Vento d’ Aprile

16 Giu

L’ Associazione Vento d’Aprile,  si occupa di promuovere la memoria storica e lo studio della Resistenza, organizzando e partecipando ad iniziative culturali, quali rievocazioni storiche, mostre, documentari,  pubblicazioni, interviste etc; Collabora con le Sezioni ANPI, con gli Istituti Storici della Resistenza, con le Amministrazioni Comunali ed Enti.
Ci rivolgiamo a persone interessate a partecipare ad  iniziative promosse nel corso dell’ anno e disponibili a fornirci od esporre documenti e/o materiali inerenti quel periodo storico
Con sede a Livorno l’Associazione annovera tra i propri iscritti  membri dell’ ANPI, protagonisti e testimoni della lotta di Liberazione, giovani attenti ai valori della Resistenza, figli e nipoti di partigiani di TUTTA ITALIA.

1941-1945: Una resistenza lunga,lunga…

30 Nov

 

                                  I Prodromi

Quando, fra la primavera e l’estate del ’41, l’Italia “fascistissima” di Mussolini e le colonne corazzate di Hitler aggredirono la Jugoslavia, l’area comprendente la Slovenia e la parte orientale delle “terre irredente” d’Italia – comprendenti il Friuli con la Carnia, il Collio, il “goriziano” , la piana isontina  oltre a Trieste ed il Carso che la circonda a Nord, si trovarono su un fronte caldo del conflitto bellico. Sul lato italiano si protrarrà, ancora per 2 anni, lo stato di retrovia logistica e di crescenti fermenti di opposizione alla guerra; questo processo fu più evidente nei maggiori centri urbani, nei grandi complessi produttivi, nelle aree di forte insediamento di popolazione slovena. Fu in quel periodo che l’antifascismo “frontaliero” trovò le prime ragioni di solidarietà attiva ed avviò la riflessione concreta sul “che fare”, fra i nuclei operai  dei Cantieri di Monfalcone e degli insediamenti produttivi portuali, industriali e ferroviari del capoluogo giuliano.   In questa fase non mancò l’apporto di intellettuali, dei quadri politici reduci dalla guerra di Spagna e dall’emigrazione in Francia. Su quel pezzo d’Italia segnato dallo scorrere al mare di Isonzo e Tagliamento, nelle terre ove prevaleva il radicamento dell’etnia slava (con radici nelle lotte operaie, nell’attività della terra,con una cultura di se già salda dalle lotte contro l’austro-ungheria) non fu  difficile comprendersi ed assumere distinti, utili ruoli per rendere difficile la vita al nazifascismo. Anche con un ruolo del piccolo clero in Carnia e nei piccoli centri agricoli del Friuli -particolarmente predisposto all’ “antitedeschismo” per ovvi motivi di storia recente – ….si “scaldarono i motori” di quella che fu due anni più tardi – con il 25 luglio e l’8 settembre del 1943 -la  Resistenza organizzata all’occupante nazista ed ai fascisti della Repubblica di Salò, ed ebbe termine solo il 20 maggio 1945 con  la sfilata a Trieste della “Brigata Garibaldi “Fontanot”.                                                                                                                      

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 A questo scorrere di eventi, politici e militari, la cui complessità andò accentuandosi con l’evolvere della lotta di liberazione nei due paesi limitrofi, dedichiamo le schede tematiche e la cronologia fotografica raccolte nel lavoro documentale di Luciano Patat, consapevoli dei limiti espositivi ed analitici di una tale ricerca, ma ben certi di una sua utilità nello stimolare ed orientare quanti desiderino approfondire ed arricchire le proprie conoscenze su un tale passaggio della nostra storia. Per intenderci, quella che non si insegna in alcuna scuola della Repubblica!

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Partigiani in ..Africa

7 Nov

Nelle scorse settimane il mondo ha appreso che il “Nobel” per la Pace del 2019 era stato assegnato al Premier etiope  Abiy Ahmed Ali, con la seguente motivazione:    “….Quando il Primo Ministro Abiy Ahmed Ali ha teso la mano al Presidente Afwerki l’ha afferrata, contribuendo a formalizzare il processo di Pace fra i due paesi. Il Comitato norvegese per il Premio Nobel spera che l’accordo di Pace contribuisca ad un positivo cambiamento per l’intera popolazione dell’Etiopia e dell’Eritrea”.

I popoli di questo nostro pianeta, così violentato da conflitti locali e da guerre che si protraggono da troppi anni, non possono che ricavarne un barlume di qualche speranza per un futuro prossimo in cui le relazioni fra le nazioni possano regolarsi con il dialogo e trattati di pacifica convivenza.                                                                     Non ci illudiamo, che le potenze dominatrici dell’economia mondiale chiudano i loro arsenali o rinuncino a muovere le pedine di un pericolosissimo “gioco” per interposti attori regionali.  Ci rasenerebbe che un rigoroso embargo degli armamenti più letali -specialmente per le popolazioni civili – venisse praticato verso gli scenari più caldi. Non dovrebbe essere questo il precipuo compito delle Nazioni Unite?! Certamente, non è ulteriormente differibile una riflessione profonda (traendone poi le concrete conseguenze!) sui rischi globali che adducono all’umanità le nuove  guerre del terzo millennio:  controllo dei mari e degli stretti, rotte artiche, ricorso ai dazi mercantili (in era di globalizzazione dei mercati!), rapina delle materie prime essenziali  per la competizione tecnologica ed appropriazione delle fonti di energia  non rinnovabili, con conseguente aggravio del divario nello sviluppo fra interi continenti ed….il rifiuto di miliardi di uomini di pagare ulteriormente questa spirarle di ingiustizia sociale.    Non è compito di  “Vento d’aprile” trattare argomenti dell’attualità geopolitica, ma non possiamo esimerci, meglio prescindere, dal contesto di eventi che la cronaca mondiale riversa su 7 miliardi di abitanti della Terra. Per tale ragione abbiamo ritenuto essere di qualche attualità proporre a quanti ci seguono – rientrando quindi nel tema della Resistenza al nazifascismo – eventi che portarono alcuni “reduci” della guerra di Spagna a trasferire il loro contributo di solidarietà internazionalista proprio ai partigiani etiopi di quell’Abissinia che Mussolini ed i suoi generali avevano martirizzato con artiglierie, aerei ed iprite, per farne fulcro dell’Impero.

Va da se che la missione, affidata ai “Tre apostoli”, di organizzare e consigliare la  lotta di resistenza etiopica, aveva anche un fine strategico non secondario: impegnare e trattenere corpi d’armata del Regio Esercito sull’aspro altipiano d’Africa, distraendone l’apporto di forze e mezzi dall’esordiente avventura nazifascista in Europa. 

Clicca su ” I tre apostoli” >>>>>si aprirà la ricerca che vi proponiamo:  I tre apostoli

I “ribelli” della Val Borbera

5 Ago

                       Terra di ribelli 

L’alta Val Borbera è terra incastonata al limitare di  4 regioni (Liguria, Piemonte, Lombardia ed Emilia), percorsa da sentieri, sovente dimenticati, che univano i paesi di una valle dalla quale, negli anni 60′ subì il più alto tasso di emigrazione di tutto il Nord Italia, verso la pianura padana.  I “Liguri” che vissero su quel territorio furono fra gli ultime popolazioni a sottomettersi ai romani; vi si incontrano castelli e borghi medioevali e la natura offre ancora spazi selvaggi.    “Ribelli” furono, molti secoli più tardi, i partigiani che fecero della Val Borbera uno dei fulcri della Resistenza al nazifascismo, durante la II° Guerra mondiale. 


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In questa vallata, attigua alla piacentina Val Trebbia, si insediarono le formazioni garibaldine della Divisione “Cichero” , che tale nome portò in omaggio alla località ove si riunirono nell’autunno del 1944  le formazioni guidate da Aldo Gastaldi “Bisagno”,  G. Battista Canepa”Marzo” e Giovanni Serbandini “Bini”, sui contrafforti del massiccio del Ramaceto.     Il luogo  fu teatro di rappresaglie ed incendi durante i rastrellamenti repubblichini. I tre, testimoni di generazioni diverse dell’antifascismo italiano, avevano un diverso percorso ideale e di lotta politica al fascismo204219709-bc8a5c49-2062-4ee4-acf1-3b1f5a3b7c86.

                                   Il Massiccio del Ramaceto 

Operative in queste vallate del Borbera e del Trebbia, come  pure in quella bagnata dal Bisagno, le formazioni della “Cichero” – più tardi “Pinan- Cichero” – con discontinuità dovuta a spostamento di unità e pressione di rastrellamenti nazifascisti, diedero vita ad  una “zona libera” che durò molti mesi. E’ in questo territorio che ebbe la sua sede il comando della “VI° Zona Operativa Ligure”.   I patrioti inquadrati nelle formazioni della VI° Zona – Div.ne Garibaldi “Pinan -Cichero ( 6 Brigate), Div.ne Giustizia e Libertà “Matteotti”(3 Brigate), Div.ne Garibaldi “Coduri” (3 Brigate) – sostennero cruenti combattimenti in Val d’Aveto, al Passo del Fregarolo ed a Barbagelata in Val Trebbia, per fronteggiare gli attacchi ed i rabbiosi rastrellamenti con i quali i nazifascisti miravano a sloggiare la rete  di presidi partigiani che aveva notevolmente ridotta la possibilità di traffico fra i centri più importanti di quell’area geografica. Fra  i più noti e cruenti episodi di rappresaglia condotti dai nazifascisti vale ricordare l’incendio e lo sfollamento di Bobbio, di cui trattammo in un precedente articolo. Riteniamo opportuno ricordare qui che la Divisione Garibaldi “Pinan -Cichero” raggiunse le 2000 unità combattenti – altro che banda ! – contando ben 130 morti in combattimento. Essi sono ricordati in una stele posta alla “stretta del Pertuso”, in località Cantalupo ligure, ove ebbe luogo il più celebrato evento bellico di quella zona dell’Italia del Nord.  Nell’estate del ’44  i partigiani avevano fatto saltare un ponte proprio a quella altezza del tratto stradale proveniente da Arquata Scrivia, bloccando ogni possibilità di traffico a camion,blindati e traini d’artiglieria.                                  All’alba del 24 agosto, i 90 partigiani che presidiavano “la stretta” furono attaccati da centinaia di repubblichini al comando di ufficiali della Wehrmacht esperti di antiguerriglia. La battaglia si protrasse sino al calar del sole, quando il sopraggiungere di rinforzi, con il distaccamento Peter” richiamato dal fondo della Val Trebbia, consigliò al nemico di sospendere le operazioni.                                 

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                                                        la stele del Pertuso

L’indomani l’attacco si rinnovò e fu ancora respinto.  Nel pomeriggio del 26, dopo che i rinforzi nazifascisti portarono ad un migliaio di uomini gli attaccanti con una nutrita dotazione di mortai , ai patrioti non rimase che ritirarsi a causa dell’insostenibile rapporto di forze.   La resistenza di quei 3 giorni, però aveva consentito al grosso delle formazioni di disperdersi nelle vallate più alte e riportarsi a basi più sicure.  Di quell’evento i più vecchi fra gli abitanti, ricordano l’episodio della cattura e di come venne trucidato Virginio Arzani “Kirikiki” – un partigiano di 22 anni – che non potendo essere fucilato, in quanto non in condizione di reggersi in piedi per le ferite riportate, venne finito a colpi di bombe a mano davanti agli abitanti di Zerba, una frazione di Cerreto. Una strada di San Fruttuoso, di cui il giovane era originario, porta il suo nome.   Dilagati sui monti, gli attaccanti sfogarono la loro rabbia sui contadini ed i loro pochi beni: incendiando stalle e fienili, portandosi via il bestiame. Malgrado il terrore diffuso fra malghe e borghi, già il 15 settembre i partigiani rientrarono a Cabella, ed alla metà di ottobre del 1944, le valli del Borbera e del Trebbia tornavano sotto il loro completo  controllo.

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il ponte ricostruito sulla strada di Scrivia

rocchettaligure_museo02                   formazione della ” Pinan-Cichero”                                              operante nella zona di Rocchetta Ligure.           

Proponiamo alcune annotazioni tratte dal libro di Luigi Longo “Un popolo alla macchia”, concernenti altre significative azioni di grande efficacia, condotte da formazioni della 6° Zona Operativa Ligure nell’estate del ’44, unitamente  ad una mappa che ne evidenzia i luoghi di attuazione e l’efficacia delle operazioni intraprese:

 Nella terza settimana di giugno, dopo l’occupazione di Torriglia (40Km. da Genova) i partigiani danno alle fiamme i registri delle imposte, con grande soddisfazione dei contadini oberati dal fisco… prendono saldamente Varese Ligure e liberano, sull’Appennino piacentino, Ottone (12.000 abitanti) e Rovegna…”Nei primi giorni di luglio venivano occupate le caserme della GNR di Bargone e Castiglione ChiavareseProsegue LuigiLongo : …”Nello spazio di alcune settimane, nella zona appenninica compresa fra Genova, Spezia,Parma e Piacenza sono liberate oltre 250 località: tutta la Val Trebbia è libera; le strade della Scoffera, Torriglia-Bobbio, Bedonia- Chiavari sono in mano ai partigiani, che ne controllano gli accessi con solidi posti di blocco.”            

                                 

                      Verso un rigido inverno

Respinto il proclama del Gen. Alexander “…partigiani tornate alle vostre case in attesa della primavera e dell’attacco finale degli alleati, in condizioni ambientali più favorevoli” – appello che non mancò di reclutare alcune sacche di “attesismo”, in ambienti politicamente più timidi del movimento partigiano dell’ Italia del Nord- il secondo inverno di resistenza all’occupante ed ai suoi scherani della RSI, si faceva decisamente difficile.      Nelle vallate di cui trattiamo in questo articolo, verso la fine di novembre l’attività del movimento patriotico registrava un fitto susseguirsi di eventi, con incalzanti colpi di mano, la liberazione di borghi e piccoli centri, la cattura o la messa in fuga di presidi, il minamento di ponti con i quali venne isolato un grosso presidio tedesco a Carasco, raggiungendo l’obbiettivo di riprendere il completo controllo dell’alta Val Trebbia.  Se tale fu il bilancio delle operazioni condotte dalle Brigate “Oreste”, “Arzani” e “Cajo”, va rilevato che fu la “Div.ne Coduri” a dominare il retroterra  del litorale di levante, compiendo azioni quasi quotidiane su obbiettivi militari e strutture vitali (magazzini, depositi, centraline, linee elettriche e telef.) a Sestri e dintorni.   Il nemico veniva vieppiù costretto a trincerarsi in casematte e circondarsi con sbarramenti di cavalli di Frisia;  è sulla difensiva e pare incapace di reagire.     Siamo ormai a dicembre quando, del tutto a sorpresa, il comando tedesco di Genova invia un Magg.re con interprete alle “Gole del Pertuso” con il compito di parlamentare. Guida la delegazione partigiana Amino Pizzorno “Attilio” (1) il Commissario politico  della 6° Zona , con il compito di riferire al comando.     Con un parlare apparentemente affabile l’ufficiale tedesco paventò  la durezza  delle condizioni in cui i partigiani – “ottimi combattenti” – si sarebbero trovati ad affrontare la lotta  nei mesi seguenti (gelo, difficoltà di  collegamenti, reperimento di cibo, armi e dotazioni sanitarie)….la proposta era quindi di consegnare le armi (!) e tornare alle loro famiglie, al calduccio dei loro letti, con garanzia di assoluta incolumità.    Quando “Attilio” gli rispose mediante l’interprete titubante che  ” i partigiani le armi le avevano conquistate ai tedeschi ed ai  militi repubblichini”.. che ora dovevano trovare il coraggio di venirsele a riprendere”, l’espressione del viso ed il tono di voce del tedesco cambiarono totalmente.      Minacciò l’annientamento delle formazioni, di attuare rappresaglie sulla popolazione solidale, di inviare reparti di “mongoli” (2),  già impiegati in Valdossola, dove avevano avuto carta bianca di infierire sulla popolazione civile ed i beni delle famiglie, per stroncarne il sostegno ai partigiani.   I “mongoli” giungeranno effettivamente alla metà di gennaio del 1945.          Il rastrellamento d’inverno era iniziato l’11 dicembre  tra Fascia e la Val Borbera….e fu un inferno.   I partigiani furono localizzati da una Cicogna in ricognizione e poco dopo una grandine di colpi di mortaio ed artiglieria campale calò sulle loro posizioni. La battaglia si protrasse durissima anche verso Cabella Ligure, solo il 15 giunse l’ordine di “Scrivia”  (3) di occultarsi: “gettatevi nelle buche”.  Un partigiano gravemente ferito, successivamente deceduto all’ospedale genovese di San Martino, descrisse:       “Le buche sono una bella trovata, mica comode però. Sono tane,nascondigli. Si attende che il rastrellamento passi, si esce un poco di notte per respirare meglio e sgranchirsi le gambe. In estate si sopporta, ma ora, con il gelo..qualcuno c’è rimasto secco; bisogna razionarsi quel poco con il compagno che è con te…”   

 Lo stesso giorno le unità della Div. “Turchestan” giunsero a Rezzoaglio, sembrava volessero volgersi alla Valle del Taro per congiungersi con un’altra colonna proveniente da Bobbio; raggiunsero invece il Passo della Forcella, dove si acquartierarono organizzando un vero e proprio caposaldo, con campi minati, trinceramenti , e per qualche giorno….si limitarono a controllare la zona. Sono invece alpini e bersaglieri della RSI, comandati sul campo da ufficiali tedeschi specializzati in antiguerriglia, a scatenare un attacco sul Passo del Bocco contro la Brigata “Coduri” ( poi Div.ne) , che fa appena in tempo a  sfuggire con un trasferimento notturno durato molte ore.      Sono questi i giorni in cui si  impone il riassetto delle formazioni, di cui abbiamo fatto cenno più sopra.                                  La separazione della Divisione “Pinan -Cichero” dalla originaria “Cichero” si impose per la vastità del territorio su cui operavano le brigate, il crescente numero di combattenti accorsi e le conseguenti difficoltà logistiche e di comunicazione fra reparti e fra questi ed il comando, accresciute dal rigido inverno. E’ accertato, però, che ad una tale decisione si giunse anche perchè una manifesta diffidenza era andata maturando fra Toni Ukman “Mirko”  (Comandante della 6° Zona) , vedi nostro articolo ” Guerra partigiana Zona Op. Lig. -4° parte) e “Bisagno” in quanto quest’ ultimo paventava una eccessiva “partitizzazione” (leggi l’egemonia dei comunisti)  nelle formazioni ed una rigidezza che, a suo avviso, avrebbe potuto compromettere l’iniziativa partigiana nella fase finale della lotta di liberazione. 

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il Comando della VI° Z.O.L.  a Carrega Ligure     con gli ufficiali della missione alleata

Le brigate della Div.ne Garibaldi “Pinan – Cichero” ( Po, Arzani ed Oreste) si riposizionarono ad Issioli, a Casa del Romano ed a San Clemente sull’altro versante della Val Trebbia; a completamento della prima fase del rastrellamento – nella prima decade di febbraio ’45 – il Comando della VI° Zona operativa si installò a Carrega.    Puntando su questo obbiettivo i tedeschi risalirono rapidamente la Val Borbera, ma a Cartasegna vennero fermati dalla Brigata “Jori” , ben posizionata sui contrafforti, mentre la Brigata “Oreste”  portava duri colpi alla colonna dei rinforzi, nelle località di Dova e Pian del Cerreto, favorendo il contrattacco partigiano. Il nemico dovette ritirarsi da Boggio, Cantalupo, Rondanina e Montoggio, costretto ad asseragliarsi a Torriglia ed al Passo della Forcella. Termina così la 2° fase del rastrellamento, che sarà anche l’ultimo.  Esplosa a Genova l’insurrezione generale -23 aprile – il giorno successivo tutte le strade  che avrebbero consentito il ripiegamento delle truppe tedesche verso la Gotica erano bloccate dalla “Pinan- Cichero” al comando di “Scrivia”

NOTE BIOGRAFICHE 

( 1 )  Amino Pizzorno ” Attilio”    Nato a Torino da genitori anarchici, sino all’armistizio dell’8 settembre 1943 era impiegato tecnico all’ Ansaldo di Genova. Rifiutata la tessera del PNF era da tempo a rischio di confino. Sfuggì all’arresto con l’aiuto dei compagni operai che gli procurarono il contatto per raggiungere le formazioni in Val Borbera e Val Trebbia. Era già iscritto al PCI ed ebbe vari incarchi di comando per la VI° Zona Operativa Ligure, fra i quali quello di responsabile del Servizio Informativo Partigiano e di Commissario Politico , fra IX-’44 e III-’45. Nel dopoguerra assunse incarichi sindacali nella FIOM.

( 2“Mongoli” furono genericamente definiti contingenti di soldati dell’esercito sovietico – provenienti dal Caucaso e dall’ Asia Centrale – catturati ed arruolati forzosamente in unità subordinate alla Wehrmacht.  Particolarmente nota per crudeltà la Div.ne “TURKESTAN”.  Non vanno confusi con i 24.000 Cosacchi del Generale collaborazionista Krasnov insediati nella stessa epoca in Carnia (Kosakenland) con carriaggi e famiglie, ripiegati nella ritirata tedesca dal Fronte Orientale.

( 3Aurelio Ferrando ” Scrivia”  nato a Novi Ligure (AL) il 29.7.1921 e ivi deceduto il 30 aprile 1985. Visse a Genova Cornigliano dove lavorava, dopo essersi diplomato perito industriale all’Istituto Galilei, dove strinse amicizia duratura con Aldo Gastaldi, del quale condivise la vita militare e poi quella partigiana ai Casoni di Cichero. Comandante del 3° distaccamento “Peter” fra maggio ed agosto 1944 combatté in Val d’Aveto ed a Bargagli.  Trasferito in Val Borbera, guidò con  Franco Anselmi “Marco” la battaglia di Pertuso (24-26 luglio’44 ). Da settembre assunse il comando della 58° Brigata “Oreste”, in sostituzione di “Bisagno” rimasto ferito.  Divenuto comandante della “Pinan -Cichero”, l’8 marzo ’45 le sue brigate liberarono il tratto della Valle Scrivia  da Cabella al Passo dei Giovi, consolidando un presidio presso Busalla, strategicamente determinante per chiudere la via di fuga ai germanici, nei giorni dell’insurrezione della “Superba”.  Gli venne attribuita la M.A.V.M. ed alla fine del conflitto aderì a Democrazia del Lavoro di Enrico Mattei.

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( 4Aldo Gastaldi  “Bisagno  Nasce a Genova nel 1921 , cattolico fermamente antifascista ed “apartitico”; il 25 luglio del ’43, con il proprio plotone distrugge i simboli di regime sulla Casa del Fascio a Chiavari. Si dedicò subito alla raccolta  di armi – abbandonate l’ 8 settembre- provvedendo   ad occultarle nel Castello del capoluogo del Tigullio.  Contattato dal PCI, tramite Giovanni Serbandini “Bini”, fu fra i costruttori della prima banda partigiana che operò sui contrafforti a levante della odierna  A7.  Morì banalmente, il 21.5.1945, cadendo dal tetto della  cabina della corriera con cui -mantenendo la promessa fatta  agli Alpini del Batt.ne Vestone ( della Divisione Alpina “Monterosa” della RSI),  che  erano passati con i partigiani a Cabella Ligure il 4.XI.1944 – li aveva riportati nei luoghi del Garda di dove erano originari. Gli fu riconosciuta la M.O.V.M.                1519111176-bisagno

                                Bisagno al centro della foto

Per attingere ad una ricca varietà di fonti “on line” ci limitiamo a raccomandarne  ai nostri lettori la ricerca in ragione degli episodi e dei personaggi di loro interesse.  Per quanto attiene alla  bibliografia, suggeriamo: 

” La Resistenza in Val Borbera e Val Curone” – settembre ’44 -febbraio ’45                di Giovanni  Daglio

” Ponte rotto”  – memorie partigiane ’43 -’45                                                                       di Giambattista Lazagna       

” Rocchetta, Valborbera, Val Curone nella guerra”   –  cronache della Resistenza              di Giambattista Lazagna

Prove di primavera – 3

25 Apr

Neppure gli imprevisti…giungono per caso.

Chi, fra i visitatori del nostro sito, abbia letto con qualche interesse i due articoli immediatamente precedenti, ha già colto come non tutto il piano di battaglia predisposto dal Comando Raggruppamento  Brigate garibaldine della Valsesia e dal Comando della 1° Div.ne “Fratelli Varalli”, fosse andato a buon fine.  Questo può ben accadere nelle più disparate attività si vadano ad intraprendere ; iniziative commerciali, progetti ingegneristici, ricerca scientifica, logistica…piani militari.   In qualunque campo l’uomo si cimenti, l’insuccesso non è mai attribuibile al “fato” od alla sfortuna.  Il fallimento od il risultato parziale dell’opera intrapresa è sempre da ricondurre ad alcune carenze nel suo agire: fretta, inosservanza di regole e disposizioni, sottovalutazione dei rapporti di forze o delle caratteristiche del terreno su cui si ingaggia il confronto armato, intempestività nelle comunicazioni, mancata “copertura” delle spalle delle unità preposte ad un attacco….Come il lettore può ben comprendere, ciò risulta tanto più gravido di pericoli immediati nell’attuazione di piani militari. Un’azione intempestiva od il cedimento di un fronte, l’inutilizzabilità di mezzi od armamenti, il tardivo trasferimento di unità sul terreno d’azione, pongono a serio rischio di disfatta uno schieramento di forze ben più ampio di quello direttamente coinvolte (si ricordi sempre l’effetto Caporetto!). Andiamo al dunque. Per gli avvenimenti dolorosi di Borgosesia, quando ormai i partigiani della 118° “Servadei” e della 6°Brigata “Nello”- a buona ragione – ritenevano di essere ad un epilogo vittorioso, si produssero gli effetti di alcuni “imprevisti” che sovvertirono l’esito dell’attacco partigiano che si protraeva ormai da 4 ore

Dopo una succinta  illustrazione degli accadimenti militari, ci proponiamo di evidenziarli, alla fine dell’articolo, con il conforto delle riflessioni portate ad un dibattito per il 20° e 25° anniversario delle battaglie di Fara-Romagnano -Borgosesia, da comandanti valsesiani che vi avevano partecipato. 

         A  Borgosesia siamo in ritardo

L’attacco al presidio repubblichino di Borgosesia ha inizio con 1 ora di ritardo -alle 05.30- rispetto a Fara e Romagnano, benché molta cura fosse stata posta per la marcia di avvicinamento delle formazioni all’obbiettivo dell’azione, posto in una zona abitata della cittadina. Erano stati  predisposti calzari  in rafia e stoffa per attutire il rumore dei passi, si era chiesto ai contadini di “silenziare” i cani sul percorso.  Purtroppo le guide, muovendo nel buio più assoluto, avevano sovente smarrito il cammino fra i vigneti ed i sentieri collinari; mancò così del tutto la sorpresa, in quanto il presidio di Borgo era già stato allertato degli attacchi su Romagnano e Fara. Diviene del tutto inattuabile la posa di una potente carica esplosiva all’ingresso principale della scuola in cui erano acquartierati i fascisti.borgosesia-giardini-martiri      la scuola elementare oggi ed il monumento ai caduti partigiani                                             Il presidio è robustamente fortificato,su un rialzo del piazzale antistante è collocato un cannone da 75 mm. ed all’interno dell’edificio sostano alcuni mezzi blindati. Alle 05.30 i partigiani tentano di cogliere la struttura da tergo, mentre alcune squadre sparano a raffica verso l’accesso frontale, per impedire che il cannone venga attivato e le autoblinde possano uscire. Il martellamento sempre più intenso ha successo ed isola la scuola – caserma dal resto della cittadina;il presidio resta però inespugnabile anche per le difficoltà riscontrate da una squadra mortai della 6° Brig. “Nello”, a causa delle obbiettive difficoltà ad avvicinarsi e posizionarsi a ridosso della scuola, che l’esponevano ad un violento fuoco di mitragliatrici. Molti colpi ben assestati, da patrioti che avevano già operato nella zona del Lago Maggiore, inducono i fascisti a considerare l’opportunità di una trattativa per salvare la pelle. A tal fine individuano alcuni partigiani, catturati in precedenti operazioni, ai quali affidare il compito di un primo contatto, ma …a questo punto accade l’imprevisto.   Compare sulla piazza, alle spalle degli attaccanti che, dopo 4 ore di combattimenti intravedevano il successo, l’autoblinda tedesca di cui si era persa traccia la sera precedente a Grignasco, (per i dettagli di tale accadimento, leggi  in “Prove di primavera -2” dell’ 8 marzo u.s.) e falcia lo schieramento dei mortaisti, uccidendo 8 partigiani della 118° Brig. Garibaldi “Servadei” ed un georgiano che aveva disertato da un corpo tedesco operante nel circondario di Arona. Cosa era successo?  Il blindato, che riparato in modo da recuperare la mobilità per vagare per campagne e nascondersi  durante la notte in una galleria, con l’ovvio intento di raggiungere al mattino l’acquartieramento di Varallo, richiamato  dalle scariche dell’attacco partigiano a Borgosesia, si diresse verso la città, incappò nei garibaldini, sorprendendoli alle spalle.  Visto lo scompiglio determinatosi, colto dal timore che l’autoblinda fosse solo la capofila di una colonna nazista mossasi da  Novara, il Comando di Divisione impartisce l’ordine di ritirata generale. Solo a mezzogiorno si apprenderà da una staffetta che il mezzo faceva parte di una robusta colonna che il giorno prima era scesa a Grignasco, richiamata dagli effetti delle forti cariche esplosive impiegate dall’ “Osella”, negli agguati del giorno precedente l’operazione.  Sulle conseguenze di tali iniziative torneremo nella parte finale dell’articolo! Tale iniziativa e la grave responsabilità del Comandante della 82° Brig. “Osella”, nel non averne segnalato al Comando di divisione la presenza in zona , aveva comportato il fallimento dell’azione contro il presidio di Borgosesia,nonché la perdita del C.te di battaglione Giacomo Picciolo e del capoplotone Renato Mortarino, lasciando altresì scoperte le spalle di alcuni reparti operanti a Romagnano Sesia. Proprio la squadra mortaisti, direttamente operante al comando di Picciolo, veniva falciata da tergo dal fuoco del blindato, mentre questi – ripetendo un’esperienza compiuta pochi giorni prima in un attacco a Quarna (Cusio) imbracciava un lanciabombe da 60 mm. contro l’ingresso centrale della scuola-fortilizio- subendo pesanti traumi alla spalla per i contracco                               

     I “generali”   riflettono sugli obbiettivi e gli errori  della battaglia del 16 marzo 1945

Dagli incontri dibattiti promossi nel 1965 e 1970, nella ricorrenza della battaglia di Romagnano, traiamo brani di interventi  di Eraldo Gastone “Ciro” – Comandante delle brigate valsesiane,dai quali si possono ben trarre le particolarità di quella che fu una guerra assolutamente non tradizionale, una lotta nata fra e con il popolo!   

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Dalla sinistra di chi guarda: “Ciro”, “Cino”,….Don Sisto Bighiani (Comm. Pol.della (82° “Osella”) ,  Teresa Mondini specialista RT e responsabile delle radiocomunicazioni del Raggruppamento Div.ni Garibaldi, Andrea Cascella, (Com.te della 15° Brig.”Rocco”-Arona)

                    Scrivono Pietro Secchia “Botte”, Commissario Politico delle Brigate Garibaldi e Vincenzo “Cino” Moscatelli, omologo per il Raggruppamento delle Divisioni garibaldine operanti in Valsesia,Cusio, Verbano ed Ossola, nel loro“Il Monterosa è sceso a Milano” pag. 562:

<L’attacco contemporaneo ai presidi Borgosesia, Fara, Romagnano e Crevacuore, assestò un colpo decisivo al morale delle  truppe tedesche e fasciste dislocate nella Valsesia. Il comando nazifascista decise di ritirare tutti i piccoli presidi e li concentrò nei grossi centri di quell’area. In tali località vennero costruite opere in cemento armato, bunker, piazzole blindate, e durante la notte nessun fascista e nessun tedesco usciva più da questi fortilizi, i partigiani essendo diventati praticamente padroni della zona.>

 …….poi ci diedero il 25 aprile di libertà!

Prove di Primavera – 2

8 Mar

                         Il cancello sulla Valsesia

Oggi, come allora, Romagnano conta 4500 abitanti, ma una continuità demografica garantita esclusivamente dagli immigrati africani (mahgrebini e neri subsahariani) che si integrano, assolvendo ai lavori cui i giovani di quella regione operosa cercano di sfuggire (fornai, manutenzioni stradali, fonderie,disboscamento, raccolta dei rifiuti…)  anche in tempi di lavoro falcidiato. All’epoca cui ci riferiamo il paese non era solo la “porta d’accesso alla Valsesia” per ragioni…geografiche e per il “vestito architettonico” prealpino, che conserva tutt’oggi.  Riuniva nella quotidianità alcuni, forti elementi sociali, che la rendevano strategica per il movimento di Resistenza.    Quando mitragliamenti e bombardamenti alleati non bloccavano linee e convogli, la stazione di Romagnano Sesia  – crocevia fra le due tratte ferroviarie: Torino-Santhià-Arona e Novara-Varallo- era luogo di scambio di passeggeri e notizie. Vi erano attivi due stabilimenti industriali di forte interesse produttivo: la Cartiera Burgo (già Vonwiller) e la FIP (Fabbrica Isolataori Porcellana) che, assieme al Lanificio Botto, sito al limitare con Prato Sesia, assorbivano tutta la popolazione operaia del paese. Gran parte di questa integrava il magro reddito coltivando uva da vino, foraggio per lo scarno bestiame che gli “ammassi” consentivano alle famiglie. Si trattava di una generazione di lavoratori che aveva vissuto il riformismo socialista del primo ‘900, la cooperazione e, con essi l’opposizione al fascismo squadristico degli anni ’20 del secolo.

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In questa realtà sociale ed economica, il ribellismo al regime ed ai bandi della primavera 1944, non lasciava molte scelte: la fuga in Svizzera (per pochi giovani di famiglie benestanti),l’adesione ai corpi armati della Repubblica di Salò ( e furono pochi, di famiglie già compromesse con il fascio), o la strada dei monti (che ben conoscevano) che presero i più. Si consideri che alla Liberazione risultarono 13 caduti nei 20 mesi di lotta, mentre altri furono combattenti nelle formazioni dell’Ossola e della Valsesia.

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Abbiamo fornito alcuni elementi che possono far ben comprendere perché quella “porta” sia stata varcata o presidiata ripetutamente da colonne tedesche in azione di rastrellamento o da reparti della Legione Autonoma “Ettore Muti”, della GNR, della “Folgore”, o del 63° Batgl. “M”- Legione Tagliamento antiguerriglia- i “ramarri” per il berretto verde- ritenuta una delle formazioni più sanguinarie dell’esercito di Salò.

  Una battaglia durata 14 ore 

Tanto si protrasse il combattimento contro il presidio di Romagnano Sesia, che ebbe uno svolgimento assai complesso, segnato da momenti di criticità per ciascuna delle due parti e che, nella seconda  parte della giornata,  videro la eccitante conprimarietà della popolazione alle fasi dello scontro. Diciamo subito che il piano d’attacco e la dislocazione dei reparti partigiani soffrirono, sin dall’alba, il fatto che un inatteso ripiegamento di formazioni della 82° Brigata “Osella” – schierate fra Grignasco e Borgosesia, per eventi che ci proponiamo di sviluppare nel prossimo articolo, lasciarono scoperte in buona misura le spalle degli attaccanti, con tutti i rischi conseguenti  dalla mancata “copertura”  di quelle unità.  Si allontanava così la possibilità di risolvere in fretta l’operazione di annientamento dei 3 presidi valsesiani, prima che al nemico potessero giungere schiaccianti rinforzi. Il controllo dell’area che da Borgosesia si diparte a sud verso  Grignasco, Valduggia, Maggiora,Romagnano, sino a Ghemme e Cavaglio era, appunto, pertinenza dell’82° Brig., della quale era comandante Mario Vinzio “Pesgu”, panettiere di Grignascoclasse 1914- reduce dopo l’8 settembre ’43 dai fronti di Albania e Jugoslavia. Cooperava a nord con la 6° Brigata “Nello” e ad est con la “Curiel” (per lo più giovani leve del Partito Comunista) e la 124° “Pizio Greta”, operante  nell’area di Borgomanero.A quell’epoca l84° Brig. “Strisciante Musati” aveva spianato fra i boschi di Lozzolo e Gattinara, schierata sulla riva destra del Sesia sino a Serravalle Sesia.

                  Scatta l’attacco al Collegio

Alle 04.30  in punto uno spaventoso boato dà il segnale di fuoco ai partigiani in postazione.       Doveva essere l’effetto sorpresa necessario a consentire la penetrazione della squadra assaltatori nel fortilizio attraverso la breccia provocata dai tubi di dinamite. Un posizionamento non perfetto delle cariche esplosive, ed il fatto che una pattuglia della Brigata Nera fosse appena rientrata ,fecero mancare quell’effetto; i fascisti saltarono  subito alle armi automatiche e si accese una prima, violenta sparatoria.

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Il Collegio Curioni ed il colle da cui fu condotto l’attacco della 84° Brigata Garibaldi

Difesi da robusti muraglioni e da sacchi di cemento disposti ad ogni finestra, i militi del presidio avevano buon gioco nell’impedire l’avanzamento allo scoperto sull’antistante terreno. Essendo difficilissimo il bersaglio per gli attaccanti, questi appostarono le armi più efficaci di cui disponevano (mitragliere da 20 mm., mortai da 45 e pugni corazzati) a ridosso del muro di sponda che tutt’oggi fiancheggia, sul lato di nord-est, lo stradone carrozzabile che porta a Borgomanero ed Arona. Ben più possente l’arsenale della “Folgore” che, in previsione dei rastrellamenti primaverili, rafforzava le dotazioni nel timore di scontri ed imboscate.    Cosa aveva allarmato i comandi nazifascisti di Novara e Vercelli?

Nel pomeriggio del 14 marzo 25 uomini della 82° Brig. avevano attaccato 2 autocarri con a bordo paracadutisti della “Folgore”; i partigiani dovettero ritirarsi dopo aver causato  30 morti e 17 feriti. – Nel pomeriggio del giorno successivo una pattuglia dell’“Osella”, al comando dello stesso “Pesgu mina una curva della strada Borgomanero-Borgosesia, prima dell’abitato di Grignasco: l’esplosione distrugge l’automezzo e gli occupanti (15 soldati tedeschi).  Sopraggiungendo un secondo camion tedesco, un violento volume di fuoco partigiano costringeva ad arrendersi i pochi superstiti dell’agguato.  Fu allora che una  colonna tedesca, allertata dal comando di Novara, scese da Varallo scortata da 2 autoblinde con l’intento di recuperare i corpi dei numerosi commilitoni ed i rottami dei camion.   A quel punto si rinnova l’attacco dell’“Osella”, che produce al nemico la messa fuori uso di uno dei due mezzi blindati e la perdita di  alcuni soldati. Alla compagnia nazista fu ordinato di trattenersi a Grignasco, mantenendosi così in condizione di operare alle spalle….dei reparti che avrebbero dovuto cooperare con l’84° Brig. nell’attacco al presidio di Romagnano e, come poi accadde, poter rifluire su Borgosesia in caso di necessità! poletti-vinzio014-1000x600                  il “Pesgu”                                 Constatata la criticità della situazione, il Comando della 1° Div. Garib. “Fratelli Varalli”, ordinò  di minare la strettoia che porta da Prato Sesia   a Romagnano, decidendo di sviluppare ugualmente l’azione su quest’ultimo presidio, fidando sulla determinazione e lo slancio dei suoi reparti.  Pietro Rastelli “Pedar”, comandante dell’84° Brig. faceva minare anche altri snodi stradali, per bloccare movimenti nemici da Biella, Vercelli e Rovasenda, e dislocando forti gruppi per controllare i due ponti che congiungono  Romagnano con la riva vercellese.     Percorrendo ciascun ponte, con scarponi resi “muti” dal rivestimento con panni, e guidati da patrioti originari di R. Sesia, fra questi il Commissario della 84°Giacomo Gray “Grano” ( che fu poi Sindaco del paese per 24 anni!), due battaglioni della “Musati” si erano portati a ridosso del Collegio Curioni, fra viuzze e vecchie case del borgo.

                                                                                                                                                                                 Alle prime luci del giorno, una squadra di “arditi” degli assediati tentò, da un cancelletto laterale, di occupare la modesta collinetta a ridosso del convitto – come ben si vede dalla cartolina dell’epoca – con l’obbiettivo di farne una postazione dominante, per volgere in fuga gli attaccanti. Il plotone partigiano più a rischio incaricò una squadra di 6 uomini di effettuare un fitto lancio di bombe a mano, ottenendo la precipitosa ritirata dei folgorini all’interno del presidio. La reazione tattica fu immediata: una forte concentrazione di fuoco di mitragliatrici sul punto del tentativo non riuscito, riuscendo a colpire il comandante del plotone,Giorgio Robatti “Giorgio”che, riuscito a scavalcare il muro ed allontanatosi di una trentina di metri, sentendosi mancare le forze, consegnò l’arma ai compagni che lo soccorrevano, ordinando loro di lasciarlo e porsi rapidamente al sicuro…poi si sparò un colpo di pistola, per non farsi catturare vivo dai fascisti.   La sortita e l’intensità di fuoco si rinnovarono in quel settore; si rese evidente che i fascisti puntavano a catturare vivo il “Giorgio”, con l’intento di condurre poi una trattativa vantaggiosa. Palesatosi tale disegno, si raddoppiò la rabbia e l’irruenza dei garibaldini che avevano perso il loro comandante di plotone: i primi quattro “arditi”che si sospinsero di nuovo caddero rafficati e l’azione dei partigiani si fece furiosa. Facendosi micidiale il fuoco di una mitragliera da 20.mm, in quanto il comandante “Pedar” dell’84° Brig. -cacciatore di selvaggina montana per tutta la vita – incaricò un tiratore esperto, il “Ranghin” di far tacere la mitraglia: al terzo sparo la feritoia era liberata dell’arma e del mitragliere.

                                            Pietro Rastelli “Pedar”  download

Si seppe in seguito che, disperando dell’arrivo di rinforzi, i fascisti valutarono la possibilità di attuare una ritirata verso Borgomanero (8 Km.), su percorsi volti più a sud, fra boscaglie e vigneti, ma vi rinunciarono per la mancanza di guide sicure.                Attorno alle 9.00 si apprese da civili del paese, che avevano effettuato lavori di riparazione nella struttura, che in una camerata erano rinchiusi qualche decina di ragazzi ed i loro insegnanti dei quali non era stata consentita l’evacuazione,             considerando che la loro presenza  avrebbe potuto costituire merce preziosa in caso di trattative. Se qualche sequestrato fosse stato colpito durante il combattimento…la colpa sarebbe stata addebitata ai partigiani!   Fu a questo punto che il Capitano “Bruno” incaricò il parroco del paese di recare la propria proposta ai Ten. Marietta e Lombau: una breve tregua per consentire l’evacuazione dei ragazzi e dei loro insegnanti ed attuare il trasferimento dei feriti più gravi delle due parti all’ospedale zonale di Gattinara (4 Km.).   Con vari pretesti , nella speranza di ricevere rinforzi, i due ufficiali differirono la risposta,per poi rifiutare del tutto.  Richiuso il grande portone del collegio, il combattimento riprese furioso.

Dopo poco, con l’assatanata copertura di fuoco di alcune mitragliatrici, si ripeté, quasi in fotocopia il tentativo di sortita descritto in precedenza e, con esso, il respingimento con una grandine di bombe a mano da parte di una squadra guidata da “Serpente“.  Nell’azione “Serpente” cadeva colpito al cuore da una raffica.Dopo il concitato alternarsi,del trascinamento del corpo del partigiano, da parte dei suoi compagni che volevano sottrarlo ai fascisti, e di questi che volevano disporne per avvalersene in una trattativa di resa, fu “Pedar” – inferocito per lo scempio che si andava compiendo-  a stendere due neri con una raffica  e ad avventarsi con gli uomini a lui più vicini al recupero del cadavere e dell’arma.   Alle 12.00  il presidio resisteva ancora. Il massiccio portone ed il terreno allo scoperto non consentivano un efficace avvicinamento. Allora, il comando operativo con il prezioso ausilio di alcuni partigiani e civili romagnanesi,  reperirono un compressore stradale che , imbottito di esplosivo, venne avviato contro l’ingresso principale.  I fascisti, compreso il pericolo imminente, iniziarono fitti tiri di mortaio sulle case prospicienti il parco antistante.   Più che a una ritorsione, in quel frangente, avevano pensato ad opporre all’avanzata del compressore un cumulo di macerie.

img137 1973 – G.Gray  apre la manifestazione per il 25° della  battaglia di    Romagnano  Sesia.

Alle 14.00, come era accaduto a Fara, giunse la squadra “guastatori” della 12°Divisione biellese, con 4 lanciabombe ed un camioncino dotato di un pezzo anticarro. Ad una ad una  le finestre del 1° piano furono divelte, si svilupparono fiamme e fumo in molti ambienti: era il colpo finale!  La gente si era assiepata a ridosso delle posizioni raggiunte dai partigiani (molti avevano congiunti e parenti con le armi fumanti in postazione!); la liberazione di Fara aveva accresciuto l’ en tusiasmo fra le forze garibaldine.  Per prendere tempo, alle 16.00 i fascisti chiedevano una tregua per evacuare morti e feriti. Questa volta fu il comando partigiano a non accettare, conscio che il trascorrere del tempo non era amico, ed edotto delle preoccupanti  notizie che giungevano da Borgosesia, concentrò sulle feritoie del piano terreno  il fuoco con le armi più efficaci di cui disponeva la formazione.  Alle 17.30 i fascisti chiesero di parlamentare. “Bruno” e “Pedar” si recarono all’incontro, assistiti dalla popolazione piazzata a poche decine di metri,mentre G.Gray “Grano”– Commissario della 84° ” Strisciante Musati”-si teneva pronto con un plotone…“con i fascisti non si sa mai”.   Gli ufficiali della RSI, venuti in  Valsesia vituperando “Ciro”“Cino”,  minacciando sfracelli per i loro banditi, chiedevano ora…l’onore delle armi!    Si pensi che proprio il comandante del presidio, il Ten. della “Folgore”  Elios Lombau – dopo aver simulato un malore – chiese sfacciatamente il rilascio di una  attestazione secondo cui la resa era avvenuta…per esaurimento delle munizioni!  Avute le chiavi dell’armeria, ed iniziati a caricare i copiosi armamenti ……..i partigiani non ebbero alcuna remora ad attestare questo risibile pretesto. Sulla figura del Lombau, rinviando alla testimonianza più sotto riportata, del Capitano Albino Calletti “Bruno”, si può qui spendere qualche parola. Convinto di rientrare  prestissimo a Romagnano Sesia, raccomandava al Comandante della 1° Divisione Garibaldi di non consentire ai suoi partigiani di insudiciargli il salotto dell’appartamento,… in cui la notte precedente (ma questo si appurò a Liberazione avvenuta), aveva ucciso….., un giovanissimo partigiano  di Suno Novarese, con percosse e trafitte di spillone! 

 Dall’intervento conclusivo di Albino Calletti all’incontro- dibattito  del 16 marzo 1970, nel 25° anniversario della Battaglia di Romagnano Sesia, traiamo i seguenti passaggi, afferenti la fase conclusiva del combattimento ed i concitati momenti della resa fascista:                                 

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Dopo 14 ore di combattimento i prigionieri furono avviati alla volta di Novara; prima della mezzanotte tutte le unità coinvolte nell’operazione avevano raggiunto i loro accantonamenti.  Il bilancio di quella giornata di prove generali, condotte contro i 3 presidi valsesiani e le località investite da azioni di diversione fu, per i patrioti di 15 morti e 27 feriti, 20 i morti e 32 i feriti fra tedeschi e fascisti.

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Prove di primavera- 1

21 Gen

Con la discesa al piano nasce la nuova tattica del partigiano

Ai primi di marzo 1945 il Comando partigiano di Cusio , Ossola, Verbano e Valsesia divulgò una circolare estremamente importante per dare una nuova impronta all’attitudine militare delle formazioni operanti su quel territorio.     La circolare diceva :  “Il periodo in cui si imponeva la suddivisione (la separatezza) delle nostre formazioni in squadre e plotoni è terminato. Ora è indispensabile che i reparti provvedano a raggruppare tali unità nella dimensione di battaglioni (150 uomini), dislocando questi nelle vicinanze del Comando di Brigata….Tale provvedimento è consigliato dal mutato dinamismo con cui il nemico- da un pò di tempo – predispone  i suoi concentramenti , attua i rastrellamenti ed insedia propri presidi anche in piccoli centri.  L’aumentata attivazione ed accuratezza del suo servizio informativo suggerisce anche a noi di mutare tattica.”……”Non abbiamo armamento pesante, ma dobbiamo imparare bene ad usare quello abbondante di cui disponiamo…Le capacità acquisite dai nostri comandi ci consentono di approntare azioni di più grande entità, che vadano ben oltre imboscate e minamenti….”

  II documento aggiunge : ” I Commissari politici sviluppino, nei garibaldini, la coscienza della nuova situazione.. e delle esigenze che si pongono, in vista delle grandi azioni che saranno presto intraprese….I comandanti, da parte loro attuino frequenti ispezioni dei reparti, per controllare l’addestramento, la disciplina e la consapevolezza della causa per cui sono chiamati a combattere.” 

Pochi giorni dopo, l’ 8 marzo ’45, seguiva improvvisamente l’ordine per tutti i reparti di spostarsi in massa verso la pianura;…..le foglie, le care amiche dei partigiani nell’occultamento tornavano sui rami, pareva davvero un sogno di pace sotto quel tiepido sole! La gran parte dei partigiani, per molte ragioni, sentiva di essere giunta alle soglie di grandi (attesi) eventi.   Divenuto un esercito il movimento partigiano adegua la sua struttura e l’iniziativa militare!  La visita del Capitano  Albino Calletti “Bruno”  al Comando della 84° Brigata Garibaldi ” Attilio Musatti” ai piani di Asei – una frazioncina di Sostegno, nel biellese orientale – al 2° giorno di accantonamento della formazione, accrebbe e diffuse fra i patrioti la convinzione,pur non avendone la percezione del dove e del quando,  che,  la grande battaglia si approssimasse.  Nell’attesa, quanti non erano impegnati in servizi di ricognizione o vigilanza, al vettovagliamento od alla predisposizione degli armamenti….nei “campi di radunamento”  curavano di più calzature ed indumenti, frequentavano quanti praticavano l’arte del barbiere, i ciabattini i sarti. Chi già pensava alla famiglia, al bar del paese, od alla ragazza….voleva “farsi bello”.       L’ordine di marcia era nell’aria. Bisognava cogliere di sorpresa le guarnigioni del nemico che, con il disgelo, si accingeva a risalire le valli che, nell’arco delle prealpi si susseguono fra il Monte Barone ed il Monterosa.   Il successo dell’offensiva in pianura ebbe, fra gli elementi fondamentali, la segretezza con cui  fu affidata la conduzione alla 1° Divisione Garibaldi “Fratelli Varalli” della quale era comandante  il Capitano Albino Calletti “Bruno” e Commissario il milanese         Mario   Venanzi “Michele” .    download        

 Il piano d’attacco fu comunicato ai comandi di Brigata solo l’11  marzo, durante una riunione notturna tenutasi in una zona fra Boca e Maggiora (probabilmente nell’osteria della frazione di Montalbano), con la direttiva    di darne comunicazione ai reparti solo 2 ore prima dell’attacco, fissato per le 04,30 del 16 marzo.                                                       Le formazioni coinvolte nella grande battaglia, circa 4500 uomini, furono:

                                                                                                Il Capitano “Bruno”       

 

img119 Ad alcune fasi dei combattimenti presero parte anche forze della XII° Divisione Garibaldi  Piero Pajetta “Nedo”. del Raggruppamento biellese, comandata da Quinto Antonietti “Quinto” con Commissario Franco Moranino “Gemisto”

Quale era il piano di azione maturato nelle settimane precedenti?  Possiamo trarlo dalle pagg. 549 e 550 de  “Il Monterosa è sceso a Milano” di  Cino Moscatelli e Pietro Secchia;  in esso sono ben evidenziate le formazioni nelle singole operazioni.

 

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L’area operativa del Raggruppamento Divisioni Garibaldi              Valsesia-Verbano-Cusio- Ossola

        Il dislocamento operativo delle Garibaldi in Valsesia    

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             Il combattimento di Fara Novarese

Nella notte sul 16 marzo i garibaldini della 81° Brigata “Volante Loss” occuparono tutti i settori loro assegnati, sia offensivi che difensivi. Il partigiano non sa aspettare, ogni attesa od indugio  gli scavano dentro! Alle 04.15 interrotti i collegamenti telefonici e telegrafici con Novara e Vercelli, gli uomini si approssimano alle opere fortificate del presidio, mentre in lontananza si odono i rimbombi delle mine fatte brillare sulle linee ferroviarie, che misero in allarme i fascisti, pronti ad accendere due fari volti ad illuminare la piazza e case circostanti. Un faro fu colpito ed iniziò lo scontro a fuoco fra partigiani che sparavano solo a colpo sicuro ed i fascisti che scaricavano rabbiose  raffiche alla cieca e carichi di rabbia. Centrato anche il secondo faro i partigiani si tenevano nel buio, immobili anche quando una grandine di bombe a mano cadde loro addosso.    Chiusi tutti gli accessi alle adiacenze del presidio, la squadra “arditi” salì sui tetti delle case attigue alla struttura occupata dai militi. Calzavano fasciature di stoffa sugli scarponi e cominciarono a passare di tetto in tetto utilizzando scale a piuoli.   Gli abitanti di Fara,quelli rimasti in paese, seguivano i movimenti nel buio e facevano il tifo e, pur tenendosi defilati dallo scontro a fuoco, continuavano a portare ed accatastare lunghe pertiche e scale calate dai fienili.   Ai primi albori gli arditi comparvero sul tetto della caserma e quasi subito esplosioni e fumo squassarono finestre dei piani inferiori, a seguito dei tubi esplosivi che erano stati calati dai camini.  Rabbia e paura cominciarono a fondersi nell’animo degli assediati, che reagirono con particolare violenza, senza risparmio delle armi automatche.     Più volte alcuni militi tentarono la fuga attraverso i tetti, fuoriuscendo da finestrelle ed abbaini, ma ogni volta vennero centrati appena allo scoperto.  Il combattimento continuava furioso poichè i fascisti non mancavano di munizioni ed i tubi di gelatina calati dagli incursori partigiani li terrorizzavano vieppiù; verso le 10.00, in pieno giorno, l’azione di “bombardamento incendiario si ripete con l’ausilio di alcuni volontari del paese, sfruttando lcuni bidoni di benzina recuperati dal reparto incursori dell’ “Osella”, dislocato a Nord di Romagnano Sesia. Sottoposti ad un tiro fitto, nell’ora successiva vengono effettuate altre due calate di ordigni, di cui la seconda divelle il tetto dell’accasermamento. Poco dopo le 12.00 giunge a Fara il distaccamento lanciagranate della L° Brigata biellese inviata da “Gemisto” e…..assieme al 1° plotone guastatori della “Loss” – rientrato dall’aver fatte brillare una decina di mine sulla statale della Valsesia e nei tratti di ferrovia Novara-Varallo e Navara-Biella, portano un contributo decisivo all’annichilimento della capacità di fuoco di quel presidio.” Moro” può comunicarlo al Comando di Divisione.   Poco dopo,però, giunge notizia che una forte colonna di tedeschi e fascisti muove da Novara, ed alla “Volante Loss” viene impartito l’ordine di impedire ad ogni costo che il nemico possa superare Ghemme, al fine di colpire gli attaccanti di Romagnano.   Il primo contatto con il nemico avviene a Sud di Briona e, per le soverchianti forze di questo, il commissario di guerra Santino Campora dispone gli uomini al suo comando lungo le curve e fra i vigneti verso Ghemme, con l’ordine di “morire sul posto ma non lasciar passare il nemico”.  In questa azione Campora perde la vita, ma la resistenza el suo reparto impedisce ai nazifascisti di avanzare, ed all’imbrunire decidono di rientrare ai loro acquartieramenti. FARA è libera!

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Chi avesse la fortuna di reperire questi 2 libri potrà rivivere i copiosi dettagli lo svolgersi delle tre battaglie di pianura valsesiane,alla vigilia dell’insurrezione generale partigiana, che liberò i grandi centri urbani del Nord Italia.

 

…..Cosa succedeva nelle stesse ore a Romagnano Sesia?    E’ quanto ci accingiamo ad illustrare nel prossimo articolo

Lotta di liberazione nella “Serenissima”

31 Dic

                          Tutti a casa,e poi……

Sul territorio della provincia veneziana, attorno ai presidi militari dai quali mosse il “tutti a casa”, fu ragguardevole l’apporto della popolazione a sostegno dei soldati sbandati con l’armistizio dell’8 settembre 1943, che intendevano raggiungere le proprie famiglie, e nell’offrire abbigliamento e rifugio a quanti – militari meridionali ed alleati fuggiti dai campi di internamento – non in grado di raggiungere i luoghi di origine o le proprie unità a Sud di Roma.        Vi furono zone, come  il Cavarzerese e la Riva del Brenta, dove il movimento bracciantile e le organizzazioni socialiste erano state represse dallo squadrismo fascista;  qui, l’occasione di potersi riappropriare di libertà e diritti, portarono rilevanti energie al movimento di resistenza al nazifascismo.    Come nel resto dell’Italia occupata, saranno i bandi della primavera 1944 – quelli a firma Graziani -a produrre la renitenza delle classi più giovani, consentendo l’ampliarsi delle file partigiane ed una loro maggiore attività.    E’ certamente nella zona industriale di Porto Marghera che si sviluppò più intensa l’iniziativa di sabotaggio della produzione di guerra, dove si faranno sentire le azioni delle SAP (Squadre di Azione Patriotiche) ed ebbero rilevanza le fermate degli stabilimenti e gli scioperi  del marzo ’44.       Chi ponga attenzione alla conformazione del territorio che contorna la città lagunare, non troverà strano che l’organizzazione militare del “partigianato”, vi abbia preso piede ed operato efficacemente con un certo ritardo – alle porte dell’inverno ’44-’45 – rispetto al resto dell’ Italia occupata .  Un chiaro impulso venne da antifascisti (operai, piccoli artigiani, personaggi intelletuali locali), da quadri politici quali Erminio Ferretto ed A.Pettenò, liberati nell’estate del 1943, con la caduta di Mussolini, poco prima che la città ed i centri della cintura ( Marghera, Mestre, Tessera) venissero immediatamente occupati dai tedeschi, che non ebbero alcuna opposizione dalle unità italiane, prive di ordini    ed abbandonate dai propri comandi.    Fu un nucleo dell’antifascismo mestrino a recuperare le prime armi, sottratte a reparti dell’occupante, ed a porsi alla testa dell’organizzazione della lotta armata, in saldo contatto con gli operai della zona industriale di P. Marghera.  Dobbiamo sottolineare come le difficoltà di comunicazione con la terraferma, e  di interazione con le formazioni del retroterra, rallentarono il costituirsi della   Brigata Garibaldi “Francesco Biancotto”, poi strutturatasi nell’area urbana.  E’ bene considerare come il capoluogo veneto ricoprisse, nella geografia della repubblichetta di Salò (RSI) una fisionomia istituzionale del tutto particolare:  ospitava 24 uffici e sezioni ministeriali e vi avevano sede ben 17 comandi nazisti, di polizia e corpi armati.   Ciò può spiegare come, nel periodo bellico, fossero intervenuti taciti accordi fra santa sede, tedeschi ed alleati, per preservarla da distruzioni e bombardamenti. La lotta partigiana in città, quindi, non fu mai esplosiva, anche se si arricchì di azioni simboliche di grande effetto  e si andò articolando, pur con le difficoltà tipiche di quel territorio (laguna, pianura, forti presidi dell’occupante, patrimonio d’arte ed architettonico impareggiabili).   

  Per comprendere i rischi e la complessità insiti nella prima fase attraversata dal movimento di resistenza nell’area veneziana e, primariamente nel territorio urbano del capoluogo, si consideri che il 26 aprile 1945 le avanguardie alleate erano ancora ferme sulla sponda meridionale dell’Adige, e che il Veneto è  attraversato da tutte le vie di comunicazione con la Germania!  Questa regione era quindi destinata ad essere l’ultimo baluardo difensivo della Wehrmacht in ritirata, ed era del tutto naturale che l’iniziativa partigiana assumesse caratteristiche e modi di agire conseguenti dalla conformazione geo-strategica del terreno, dalla composizione sociale degli abitanti, dall’agguerrita rete degli insediamenti militari nazisti oltreché dalla rabbiosa ferocia delle unità repubblichine, terrorizzate dall’imminenza della resa dei conti.     Fra il veneziano ed il limitare della provincia di Padova vennero costituendosi varie brigate  partigiane:  la ” Boscolo” a Chioggia, la “Sabatucci” nella zona di Mirano, la “Piave” nel Sandonatese e la “Ippolito Nievo” nella zona di Portogruaro.    Nell’estate del ’44  il movimento partigiano e le popolazioni si illusero che lo sfondamento del fronte tedesco, e la conseguente liberazione fossero imminenti; gli sforzi e l’efficacia dell’iniziativa di tutte le formazioni si moltiplicarono, ma le rappresaglie anche. La rabbia fascista si sfogava incendiando e devastando botteghe artigiane, masserie, stalle; oltre i patrioti si fucilavano sospetti ed ostaggi.   Chi voglia approfondire, potrà documentarsi sugli eccidi di Cavanella d’Adige, Cavarzere, Riva dell’Impero… Ad un maggiore impegno di truppe nell’ antiguerriglia aveva contribuito la sospensione dell’ Operazione “Olive”. (vedi il nostro articolo “Il proclama Alexander…la porta dell’inverno”   del 25 maggio 2015).

Con l’inverno ’44-’45, altri eccidi segnarono la furiosa rappresaglia naazifascista: a San Donà del Piave il 10.XII. veniva torturato e fucilato il Conte Gustavo Badini, che non fece i nomi dei compagni di lotta. A Mirano, il giorno successivo, venivano fucilati ed esposti nella piazza principale 6 partigiani.    Nel febbraio 1945, cadrà Erminio Ferretto “Venezian”, operaio 29-enne di Porto Marghera.0441 

 Reduce dal campo di internamento francese di Gurs, dopo aver combattuto con       i volontari antifascisti italiani della Brigata Garibaldi in Spagna, arrestato e confinato all’ isola di Ventotene nel ’41. Dopo l’8 settembre ’43 era stato un animatore della resistenza veneta; catturato in combattimento, mentre guidava lo “spianamento”  del battaglione “Felisati” verso la zona compresa fra Mestre e Mogliano Veneto dopo aver combattuto nella Divisione “Nannetti”, fra il Grappa ed il Cansiglioveniva fucilato dalle Brigate Nere il 6 febbraio in questa ultima località.

                La beffa  del Goldoni       

   Il 12 marzo 1945, un commando partigiano interrompe lo spettacolo in svolgimento nel teatro cittadino, gremito di militari, consentendo ad un esponente della Resistenza di tenervi un breve comizio.  L’azione fu progettata da Giuseppe Turcato “Marco” , comandante della Brigata G. Biancotto, che si avvalse – nella preparazione ed attuazione del blitz -di un nucleo di giovani partigiani, reduci dai combattimenti sull’ Altipiano del Cansiglio ( tutti comunisti), che avrebbe consentito a Ivone Chinello “Cesco” di tenervi un comizio volante.

0433 (5)                                                  Turcato fra due compagni  

La data dell’ azione era stata rinviata di 24 ore, per la concomitanza di due contrattempi: l’evaquazione improvvisa del teatro per un allarme aereo, ed a causa di un colpo partito incautamente  da una pistola nell’armeria clandestina, sita nella bottega del fabbro Giacomo Todesini “Massimo”.   Alle 21.15, immobilizzati militi  e pompieri, irruppero sul palco – si era ad un cambio di scena di “Vestire gli ignudi” di L. Pirandello – Arcalli, Chinello ed O. Padoan – lanciarono un appello ai veneziani  di  collaborare  con i patrioti nella fase finale della lotta, a seguire le indicazioni del CLN.  Il colpo di genio fu di Citton, che dal palco annunciò ai molti militari ed ufficiali presenti che……il teatro sarebbe rimasto circondato per mezzora,provocando incertezza e ritardo nella reazione di questi, permettendo così alla quindicina di partigiani di dileguarsi. L’effetto psico-politico in città fu enorme, anche perché… non fu possibile nasconderlo!                                                                                                       Pensiamo di poter offrire una testimonianza originale, del clima in cui si svolgeva l’attività clandestina a Venezia, proponendo la registrazione di una intervista di Adriana Martignoni, qui nata nel 1920 e decedutavi nel febbraio del 2016.   Figlia di uno dei fondatori di Giustizia e Libertà della provincia, staffetta partigiana, fu arrestata nelle prime settimane del ’45, mentre ricercavano il padre – ingegnere Navale, poi decorato con M.A al V.M, per il contributo alla lotta di liberazione- interrogata per 10 giorni nel carcere di Santa Maria Maggiore. Si salva con la complicità di un piantone militare che aveva reperito, nella tasca di un suo giubbotto,appunti sulle decisioni assunte dai leaders alleati a Yalta… ciò che l’avrebbe  certamente consegnata al boia.

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       A. Martignoni, ultima partigiana veneziana deceduta il 21 febbraio 2018                             

 

        Verso i giorni della libertà 

A metà giornata del 26 aprile del ’45 giungono a Venezia le notizie dell’insurrezione delle grandi città del Nord Italia. Nella prigione di Santa Maria Maggiore i detenuti comuni tentano di organizzare una fuga, sottraendo armi individuali agli agenti di custodia.  Fra questi, Leonardo Cotugno, comunista con forte ascendente sui più giovani colleghi, riesce a prendere il controllo della situazione, costringendo i “comuni” a rientrare nelle celle, dopo averne respinto le minacce indirizzate ai “politici” ( fra i quali Franco Basaglia, arrestato da qualche settimana in quanto indiziato di collaborazione con il movimento partigiano). Alle 18.00, consegnate le armi individuali  ad un certo numero di patrioti liberati,il Cotugno si insedia come  primo rappresentante del CLN veneziano.    Non riuscirà il tentativo notturno dei fascisti di riprendere il controllo della struttura carceraria ; l’indomani si espande l’iniziativa partigiana nella città, con attacchi a caserm, l’occupazione del Comando della Guardia di Finanza  con la cattura di copiose armi e la liberazione di altri detenuti.     Solo per il 28 aprile si può parlare di insurrezione generale, con la presa delle sedi fasciste e di presisdi militari.  Il 29 è la volta della stazione di Santa Lucia, dei Cantieri Navali e di alcuni stabilimenti industriali; attorno a Piazza San Marco sono asseragliati i comandi tedeschi (Platz kommadantur, SS). E’ in questo  perimetro della città lagunare che si svolgeranno gli eventi cruciali che la porteranno alla Liberazione.duomopiazza3

             Reparti neozelandesi in avvicinamento

A differenza delle grandi città del Nord Italia, dove le trattative di resa si svolgono con un CLN  irremovibile e senza condizioni, a Venezia si patteggia per una soluzione che  salvaguardi cittadini, monumentalità architettonica ed artistica della “Serenissima”: una ritirata senza consegna delle armi, in cambio di garanzie.

E’ una trattativa complessa, resa costantemente incerta dalle reiterate minacce tedesche di bombardare il centro storico; in essa hanno gran peso il coivolgimento del  Patriarca Adeodato Piazza e la partecipazione degli emissari di 2 missioni alleate presenti in città.  L’accordo non viene sottoscritto dal rappresentante territoriale del PCI nel Comando Militare, mentre analoga intesa viene raggiunta per Mestre.  Il documento di resa venne firmato da Eugenio Gatto (DC) per il CLN,  e dall’Ammiraglio Zannoni per il CVL, pienamente condiviso da Ugo Morini (PSI) Presidente del CLN veneto.

Mentre i tedeschi lasciano Venezia ed il suo entroterra nella notte fra il 28 ed il 29 aprile 1945, i fascisti – privi di tutele germaniche! -si consegnano senza condizioni, ad esclusione di quelli della X° Mas che, asseragliati nel Collegio Navale di S.Elena, si arrenderanno il 30 agli alleati.

 

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Ricorda Luigi Longo, Comandante generale delle Brigate Garibaldi, nel suo “Un popolo alla macchia” :  “….Miracolosamente  salva ed indenne era Venezia..”

Il 2019 è a poche ore, chi abbia piacere di scavare e documentarsi su particolari propri di una lotta difficile, condotta fra calle, campielli e canali, avrà un intero anno per condurre la propria ricerca, con il nostro migliore augurio!