcuni tratti salienti della ricostruzione fatta da Paolo Bologna, autore della ” La Battaglia di Megolo”:..per quella data tedeschi e fascisti hanno deciso di porre fine ai “ribelli” del Capitano Beltrami. L’azione è coordinanata dal comando interprovinciale della polizia di sicurezza con sede a Como, con competenza per le provincie di  Varese, Novara, Vercelli….La Mariuccia, la padrona dell’osteria, fa la comunione e, quando volta le spalle all’altare per rientrare nel banco, incrocia una donna entrata allora in chiesa con lo spavento sul volto, che dice forte: “l’è  rivà i tudar! ”  ….Intanto i tedeschi, avvolti nei loro pesanti cappotti, hanno completato la ricognizione del paese, e fronteggiano le posizioni di Beltrami; mettonno in postazione le armi e dispongono i plotoni per l’assalto. Il piccolo esercito partigiano, ancora addormentato, sta di fronte a loro sul ripiano che è stato scelto come accampamento…. Vista con gli occhi dei militari è una posizione, seppur non trincerata né fortificata, che può garantire una buona difesa, a patto…che non la si proroghi oltre un certo limite. ” Forse, se ci fossero stati Alfredo Di Dio o  Li Gobbi- ricorda qualche superstite della banda – si sarebbe fatto così : un’azione di ritardo e poi via!”                                                             Poco dopo le 7.00 due bengala si innalzano nel cielo. E’ l’inizio,…nel campo partigiano se ne accorgono quei pochi che coi capelli ancora arruffati erano usciti dalle baite, per lavarsi nei tratti non ghiacciati del ruscello. Vedono in basso la fila dei camion e uomini armati in movimento: lanciano l’allarme. …Al centro dello schieramento partigiano, vi è un piccolo avvallamento naturale, una lieve depressione nel terreno da cui si domina bene il piano sottostante. In questa depressione, che ha alle spalle grossi castagni si apposta Beltrami; sono vicino a lui Antonio Di Dio, Citterio,Pajetta, Carletti e Clavena……  dalle pagg. 75/81.                                                             
            Mi pare, a questo punto, sia bene dare voce a chi in quella battaglia c’era!    Gino Vermicelli “Edoardo”, da pagina 160 e segg. dell’intervista già citata, in ” Il Signore dei Ribelli ” : archivio-iconografico-del-verrbano-cusio-ossola-battaglia-di-megolo-13-febbraio-1944-cortavolo-beltrami-vermicelli-2                             D…mi teressano i tuoi giudizi, le tue riflessioni.     R. Noi facevamo parte del distaccamento di Fausto (Bettini), che doveva occupare la parte destra dello schieramento di Megolo (guardando la valle). Infatti Fausto occupò quella posizione, solo che io, Carletti e Pajetta, decidemmo di fare ” il bel gesto” e andammo da Beltrami. <Senta Capitano, veniamo con lei> e lo facemmo proprio perché il giorno prima ci aveva stra pazzati dicendo che eravamo degli insubordinati. Per Gaspare e l’altro fu una scelta fatale: altrimenti non sarebbero morti, perché con Fausto non morì nessuno. Fu una conseguenza dei difficili rapporti con Beltrami.
 Diamo spazio alla narrazione di “Edoardo”, proponendone integralmente la parte dell’intervista focalizzata sui fatti: File0195File0196                                                       File0197archivio-iconografico-del-verbano-cusio-ossola-battaglia-di-megolo-di-mezzo-capitano-beltrami-partigiani-cortavolo-1944-castagno                                   File0198Il castagno della vana speranza

File0199

D.  Sono passati oltre quarant’anni, che ricordo hai ora del Capitano, quali sono le tue considerazioni oggi?           R. Io penso che Beltrami fosse senz’altro un personaggio che, se le cose fossero andate diversamente e lui stesso fosse entrato subito dopo nell’ordine di idee di come si doveva fare la guerriglia, sarebbe passato alla storia come un grande comandante partigiano. pag.167  de “Il Signore dei Ribelli”.

archivio-iconografico-del-verrbano-cusio-ossola-battaglia-di-megolo-13-febbraio-1944-cortavolo-beltrami-vermicelli-tedesco-mitragliatrice-bosco       File0200  Click per ingrandire

Siamo solo all’inizio dell’epopea ossolana, il tributo di dolore e di vite, portato alla causa della Liberazione, è inciso sul muro della memoria di Fondo Toce,  nel luogo ove furono fucilati i 42 martiri! Visitate un giorno il Parco della Memoria ed il vasto cippo in granito che ricorda i 40 giorni di libertà della Repubblica dell’Ossola!

Annotazioni conclusive

   File0190
     Chi ponga attenzione al numero delle fotografie apposte al cippo, noterà che in questi 70 anni non è mai stata collocata quella di Aldo Carletti; i genitori – vibratamente fascisti – non vollero consegnarne alcuna e neppure ritirarne il corpo. Per volontà di Elvira Pajetta furono uniti nella tomba di famiglia e nel ricordo. Sempre per quanto attiene le fotografie, mi corre l’ obbligo di precisare che nella scheda personale di Gaspare Pajetta, tracciata nel sito  “Camminando attraverso la storia……”    la fotografia erroneamente utilizzata è quella del fratello maggiore Giancarlo, negli anni del liceo.  Gaspare è ripreso nella foto inserita qui di seguito, alla stessa età.archivio-iconografico-del-verbano-cusio-ossola-megolo-1944-battaglia-beltrani-vermicelli2

25.-Pajetta_Carletti_cippoEcco, infine, per chi abbia avuto interesse a seguire il presente elaborato, due ulteriori fonti Web :                                                                                                                                                                                               http://www.archiviodelverbanocusioossola.com/?s=Megolo&submit=Cerca

                http://www.isrn.it/dvd/dvd_chiovini/sentiero_beltrami/3_7.htm

               Se un giorno vi venisse il fregolo, ci vediamo in quel di Megolo….

70° Battaglia di Megolo – Una carneficina evitabile – 2° parte

20 Gen
Sull’ Alpe Camasca
Presi contatti con emissari del CLN ad Omegna (competente per il territorio è quello lombardo), le prime azioni sono volte ad appropriarsi di armi ed ottenere vettovagliamento e danaro da amici facoltosi e da qualche industriale insediato in zona.  A fine novembre lo stesso “Cino” Moscatelli giunge in Valstrona per conoscere  “il Capitano” ed effettuare uno scambio di coperte per armi. E’ in quella occasione che il giovane Gaspare Pajetta (18 anni) si trasferisce dalle formazioni garibaldine della Valsesia al raggruppamento di Beltrami che agisce nel Cusio ; è troppo noto ed esposto come agitatore comunista nel  novarese e poi…il Commissario Politico delle Garibaldi – “Cino” appunto – tendeva ad inserire quadri politicamente ben determinati alla lotta intrapresa, in una formazione particolarmente <<policroma>> .
                                             Dopo l’occupazione dimostrativa di Omegna del 30 novembre (presidio di qualche ora e comizio congiunto Beltrami-Moscatelli),il Capitano ne esce commosso e consapevole della importanza del caloroso sostegno popolare, ” tanto diverso dalla gloriuzza a buon mercato che vanno cercando i finanziatori della sua banda”(pag.39 di La B.d. M).                       Si colloca qui, a probabile riprova di quella “fragilità di nervi”, di cui riferisce sovente Giuliana Gadola nelle interviste rilasciate, il primo approccio con il Segretario della federazione fascista di Novara, Giuseppe Dongo,  volto ad ottenere il rilascio di tre partigiani (recatisi colà con l’intento di acquistare armi ed  arrestati nel capoluogo per una spiata), nel quadro di una trattativa volta ad istituire una “zona di reciproco disinteresse fra Cesara e Gravellona”(pagg.33 e 34 de Il S.d.R).  Filippo scrive alla moglie il 2 dicembre ’43 : “abbiamo concordato di lasciare Omegna zona franca…fuori di Omegna, lotta a morte(sic!).; l’accordo non prenderà  corpo quando, un mese dopo, nell’incontro di Ameno – alla presenza del Vescovo di Novara – osterà la posizione dei “duri” del fascismo novarese. Un in cidente in cui F.B., la moglie ed altri due partigiani rimasero feriti da “fuoco amico” percorrendo in automobile la Gozzano-Omegna (un posto di blocco di uomini di Alfredo Di Dio)  fece maturare  la convinzione di fondere la “banda” di Quarna con il gruppo  comandato dai fratelli Di Dio, posizionati a Massiola. (pagg.34 e 35 de La B.d.M)
archivio-iconografico-del-verbano-cusio-ossola-battaglia-di-megolo-di-mezzo-capitano-beltrami-partigiani-cortavolo-1944-montagne-verso-valsesia   Ad evitare rappresaglie sulla popolazione civile e sui giovani concentratisi sull’Alpe Camasca – buona parte ancor privi di  armi e di una qualche istruzione militare – il Capitano incaricò Gino Vermicelli “Edoardo” di raggiungere con un  distaccamento Campello Monti (  1305  mt.) per allestirvi una base più sicura e difendibile da attacchi della Wehrmacht.        In quella località, ormai sepolta dalla neve (era il 23 dicembre), dopo ore di marcia, si dovette fare opera di rassicurazione e persuadere i valligiani  che, con la presenza dei sopraggiunti,ne temevano ruberie e le rappresaglie dei nazifascisti; ci volle del “bello e del buono”  per ottenere le chiavi di alcune << ville di ricconi>> per potervi acquartierare i partigiani, dopo una intera giornata di  marcia nel gelo. (pag.137 di Il S.d.R).
Fu dopo la fallita imboscata di Forno al convoglio di camion tedeschi ( 23 .XII) e dopo l’allontanamento di un centinaio di giovani ,che non se la sentivano di affrontare il rischio e la durezza della vita in montagna, che fu dato l’ordine di effettuare un trasferimento ad altra zona, da effettuare per gruppi, separatamente, non per un ritorno a Campello Monti ma con un attraversamento della Valgrande, verso la bassa ossolana.    Secondo il Generale Alberto Li Gobbi – già allora  Capitano  del Regio Esercito, pluridecorato e con esperienza sui fronti di Grecia, Francia e Russia – fu egli stesso a suggerire Megolo come per una sosta di qualche giorno, per riordinare le idee e riprendere le forze, ma assolutamente da non assumere come base, né tanto meno ove attestarsi od accettare l’ ingaggio contro truppe addestratissime all’azione in montagna ed ottimamente armate (pagg. 136-157 e 180 de Il S.d.R)

A Megolo

E’ indubbio che Filippo Beltrami si installa sul Cortavolo nelle peggiori condizioni psicologiche e di assetto (sic!) militare. Egli apprende di giorno in giorno, dai fatti, le regole della guerriglia : lo sbandamento, l’infiltrazione di spioni(caccia i più improbabili e fucila i più maligni), saccheggi ed abusi di singoli o di gruppi. Non ha alcun pregiudizio politico verso le  appartenenze ideologiche ( e lui, in quel momento, le ha tutte!), che egli va scoprendo in quel periodo post totalitario, ma è ossessionato dalle ricadute sulla disciplina che dispute e propaganda (l’azione politica) possono determinare sulla nuova “Brigata Patrioti Valstrona”. Assegna compiti di comando e di orientamento ai comunisti, che apprezza e stima per la determinazione ed il coraggio, ma rimprovera quelli ( Vermicelli, Pajetta,Coppo) che non trascurano “l’educazione politica” e non mancano di esaltare i vicini Garibaldini della Valsesia. (pagg. 102 -103 de Il S.d.R).  index archivio-iconografico-del-verbano-cusio-ossola-megolo-battaglia-1944-beltrami-cortavolo
      Le baite del Cortavolo
                                                                                                                                                                 Megolo di Fondo oggi
Lo pervadeva la costante ricerca di un equilibrio fra la responsabilità del comando e le esigenze di questa nuova guerra, dei giovani combattenti saliti volontariamente in montagna. Tenere uniti – per quanto risultò possibile ! – militari formati nel l’esercito  sabaudo-mussoliniano, quadri politici,  e la istintiva generosità di generici antifascisti.    Lo accompagnerà sempre il più conflittuale dei crucci: far convivere i principi che lo hanno portato alla lotta, con l’illusione di poter concertare una “zona di non belligeranza”  che secondo lui avrebbe potuto risparmiare lutti e devastazioni alla popola-zione….in attesa di rafforzarsi per condurre la guerra contro l’occupante.     Alberto Li Gobbi, paracadutato dagli alleati con compiti di agente informatore ed addetto alle prasmissioni radio, dopo aver vivamente messo in guardia F.Beltrami sui rischi del luogo, ripartì dopo due giorni in, missione, alla volta di Genova.
Nell’immediato militare i 30-40 uomini guidati da ” Edoardo” Vermicelli lo raggiungono sfiniti dalla marcia nella neve e salvati dal ritrovamento di un quantitativo di patate nascoste in un fienile. Il distaccamento di “Bruno” Rutto, costretto nel frattempo da percorsi impervi e dall’ingaggio in combattimenti, sotto Malesco (Val Vigezzo) e sopra Intra (ai limiti della Val Cannobbina),  potrà raggiungere Megolo…..solo a cose fatte.                            Dopo il fallimento, già menzionato, della trattativa di  Ameno dell’ 8 gennaio 1944, per l’opposizione frontale di Ezio Maria Gray ( il gerarca di Novara), il 15-16  successivo, richiestone da Moscatelli, un distaccamento di 70-80 uomini fu inviato sul versante valsesiano per dare supporto ai “garibaldini” che avevano il loro comando di Breia(Castagneia) sottoposto in quei giorni da un violento attacco tedesco(4000-5000 soldati)  e da reparti della Legione “Tagliamento”.  ( Vedi intervista di A.Calletti pagg.139/141 di  Il S.d.R).

I giorni della vigilia

Considero tali le due setimane che intercorsero fra l’arrivo di Beltrami ed Antonio Di Dio a Megolo ed il giorno della battaglia , cariche di eventi, che cercherò di contestualizzare.Dirò subito che all’osteria di Megolo il Capitano si presentò estremamente eccitato, circospetto; interpellava aggressivamente gli avventori della Domenica, rinfacciando loro di non aver condotto atti di sabotaggio nelle fabbriche della zona, ed ai più giovani operai di non aver raggiunto i loro coscritti in montagna. ( pag. 59 de B.d. M).
I plotoni di Fausto Testori e Bettini, che come gli altri avevano lasciata la Valstrona fra il 26 e 28 gennaio, giungono alle baite l’ 11 febbraio, con 50 uomini in buone condizioni, mentre il giorno precedente erano arrivati – decisamente provati- i gruppi di Citterio “Redi” e di Enrico Massara, che nell’attraversamento della  Valgrande e negli scontri di Premosello avevano subito ulteriori defezioni. 
Teatro
                                                                                       Clicca per ingrandire !                                                                                                                          
Albino Calletti, il Tenente “Bruno”, distaccato per una missione di sabotaggio industriale nella zona di Sesto Calende e per ricevere il primo lancio di aiuti concordato da Alberto Li Gobbi con gli alleati.
                     Il 21 gennaio si era insediato a Novara, trasferitovi da Verona, il Capitano della ” Polizia di sicurezza” di recente nomina Ernst Simon, 35 anni specializzato in operazioni  antiguerriglia; la notizia, assieme ad altri segnali di vivacità nazi di missioni all’imbocco delle valli, ebbero un ruolo decisivo nell’indurre Filippo Beltrami  a ” cambiare aria”….che si era fatta pesante.   Ecco quanto scrive, il giorno seguente il Capitano alla moglie :

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Ecco il testo della lettera che Filippo Beltrami aveva inviata a Ernst Simon e poi acclusa alla moglie Giuliana !

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Nota Bene      E’ da presumersi che il rifiuto di una tale ultimativa richiesta abbia dato  seguito all’arresto dell’Avv. Mario Macchioni, del  cui ruolo di contatto ad Omegna ho precedentemente accennato,  da parte degli agenti della 10° compagnia Schutzpolizei  di Simon.    Sotto minaccia di ritorsione sui famigliari,viene imposto al professionista di combinare un incontro fra il Capitano delle SS e Beltrami per trattare le condizioni con cui sarebbero stati liberati alcuni ostaggi . Ciò viene comunicato  il 2 febbraio da una staffetta a Megolo e, putroppo,  F.B. concorda l’incontro presso il vecchio asilo di megolo, al quale si reca con Antonio Di Dio.

                                 Prima di passare allo svolgimento della battaglia e ad alcune considerazioni conclusive, mi pare giusto richiamare l’attenzione del paziente lettore sull’opinione espressa da alcuni componenti il Comando della brigata, circa due scelte cruciali : la determinazione di Filippo Beltrami a condurre trattative con il nemico, e di accettare il Cortavolo come luogo di scontro, nell’assunto che l’onore militare non consente di scappare!…..E’ ciò che affido alla terza parte della narrazione!

 
             

70° Battaglia di Megolo – Una carneficina evitabile – 1° parte

17 Gen

Megolo di fondo è una frazione, un borgo di Pieve Vergonte nel basso ossolano, ubicato sulla strada provinciale che da Piedimulera scorre verso Anzola e Migiandone, parallelamente alla statale del Sempione ed al fiume Toce.

Bassa Ossola

Per secoli l’attività di sussistenza dei pochi abitanti si incentrò sull’escavo e la lavorazione della pietra (per la copertura dei tetti) e del marmo, per la realizzazione di colonne e facciate di palazzi e chiese. Altri vivevano su un poco di allevamento, sulla macina delle castagne e del granturco; chi non migrava nella vicina Svizzera (edilizia e ponti), affrontava la dura fatica della fluitazione dei tronchi sul Toce, verso il Lago Maggiore ed il Ticino, che consentiva la consegna del legname ai Navigli milanesi. Solo dalla metà del XIX° secolo, con la crescente richiesta di energia idroelettrica da parte dell’industria manifatturiera si ebbe lo sviluppo della rete stradale e ferroviaria, si insediano centrali elettriche(Edison),ditte di  carpenteria e di aggressivi chimici di varia applicazionne (Rumianca). Prendono slancio il lavoro stagionale in Svizzera eFfrancia oltre che nelle strutture turistiche del Lago Maggiore, la proletarizzazione decolla con l’occupazione nelle fabbriche milanesi e del varesotto.

Sul Vergonte il sole si affaccia pochissimo fra novembre e la fine di febbraio, per scomparire subitaneamente dietro le cime  che cingono, ad occidente,lo sperone del  CORTAVOLO, che si erge a picco sul cimitero e le case di Megolo. Per raggiungere questo pianoro (?), fitto di castani e faggi secolari, ci si inerpica, con un dislivello di 200 metri, per una strada di curve strettissime nel bosco dove nella stagione estiva è assai facile incontrare i caprioli nuovi nati.  Avviato il passo dalla chiesetta – che ebbe negli anni ’60 la prima diaconessa d’Italia! – si sale lungo la via che  consentiva allora ai boscaioli di salire alle baite e di trasferire a valle i tronchi. Su questa “terrazza”, i cui fianchi sono coperti di felci e di erica, su di un letto di foglie e di ricci di castagna, su cui scorrono rivoli di acqua liberati dal disgelo, si acquartierarono  il    30 gennaio 1944 Filippo Beltrami ed il suo gruppo di partigiani (qualche decina di uomini), dopo un trasferimento dovuto all’insuccesso di una azione – ben programmata per scelta del luogo e tattica militare – ma che fallì per la paura ed il conseguente sbandamento di una delle unità preposte  all’imboscata tesa ad un convoglio di camion tedeschi.      65417-800x527-500x329

index

 

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Su questo accadimento tornerò più avanti . Mi preme ora offrire alcuni preziosi riferimenti bibliografici di cui si potrà avvalere chi ci legge, per approfondire questo discusso episodio degli esordi della lotta in Val d’Ossola, particolarmente per gli insegnamenti complessivi che poté fornire per la lettura e la conduzione di quel tipo di guerra.

 Si tratta di 3 libri  che raccolgono testimonianze e dettagli di protagonisti sopravvissuti a quell’evento :        “La battaglia di Megolo”  di Paolo Bologna – pubblicazione a cura del Comune di Pieve Vergonte  2007                 “Il signore dei ribelli”  di Mauro Begozzi – Istituto Storico della Resistenza in Provincia di Novara “Piero Fornara”  1991                                                      “Filippo Beltrami il Capitano”   di Mario Macchioni  –  Mursia  1980

Chi era Filippo Maria Beltrami ?

Nato  nel 1908 a Cireggio, in prossimità di Omegna, vivendo la famiglia a Milano frequentò presso il Politecnico gli studi di architettura. Negli anni ’30, amicizie e sport lo portavano a frequentare ambienti della media borghesia ,   ( quello della sua famiglia), i cui figli benestanti  ed accuditi potevano agevolmente pianificare vacanze e viaggi, programmare il proprio futuro professionale. Pur essendo la sua una generazione pervasa da una marcata confusione di idee, fra quelle culturali e le politiche, la forte passione per l’architettura – cui era stato indirizzato dallo zio Luca, realizzatore di importanti edifici civili nel capoluogo lombardo – lo forgiò al razionale ed alla concretezza. Dallo zio recepì sentimenti di un ” antifascismo platonico”, che andarono rafforzandosi con il consolidarsi del regime totalitario( guerra d’Abissinia, leggi razziali).   Fragile di nervi, soffriva di crisi depressive, anche a causa dell’opprimente ambiente di casa, in cui si andava accentuando il disaccordo fra i genitori.  Nell’ intervista a Mauro Begozzi, contenuta nell’opera citata ( Il  Sig. dei Ribelli pag.92), la moglie Giuliana Gadola rileva come potesse apparire impossibile – per chi gli era stato vicino in quegli anni – comprendere come le avesse così ben superate  ed aver poi  affronttato  quei 5 mesi della sua guerra….”Filippo amava la lettura ed i romanzi inglesi”…” i nostri interessi si incontrarono proprio sui libri che ci scambiavamo”.  “Su un punto ci trovavamo sempre  d’accordo, cioè il disaccordo con il nostro ambiente borghese, che trovavamo piatto”…”Avevamo altri amici antifascisti ma….trovarci per non fare altro che parlare lo infastidiva”….” Era assolutamente  un uomo d’azione, concreto”.    Alla moglie ripeteva sovente:  << Questa gente parla, parla ma ho paura che quando ci sarà da fare qualche cosa ci troveremo io e te>>.  Si può,così, spiegare la sua reticenza a fare vita sociale, con le ricorrenti crisi di angoscia, che vennero poi superate con il matrimonio  e l’arrivo dei figli.       
                                                                                                                                           archivio-iconografico-del-verbano-cusio-ossola-battaglia-di-megolo-di-mezzo-capitano-beltrami-partigiani-cortavolo 44.-Beltrami_e_Giuliana
…con Giuliana nei giorni felici                                                                                                                                                                                                                                                                                                   Prima della tempesta                               
Giunge il 25 luglio 1943:  “” Ecco, adesso qui le cose sono cambiate, si può anche fare il militare, ed occorre impegnarsi””.
Ho già accennato come F.B.  si rifugiasse nella sua Cireggio, dove lo attendeva la famiglia, lo stimavano e rispettavano i paesani, vuoi per il censo e la cultura, vuoi perché era uso rapportarsi in modo estremamente cordiale e disponibile. Lì fu richiesto, dai primi “fuggiti al monte” di prendere il comando della banda che andava costituendosi.  Aderì dopo 48 ore impiegate in lunghe riflessioni e consultazioni con Giuliana. Con tre figli, avrebbe potuto sfruttare mezzi ed appoggi per scegliere la comoda Svizzera, ma prevalse in lui quel senso di “patriottismo risorgimentale”, l’insofferenza alla ingiustizia sociale ed all’occupante tedesco, proprio del mondo liberale in cui era vissuto sino ad allora.   L’architetto, in quei giorni è nella bella casa di Cireggio, poco discosto da Omegna – dove era nato il 14 luglio 1908 – dopo avere eluso ogni vigilanza delle forze tedesche che a Milano stavano occupando la sua caserma ( probabilmente quella di Piazza Gambara).  Ed è a Quarna, sulla montagna che sovrasta Cireggio, che due giorni dopo si rifugiano alcuni ex-militari omegnesi, cui si uniranno a breve due quadri comunisti clandestini ( Gino Vermicelli – da poco rientrato da una lunga emigrazione in Francia e Pasquale “Lino” Ferrari).   A giorni si intrecciano contatti con l’operaio della Cobianchi  Giuseppe “Pippo” Coppo di Omegna ed il ventiduenne ufficiale degli alpini Bruno Rutto, rientrato fortunosamente dalla Jugoslavia, che farà in seguito valere l’esperienza tattica maturata nei Balcani  assumendo il comando della ” Divisione alpina d’assalto Filippo Beltrami” …..ma questo avverrà dopo la Battaglia di Megolo ed il suo tragico epilogo. ( pag.21 di La B. di Megolo)

GUERRA PARTIGIANA – Esordi della Resistenza nelle langhe e nelle valli cuneesi > Parte 3°

6 Gen

Buon Anno ! A quanti ci seguono in questo impegno, anche nel 2014, che si costellerà di  copiosi, determinanti avvenimenti di cui ricorrerà il 70° anniversario. Certamente qualcuno potrà chiedersi per quale ragione io dedichi uno spazio preminente, su altre zone geografiche, agli esordi della Resistenza a questa parte del Piemonte; vorrei darne   la motivazione fornendo alcuni dati sulla “pesantezza” della lotta di liberazione in quelle terre e suggerendo alcune fonti documentali, da cui trarre ulteriori spunti per letture ed approfondimenti storico-biografici.

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Nei 20 mesi della lotta 2000 furono i partigiani caduti e 2800 furono i civili uccisi nelle aree del cuneese. Di questi, 700 provenivano da altre provincie fra cui 300 cittadini ebrei rinchiusi nel campo di Borgo S. Dalmazzo e poi deportati in Germania. Si è censito che circa il 10% dei civili fossero collaborazionisti della RSI od  aventi funzioni dirigenziali nelle strutture del regime. Si è accertato che, nel solo mese di aprile 1945, furono circa 900 i caduti in armi della RSI, di cui meno del 37% originari della provincia di Cuneo. images

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Una curiosità:   sui  90.000 partigiani piemontesi che potranno essere censiti  dopo laLiberazione, circa l’ 8% risulteranno migrati dai corpi armati della RSI.       Per conoscere le circostanze, il dettaglio dei luoghi e delle epoche in cui gli episodi si verificarono, segnalo  due siti preziosi, che consentono un approccio quantitativo e territoriale allo studio della Resistenza in tutte le provincie del Piemonte Occidentale (Cuneo,Alessandria,Torino,Asti) , analizzando il rischio, le cause di morte, l’incidenza per tipologia delle uccisioni e rappresaglie, esaminando differenziatamente l’ambiente in cui ebbero luogo gli avvenimenti( collina, città, montagna ) :

http://www.istitutoresistenzacuneo.it/archivio/numeri_della_guerra.htm                        http://www.israt.it/ebooks_download/ATCO000077.pdf

        Per concludere questa mia escursione nei luoghi e fra i protagonisti maggiori della organizzazione iniziale della Resistenza nella provincia Granda ( vedremo, più avanti che  altre furono le figure che vi condussero la lotta di liberazione, note alla bibliografia  storica e letteraria) non posso trascurare la personalità ed il ruolo di  Enrico  Martini  “Mauri”.

Nato  a Mondovì (CN) nel 1911 frequenta con esiti brillanti l’Accademia militare di Modena e nel 1942 combatterà con il grado di Tenente degli Alpini in Africa Orientale e ad El-Alamein (1942). Parteciperà alla battaglia di Tunisia (aprile 1943) e rientrerà in Italia con il grado di Maggiore, dopo la sconfitta dell’ Asse in Africa del Nord. Sarà con le truppe schierate a difesa di Roma, nel tentativo di impedirne l’occupazione da parte dei nazisti. Con lo “sbandamento” generalizzato seguito all’8 settembre ’43 rientra nella sua terra e partecipa all’organizzazione delle prime “Brigate Autonome” di ispirazione monarchico – liberale.280px-Comandante_Mauri

Militare di carriera, con una esperienza di comando sul campo di battaglia, impostata ad una formazione gerarchica di cultura sabaudo-fascista, incontra costante difficoltà a coniugare le sue concezioni tattico-strategiche con la natura propria di volontariato popolare della guerra partigiana, a rapportarsi con le formazioni attigue di diverso orientamento politico (GL,Garibaldi), giungendo al punto di indicarle sprezzantemente come “gramsciazioniste”.

Dichiaratamente anticomunista ed oggettivamente conservatore, viene sovente a conflitto circa il controllo del territorio e la conduzione delle azioni belliche. Con una visione “risorgimentale della lotta per la cacciata del tedesco” (ne troveremo altri esempi in Valdossola,in Carnia, in Liguria ed in Venezia Giulia), diviene referente privilegiato degli alleati -principalmente degli inglesi – che ne intravedono il futuro garante di un comune disegno di restaurazione liberale prefascista, di paladino dello statu quo della società italiana, baluardo da anteporre alla crescita della influenza comunista in Italia.

Così, agli autonomi di “Mauri” va la larga maggioranza dei lanci di armi, di vettovagliamento, di vestiario, di medicinali e di mezzi di comunicazione. Personalità complessa, autoritaria, in alcun modo elastica nel rapportarsi con i comandanti di Brigate di diversa formazione ideologica. La battaglia per la “seconda liberazione”  di Alba, la presa di Carrù, la partecipazione alla fase finale della liberazione di Torino, sono i salienti del suo contributo  alla guerra partigiana, che gli verrà riconosciuto con la M.O. al Valor Militare ed alti riconoscimenti inglesi e polacchi. Non gli mancheranno, altresì, forti ostilità, circostanziate accuse e recriminazioni, da parte di esponenti del CLN piemontese e dei rappresentanti del Comando Militare Piemontese.        Quali?    L’aver intrapreso azioni non concertate che esponevano altri alla ritorsione del nemico , il disarmo o la eliminazione di partigiani non sottoposti al suo comando, trattative o “tacite” intese volte ad ottenere la non belligeranza nei territori controllati dagli Autonomi. Due su tutte: con i repubblichini, per l’incruenta occupazione di Alba (10 ottobre-2 novembre ’44 ) durata 23 giorni, e  quella con i tedeschi nella fase finale della guerra, con cui gli Autonomi,ridussero al minimo gli scontri con i nazifascisti – risalenti dalla Liguria e dall’alessadrino- consentendo loro di percorrere le direttrici più favorevoli per la concentrazione su Torino ed  altri capoluoghi del Piemonte. Bisogna aver presente che fra i partigiani di “Mauri” combattè  lo scrittore Beppe Fenoglio, mentre  Giorgio Bocca ed ilgià citato Nuto Revelli  operarono nelle Brigate di GL. Alla narrativa postbellica hanno dato pagine ragguardevoli per una ambientazione del cimento partigiano in quei territori.

Come ha ben compreso chi ci legge, la lettura del personaggio “Mauri” non è certo lineare ed  è facilmente esposta ad interpretazioni di parte ( da cui io stesso non sono sfuggito!)  perciò ritengo doveroso rinviare a quella che è una copiosa bibliografia, facilmente reperibile cliccando un poco, e segnalando di seguito qualche sito che mi è parso particolarmente efficace, ai fini di un approfondimento, su una figura di Comandante partigiano ancor oggi discussa ed al centro di non banali, anche se retrospettive, contestazioni

Sul Web : La scheda biografica di E.Martini Mauri     http://www.anpi.it            ” Il silenzio sulla M.O. Martini Mauri”:  it-it.facebook.com/notes/pier…martini-mauri/290386167668059

   Di Domenico Sciolla il ricordo del comandante Mauri e di altri eventi: http://www.memoro.org/it/Il-comandante-Enrico–Mauri–Martini_162.html   http://www.luigipruneti.it/1/mauri_i_militari_partigiani  Il Gran Maestro della Loggia massonica ALAM rende omaggio ad E.Martini Mauri, sulle pagg:de. “Il Giornale del Piemonte” del 28 aprile 2013.

Nella bibliografia : Mi limiterò qui ad indicare alcune opere autobiografiche o di narrativa che risultano certamente utili a meglio comprendere il clima delle relazioni umane e politiche vissute dai personaggi che le hanno vissute e narrate.                 Di E.Martini Mauri:      ” Partigiani Penne Nere”  A.Mondadori -1968                          Di Beppe Fenoglio : “Il partigiano Johnny”  Einaudi  Struzzi – 1970     “L’imboscata” Ein. Struzzi – 1992               “I 23 giorni della città di Alba”  Ein. Struzzi – 1975       “Appunti partigiani”  Einaudi  Struzzi – 1994                    Di Giorgio Bocca : “Partigiani della montagna. Vita delle Divisioni GL del cuneese”   Feltrinelli – 2004                       “La Resistenza nel saluzzese”  RPC – 1964                            “Le mie montagne.Gli anni della neve e del fuoco”   Feltrinelli  – 2006